- Rivelazione –

(Dettato ad Anita Wolf nell’aprile 1954 - Hannover)

 

Elia di Gilead, chiamato il tisbita, quale incarnazione dall’arcangelo Michael, fu un grande profeta del Vecchio Testamento nella sua missione in Samaria per profetare al re Acab e alla regina Isebel un tempo senza pioggia per 45 mesi, se non avessero abbandonato il culto di Baal. In questa rivelazione viene dimostrato come nella Bibbia alcune affermazioni lasciaste ai posteri non possono essere prese alla lettera, poiché frutto di manipolazioni di uomini potenti asserviti allora a Baal.

 

- Elia -

IL TISBITA

 

elia

 

La vera storia dell’arcangelo/principe Michael, il portatore della Volontà

incarnato in Elia, per chiarire le falsità bibliche su un grande profeta di Dio

 

“Nasconditi al rio Krith, mando con te i Miei corvi,

si prenderanno cura di te!”. Così parlò il SIGNORE.

Nel senso della fede il profeta condusse là il suo bastone

Confortato e, …ben partorito!

   E poi…?

L’ardente violenza del Sole non si fermò infine al rio.

Lui stesso deve morire! Ma…

“Ora rivolgiti verso Zarpath!”

Elia vaga senza replicare, non diventa preda del dubbio.

   E poi…?

A fiumi venne la ricompensa per l’obbedienza, …già allora.

E così DIO fa ancora oggi!

 

                                                         (Dolfi Koudelka)

 

Titolo originale:  “Der Thisbiter”

Tutte le opere (in lingua tedesca) vengono consegnate gratuitamente agli amici che cercano la Luce

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Edito dal circolo degli amici di Anita Wolf - C/o Jurgen Herrmann

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Traduzione: Ingrid Wunderlich

Questa edizione in lingua italiana è stata curata dal gruppo:

‘Amici della nuova Luce” – www.legamedelcielo.it

Contatti:    info@anitawolf.it

 

 

Introduzione al libro (di Anita Wolf)

Prefazione al libro (a cura degli amici della Nuova Luce)

Un commento sulle S.Scritture su Elia (liturgia della Parola – Maranathà – a cura del Martirologo romano)

 

 

 

 

INDICE

Cap. 1

Il tisbita, Som-Hasad e una storia antica

Cap. 2

Elia più veloce di un cavallo – Un guado impossibile è fattibile - La santa Luce di Dio e la conversione di Obadja

Cap. 3

Re Acab dominatore indomito e il suo maggiordomo-comandante

Cap. 4

Isebel inizia il suo governo – Tre amici a colloquio

Cap. 5

Elia temerario annuncia il giudizio su Jesreel - Il marchio d’infamia della meretrice di Babele

Cap. 6

Idolatria - Il miglior provvedimento del profeta - Dio aiuta i Suoi

Cap. 7

Due martiri - L’ira di Elia  - Come muore uno sgherro

Cap. 8

L’annuncio di un giudizio - La grande siccità

Cap. 9

La santa Resa dei Conti di Dio

Cap. 10

Come Elia salva dei buoi e un intero villaggio

Cap. 11

In Sebulon la gioia del rivedersi – Un oste si converte e il dito di Grazia di Dio lo tocca

Cap. 12

Il ‘bello’ - Qualcosa dei portatori di beni, liberi da pesi

Cap. 13

Asodja, la vedova di Zarpath - Falsi sacerdoti devono soffrire - Perché il figlio Sadrach doveva morire – La misericordia di Dio quale richiesta soddisfatta

Cap. 14

Come viene trasformato un traditore con la buona sorella Rachele

Cap. 15

La Fiamma – Dio benedice il pascolo di Heebar – Il foraggio per gli animali di Obadja – La promessa di Elia al re e al popolo: tra otto giorni al pascolo di Heebar – Rachele è benedetta

Cap. 16

I carri di fieno - Un re vuole scambiare da non-re

Cap. 17

Una grande resa di conti Haab alle strette davanti al popolo

Cap. 18

L’intervento di Dio sul Carmel – Un vero profeta nel rapporto col Cielo – I due altari a confronto

Cap. 19

Come Isebel falsifica la verità - Obadja resta tranquillo

Cap. 20

La fedeltà di Obadja vuole aiutare Elia – Nel viaggio, un santo colloquio

Cap. 21

La predica del Cielo al profeta – A colloquio con l’angelo

Cap. 22

Il Monte santo di Dio sulla Terra - Elia-Michael

Cap. 23

Il profeta viaggiatore - Una stolta caparbietà del contadino Nabot – La chiamata a Eliseo

Cap. 24

Come Israele con Obadja vince nella valle del Pharphar - Due profeti osservano dall’Hermon

Cap. 25

Il Signore e i profeti attendono Obadja - Un intimo colloquio

Cap. 26

In Jesreel, Nabot viene giudicato male nel modo di Sidone

Cap. 27

L’infame lapidazione di Nabot - L’ira dei cani - L’appropriazione indebita e l’ultimatum di Obadja - Il tisbita e la colonna di fuoco di Dio

Cap. 28

La meravigliosa Guida nella gioia e nella sofferenza

Cap. 29

L’Arco del Patto e la Grazia - La predica di Dio di un tempo alla comunità di Abele - Gli angeli entrano da Saphat

Cap. 30

Gli ultimi viaggi – Il rapimento di Elia in cielo

 
PERSONAGGI

Il SIGNORE                    come onnipotente Iddio e buon Padre

ELIA                               di Gilead, il ‘tisbita’, il profeta

Adda                               figlia di Pedazur, moglie di Hanniel

Acab (Acab)                     re di Israele in Samaria, delle dieci tribù e figlio di Omri

Ahasja                             figlio del re Acab

Asdodja                           la vedova di Cisbus, di Sidone in Zarphath

Asher                              una divinità femminile siriana

Baal                                la divinità adorata

Baal-Sebub                      un idolo in una casa-tempio a Ekron in Samaria

Basea                             figlio di Ahia

Benhadad                        re della Siria in Damasco

Cisbus                            un tessitore di tappeti

Dothan                            un giudice di Sidone

Due martiri                       sacerdoti d’Israele di Silo

Eliseo                              figlio di Saphat e Pelega

Epho                               principe di Manasse (2° stirpe)

Ephraot                           un albergatore di Sebulon

Eth-Baal                          re di Sidone

Gamliel                            figlio di Pedazur

Gehu                               figlio di Simses, un nuovo re di Israele

Geroboamo                      figlio di Nebat

Giosafat                          re della Giudea in Israele

Giuditta                           figlia del re Giosafat

Hanniel                            marito di Adda, e figlio di Epho

Hasael                            figlio del fratello del re Benhahad

Heebar                            un ricco contadino di montagna di Meghiddo nel Carmel

Il bello                             un angelo, accompagnatore di Dio

Isebel (Gezabele)             moglie di Acab, figlia del re Eth-Baal di Sidone

Lubbar e Chrabot              comandanti sidoniti e accompagnatori di Obadja

Maggot                            commerciante grossista in Samaria e in Damasco

Malacho                          alto sacerdote nella scuola di Beth-El

Midia                               di Silo

Nabot                              un ricco vignaiolo di Jesreel

Obadja                            primo servitore e maresciallo di Acab, siriano

Omri                                un re del casato di Elia, da Tisbe

Pedazur                           un principe fedele al tempo di Mosè

Pelega                             moglie di Saphat, giudea

Rachele                           la sorella giovane di Heebar

Rebecca                          figlia di Nabot e di Simalah

Rebora                            israelita, moglie di Som-Hasad

Ruben-Heskael                alto sacerdote nella scuola di Silo

Ruth                                la moglie di Maggot con tre figli

Sadrach                           figlio di Asdodja

Saphat                            contadino del villaggio presso Abel-Mehola

Secondo angelo               accompagnatore di Dio

Simalah                           la moglie di Nabot

Som-Hasad                     un oste di Samaria

Sumnassa                       artigiano di Ophra

Tusbala                           commerciante di Enon

 

LUOGHI citati

Abel / Abel-Mehola (o Mehora un villaggio a nord di Gerico) / Abel-Gafra / Abdon (una cittadina appartenente a Sidone) / Abdon-Mala (un rione di Abdon)  / Akon / Aschib (un rio)  / Atharoth / Beth-El / Beth-Sean (località vicino al Giordano) / Beth-Haram (località ad est del Giordano) / Badar (la cima di una collina) / Beer-Seba / Bilboa (un monte vicino a Jesreel) / Carmel (un monte) / Damasco / Dor / Dothan / Ebol (un monte) / Elath / Ekron / Engeddi / Endor / Enon (piccolissimo villaggio) / Gafra / Gerico (cittadina a nord-est di Gerusalemme) / Gilboa (un altura di Jesreel) / Gilead / Gilgal / Hadad-Rimmon (un rione di Jesreel) / Hazeroth / Hermon / Horeb (il monte di Dio, dove Mosè ebbe i Comandamenti) / Ijon / Isaschar / Libano / Kabul / Kades / Kir-Moab / Kison (un fiume di montagna) / Krith (un torrente) / Jesreel / Meghiddo (una città a nord-est del monte Carmel) / Migdol / Ophra / Pharphar / Pharpharkopf’ / Rama / Samaria / Seir (il fiume della pioggia araba) / Sered (un rio) / Sichemer (città della Samaria) / Sinai / Sebulon / Silo / Thirza / Tor (sulla costa del Mar Rosso) / Tripoli / Uhla (una caverna) / Zarpath / Zephat

 

 

Cap. 1

[1° Re cap. 1]: [1]Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io».
 
Il tisbita, Som-Hasad e una storia antica

1. Attraverso il portone di Sichemer cammina un uomo alto. Ha spalle larghe, porta un mantello bianco siriano. Dalla sua spalla sinistra, ad una stringa di pelle più volte intrecciata, pende una sacca da pastore. La sua mano destra tiene saldamente un bastone da montagna, che però gli serve appena da sostegno. Dei sandali chiari conciati, fatti con una stringa di pelle come quelle sacche che tengono i pastori, non impediscono il passo elastico. Indossa un abito abbastanza lungo, fatto di lana siriana tinta di un leggero celeste, tenuto strettamente alla vita.

2. L’uomo dà nell’occhio. Molta gente guarda verso il frettoloso. Nessuno lo conosce, ma tutto indica che ha vagabondato molto. Se inoltre arriva dal portone di Sichemer, la sua via lo condurrà persino al Giordano. Strani sono il volto e lo sguardo del forestiero che attraversa così facilmente quelle vie come se conoscesse precisamente la città. Un volto fiero con un paio di occhi chiari, circondati da capelli chiaro castani, delicatamente ondulati; lui dimostra forza maschile, bellezza e una superiorità altamente spirituale. Al suo passaggio i samaritani notano che il suo sguardo divampa da profondità infuocate, da una forza inaudita. A distanza, lo seguono alcuni uomini del luogo.

3. Il viandante ha superato metà della città e si trova vicino alla fortezza reale. Prima che si diriga verso la successiva larga via principale che passa in linea diritta per la città da sud est fino alla fortezza, trova una locanda mediamente grande, dove intende andare, perché vi si dirige direttamente. Il guardiano della porta della locanda che di solito domanda ‘da dove vieni? Dove vai? Chi sei?’, viene respinto con un abituale segno della mano, ma gli fa un saluto: l’amichevole frase ‘la pace sia con te’ lenisce solo a metà colui che, nella sua dignità di guardiano, si appoggia agli stipiti.

4. L’uomo sembra conoscere bene anche la casa, nonostante la Samaria non lo abbia mai visto. Passando a destra attraverso il corridoio lievemente illuminato verso il cortile sul retro, si accorge che la locanda ha molti ospiti, sia dei viaggiatori di passaggio che dei visitatori giornalieri; solamente le stalle offrono ancora spazio. I suoi occhi chiari notano tutto. Forse fa parte del suo incarico, della sua via, del perché osserva anche queste cose secondarie.

5. Nel cortile gli viene incontro un uomo tarchiato, indubbiamente un israelita. L’arrivato lo saluta con il suo cordiale “la pace sia con te”.

- “E con te, forestiero”, risponde l’altro.

- “Chi sei? Sei già stato registrato? Che posso fare per te?”

- Il chiaro sorride un poco. Molte domande in una volta. “Dimmi: sei tu l’oste dell’albergo?”

- “Sì, lo sono”.

- “Allora ti ho riconosciuto!”

- “Me…? Quando e dove ci siamo incontrati?”

- “Su questo, più tardi. Dammi una camera da non condividere con nessuno. Ecco qui, …una buona moneta d’argento di Damasco ti ricompenserà. Se occorre di più, devi avere il tuo. Fammi portare dell’acqua da bere e per lavarmi; inoltre del pane e dei frutti”.

- “Non del vino?”

- L’ospite nega.

6. L’oste guarda il forestiero un po’ di traverso. Chi potrà essere? Inutilmente riflette di aver già una volta conosciuto questo volto chiaro non usuale del paese. Non lo conosce! Taciturno, gli indica una buona camera dove non sarà infastidito dal vapore della cucina e del cortile. L’oste riceve precisamente il denaro: ha intascato una preziosa moneta d’argento.

7. Nel frattempo sono arrivati quegli uomini che seguivano il forestiero nelle vie. Il guardiano della porta si china rispettosamente e senza riferire che erano lì solo per il forestiero. Sono delle guardie del palazzo che spiano quasi giornalmente. Ma oggi il loro arrivo dà nell’occhio. Perché subito dietro al forestiero. C’è qualcosa. Il guardiano dell’albergo per la fortezza di Samaria aiuta volentieri se un ricco deve diventare un po’ più leggero, oppure quando – come sembra – deve essere presa una spia. Il tempo è diventato insicuro da quando il popolo, scisso nella Giudea e in Israele, ha perduto la forza d’unità.

8. La gente della fortezza entra nella sala dell’albergo dove si può tranquillamente mangiare, bere e conversare. L’oste, impressionato dagli strani occhi, risponde alle domande sul forestiero: “Che cosa ne so io? Lui è stanco! Verso sera parlerà”. Nella sua tasca nasconde la moneta di Damasco, ma bada di non parlarne, perché una decima la pretende il tempio, e un’altra il re. Acab ha dato l’ordine agli albergatori di interrogare tutti i forestieri, sulla provenienza, sulla durata della permanenza, sullo scopo e la meta del viaggio. In questo modo Acab incassa non poche tasse e controlla coloro che arrivano e coloro che se ne vanno. Il furbo oste non ci pensa di mostrare la moneta forestiera. Lui porta pane e vino, per cui i vassalli della fortezza lasciano sempre una cattiva moneta.

- “Ritorneremo! Fino ad allora …”

9. L’oste è informato. Adesso, …ogni volta, ha trionfato sulle spie. Chi conosce già il nuovo movimento in Samaria, viene volentieri da lui, sacrifica un buon denaro, per poi andarsene con una gran parte dei suoi tesori. Quello dagli occhi chiari non avrà abbastanza nella sua sacca da pastore in modo che sia di vantaggio consegnarlo. L’oste è anche uno dei pochi che ha conservato ancora un cuore che teme Iddio.

10. Come spinto da un potere interiore, entra dal forestiero, ma si stupisce quando scopre costui in preghiera. – “Sei un israelita?”, chiede riservato.

- “Certo! Ti meraviglia tanto?”.

- “Beh, il tuo esteriore mi ricorda degli uomini che una volta sono venuti dal lontano paese del nord. E la tua moneta… Ah, che m’interessa! Io non la consegno a nessuno. Se le spie di Acab trovano la loro refurtiva, non posso farci niente”.

11. “Molto vero, Som-Hasad. Ma nessuno mi consegna, perché la Mano di Dio è sopra di me!”. La parola potente contrasta con le gesta umili con cui il forestiero china la sua nuca.

- L’oste pensa impressionato: ‘Mi faccio mangiare dal prossimo leone, se questo non è un profeta’ (un detto samaritano).

12. “Bevi con me un po’ di vino”, lo invita cordialmente. Vorrebbe sapere di più. “Sta sicuro, io …”.

- “Tu sei fedele, tu servi il vero Dio, ed era giusto da parte tua di mandare via i cacciatori”.

- “Come lo sai?”.

- “Io so tutto quello che mi dice il mio Dio!”.

Quanta forza colma questa breve parola. Som-Hasad posa con mano tremante la brocca del vino e il bicchiere sul piccolo tavolo basso.

13. “Tu…, tu sei un profeta! Ma bada a te: la Samaria non ha bisogno di profeti! Acab percorre altre vie”.

- “Certamente! Som-Hasad, dimmi: è vero che Acab desidera la figlia di suo cognato, del re Giosafat di Giuda, in moglie?”

- “Mi stupisce la tua domanda. Che importa questo al profeta di Dio? Non dici che Egli ti annuncia tutto? Dovresti allora anche sapere quello che succede presso il re”. – Som-Hasad, sta in guardia! Non sarebbe stato bene nascondere le guardie, …affinché potessero sentire questo discorso?

14. “La tua riflessione è molto oziosa”, dice il forestiero. “Il lato materiale mi interessa solo affinché Israele e la Giudea si riconcilino di nuovo. Il perciò te l’ho domandato, è per dimostrarti che io sono il profeta del Signore”.

- “Sei Micha (il profeta ‘Michea’ del libro omonimo), di cui viene riferito molto?”.

- “No, non lo sono! Aspetta e lo saprai. Ma ti voglio dire da quando e da dove ti conosco. Ascolta!

15. Più di venti anni fa mio padre viaggiava verso Damasco. Ha preso la via dell’est delle carovane del deserto della Siria perché le vie laterali sono più facili da percorrere per gli animali da carico, che quelle in salita e in discesa di Canaan. Siete stati assaliti e …”.

- “Oh, taci, lo so! C’era un forte giovanotto, giusto caduto dalla cupola del Cielo e ci ha salvati. Sei tu il giovanotto, vero? Dimmi che è così, e abiterai rispettabilissimo nella mia casa per tutto il tempo della tua vita!”.

- “Sì, ero io quel giovanotto. Soltanto, non ero caduto dal Cielo, ma insegno in modo solitario presso l’oasi locale. Lo Spirito di Dio mi ha dato l’incarico di salvarvi. Mi erano noti anche i predatori, altrimenti non sareste stati liberati”.

16. “Dimmi il tuo nome. Allora, quando ti avremmo voluto ringraziare, sei pure scomparso così com’eri venuto”.

- “Ritornerò di nuovo da te, allora saprai molto. Ora parlami di Acab; colui che vuole avere la notizia, ci tiene che me lo abbia riferito un Som-Hasad”.

- “Il mio nome vale tanto?”

- “Oh, sì, sei ben conosciuto e si approfitta volentieri della tua disponibilità”.

Il petto di Som-Hasad si gonfia d’orgoglio, e dato che è giustificato, l’uomo di Dio non ne ha nulla in contrario. L’oste racconta:

17. “Per via della figlia di Giuda, tutto era già stato concordato. Allora Acab ha conosciuto Isebel, la figlia di Eth-baal, re di Sidone, e se n’è invaghito. Lunghi carovane di carri dovevano mostrare al sidonita la ricchezza della Samaria. Dopo il quinto dono, Eth-Baal ha mandato a dire che ora il tributo era sufficiente, Isebel sarebbe stata pareggiata e con la Luna nuova la pagana avrebbe fatto il suo ingresso. Con fervore ci si sta preparando per la festa”.

18. “L’ho visto quando sono passato nelle vie, ma la tua casa non ostenta nessun abbellimento”.

- “Difficilmente lo vedrà! Acab mi conosce, ma dato che ha bisogno del mio denaro, posso fare altre cose, come preferisco”.

- “Per il mondo è giusto, Som-Hasad, ma spiritualmente governa Dio, che guida le mani di Acab. Per questo vivi ancora in pace”.

- “Con che cosa lo avrei mai meritato? Sono un oste come tutti gli altri e devo pur vedere il mio vantaggio!”.

- “Questo può essere, poiché da te i poveri trovano la porta aperta e ricevono ciò che tu preservi per diritto ad Acab. Oltretutto, sei benedetto dai tuoi avi”.

19. “Ah, i miei avi!”. Con gesto strano, l’oste alza in alto le mani. “Dopo tutto, Israele proviene da Abramo”.

- “Non tutti, Som-Hasad. Tu sei un assiro e la tua stirpe era una delle più fedeli per Dio. Certo, sono già passati abbondanti seicento anni da quando il tuo avo tenne allora una grande fede al suo principe Paghiel e a Mosè[1]. Se …te lo profetizzo, …e tu e i tuoi posteri rimanete fedeli, questo albergo[2] vedrà l’Altissimo!”.

Sull’oste passa un brivido. Quale potente è entrato presso di lui? – Dopo un po’ il forestiero domanda come stavano le cose con Giuditta.

20. “Lo ha girato bene Acab; dietro c’è Isebel che lo ha infatuato, e dopo lo vuole portare in Samaria al culto di Baal. Acab è andato da Benhadad per proporgli la bella Giuditta. E’ riuscito con molti tesori. Acab non ha chiesto se Giosafat voglia dare la sua Giuditta al pagano, né se si possa trattare così con la figlia del re. Poi ha lastricato Giosafat con l’oro ed ha lodato il fasto presso la corte di Damasco, e anche, che fosse un alto onore che Giuditta diventi la regina della Siria. Lui perseguiva il vantaggio di accettare due alleanze: lui con Sidone mediante Isebel, e Giosafat con la Siria mediante Giuditta. Viene raccontato che Giuditta da allora porta delle vesti stracciate”.

21. Il forestiero ha ascoltato in silenzio; ha bevuto il resto del vino. “Va bene; quello che Dio vuole, avvenga!”.

- “È la Volontà di Dio, se viene venduta così la figlia di un re della Giudea?”, s’arrabbia Som-Hasad.

- “No, non così! Nessun uomo è una merce per oro, argento o, …patti che non si possono tenere! Ma Benhadad ha un cuore più giusto di Acab e Giosafat insieme, anche se costui è un pagano. Inoltre alla figlia del re sarà permesso di servire il nostro Dio nelle sue stanze con un sacerdote. Di questo, ne sono del tutto certo”.

22. “Te lo ha detto Benhadad?”.

- “Sì”.

- “Ma tu sei il suo messaggero?”.

- “No! Io sono un messaggero di Dio, il Santo d’Israele! Benhadad mi conosce dal deserto. Lui ha mandato il suo comandante per chiedermi se fosse bene di accettare una figlia della Giudea. Il Signore mi ha detto: «Benhadad deve avere Giuditta. Lui non la terrà né per oro né per patti come concubina o schiava, ma Io voglio convertire il suo cuore per Me attraverso la donna». – Quello che il Signore ha detto ancora, lo sperimenterai dopo, Som-Hasad.

23. Portami attraverso il cortile. Dì ai predatori che sono andato verso la Siria e che non hai trovato nulla da me. Guarda la mia borsa vuota”.

- “Io faccio tutto quello che vuoi. – Santo amico, benedicimi”. Som-Hasad s’inginocchia, si sente strano nel cuore. Il forestiero impone le mani sul capo dell’oste. Poi costui lo accompagna attraverso un corridoio che serve soltanto alla gente di casa. Inosservati arrivano a una porta, e proprio così colui che si allontana raggiunge la successiva via che conduce ai giardini della Samaria, direttamente nella valle del Giordano.

*

24. Ai servi di Acab non rimane altro che andar via senza aver concluso niente. Il guardiano della porta che ha già servito il padre di Som-Hasad e allora lui era stato salvato, viene a sapere a tempo debito chi era il forestiero. Ora fa il contrario di ciò che era nella sua intenzione. – Dice deridendo: “Vi sarebbe piaciuto di portare nella vostra fortezza chi non ha mai fatto del male a nessun samaritano!? Inoltre, era povero; nella sua borsa c’era soltanto del pane e un bicchiere vuoto. Non conveniva”.

- “Hah, lo prendiamo!”, risponde il maresciallo Obadja della corte del re, sopraggiunto pure lui.

- “Oppure, lui prenderà voi”, schernisce il guardiano. – Litigano, finché l’oste che arriva finisce la discussione.

25. Acab s’infuria quando sente il messaggio di Obadja. “Se sapessi chi era…”, esclama, “si potrebbero trarre molte conclusioni! E’ certamente un inviato nascosto sotto i semplici abiti da pastore. Perché l’oste non lo ha interrogato?”.

- “Lo ha fatto, ma senza successo”.

- “Doveva essere consegnato a me; avrei saputo io il motivo della visita!”.

- “Mio re, dammi licenza di cercarlo. Può aver deviato soltanto per la valle del Giordano. Se non conosce la via, delle domande impediscono il suo veloce piede. Suppongo che usi il passaggio da Sichem a nord, dove si passa a piedi nell’acqua. Lo aspetto là”.

- “Bene, Obadja, mi affido a te. Rimani tre giorni, finché non lo hai preso”.

26. Acab cammina per ore attraverso le magnifiche stanze della sua fortezza. Dei pensieri e una nostalgia sensuale di Isebel scacciano il suo sonno. Ancora nella notte rilascia un severo ordine agli albergatori di portare direttamente al re ogni forestiero che tace il nome e lo scopo del suo viaggio, da dove viene e dove andrà. Dato che per il suo matrimonio ha bisogno di molto denaro, impone una punizione a tutti gli albergatori perché Som-Hasad ha mancato di eseguire il suo ordine, pur essendo stato comunicato solo a posteriori. Il mormorio fra il popolo diventa più forte, e sono molti ad essere contro Acab, che vorrebbe elevare una donna pagana a regina su Israele.


[indice]

Cap. 2

Elia più veloce di un cavallo – Un guado impossibile è fattibile

La santa Luce di Dio e la conversione di Obadja

1. Obadja cavalca un buon cavallo da sella. La luna piena lo aiuta a procedere rapidamente. Al sorgere del Sole trotterella verso il fiume e già entro un’ora è arrivato al guado che può essere attraversato a piedi, di certo solo nella stagione povera di pioggia. Quando gira intorno all’ultimo cespuglio, vede qualcuno seduto alla riva col viso rivolto al Giordano. Obadja trattiene il cavallo. Se non sapesse che il ricercato era passato il giorno prima a mezzogiorno attraverso la Samaria, direbbe con certezza: ‘Qui lo incontro!’

2. Ma questo è così impossibile, come lo sarebbe se lì ci fosse seduto Acab. Il forestiero era un viandante, ma anche l’uomo al fiume non è un cavaliere, e lo si vede dai vestiti. Lentamente gli si avvicina. Prima di arrivare, l’uomo si alza girandosi. –  Obadja cade quasi da cavallo. E’ l’inseguito!

3. “Come arrivi…”

- “…fin qui?”, lo interrompe il bianco. “Quando ieri mi hai seguito nelle vie, ho visto che sei segnato. Ti ho aspettato, maresciallo di corte Obadja”.

- Costui indaga confuso: “Come sai chi sono?”

- “Non ti meravigliare; il Signore mi rivela ciò che devo sapere. Non sono un siriano come credi, ma un cittadino di Tisbito. Solo che non ti ho ancora conosciuto”.

- “Me lo dici pure così facile! Allora: …sei un tisbita? Se solo lo avessi saputo, non ti avrei seguito per nessuna via rupestre!”

4. “Lo hai fatto, di certo involontariamente perché ti ha spinto il Signore”.

- “Il mio re non mi spinge”, contraddice irato Obadja.

- “Non lui, il tuo Signore è il DIO d’Israele”.

- “Il mio?”, Obadja ride, anche se non ne ha voglia. Com’è arrivato costui fin qui senza cavallo?

- “Non ti scervellare, maresciallo di corte, indaga ancor più il tuo cuore; ti dirà lui come sono arrivato fin qui”.

5. “Vuoi farmi credere che hai volato nell’aria? Dove crescono le tue ali?”. Obadja deride il tisbita mentre batte le mani come le ali di un uccello. – Allora lo colpisce un’occhiata infuocata che lo fa rabbrividire, molto più che l’altro giorno Som-Hasad.

- “Vieni!”, dice il forestiero severamente. Prendendo le briglie dell’animale che si lascia guidare volonterosamente, scende lungo il fiume senza dire nulla per una lunga ora, fino a un punto del Giordano che è malfamato da tempo. Nessun cavaliere osa andarci, nemmeno in tempo di secca, perché nel fiume si trovano dei vortici e profondità insidiose. In questo punto nessuno è ancora riuscito a passare l’acqua indenne.

6. Quando il tisbita vi cammina sopra, Obadja esclama: “Alt, non qui! Qui anneghi!”

- L’uomo nel mantello bianco si volta con molta calma. “Obadja, l’Onnisanto ha condotto tutto il nostro popolo a piede asciutto attraverso il profondo Mar Rosso ed ha lasciato annegare gli egiziani per via della sua Magnificenza e della Sua Onnipotenza nello stesso punto, con uomini, cavalli e carri! Il Signore non dovrebbe portarci oltre questo Giordano?”. Senza badare al frastuono di Obadja, va nel fiume, conducendo alla briglia il cavallo volonteroso. Strano: l’acqua scende di livello, che arriva appena alle ginocchia del cavallo. Il tisbita vi passa asciutto e nemmeno le sue scarpe diventano umide.

7. Quando Obadja vede questo, si precipita dietro al forestiero. Certamente lui diventa bagnato fino a metà del corpo, ma le onde lo circondano dolcemente e giunge indenne dall’altra parte dove l’uomo ha portato il cavallo su di un grasso prato e ora è seduto aspettando all’ombra di cespugli ricoprendolo a metà altezza, eccetto che dal fiume.

8. Obadja si abbassa ai piedi del tisbita. “Quanto per vero ora riconosco che tu sei un santo inviato, tanto veracemente mi voglio convertire a Dio, licenziarmi dal servizio della corte di Acab e seguire solo te!”. Delle lacrime bagnano le sue gote. Non avrebbe mai creduto una cosa simile, perché quando ora osserva il fiume, le sue acque scorrono più veementi di prima. Se glielo avessero raccontato, ecco …”

- “Non devi giacere per terra davanti a me!”, ordina il profeta. “Lo si fa solo dinanzi a Dio!”.

- Si siedono nei cespugli protettivi; anche il cavallo arriva nella siepe senza essere stato chiamato, e si corica, dato che ha camminato tutta la notte.

9. Obadja chiede: “Dimmi il tuo nome, santo profeta; ti voglio tributare ogni onore”.

- “Il mio nome è Elia”.

- “Non ho mai sentito parlare di te. Come mai? Se sei il profeta d’Israele, perché non operi? Sarebbe urgentemente necessario”.

- Dopo un po’ di silenzio che l’uomo di corte non osa interrompere, Elia sorride dolcemente: “L’oste Som-Hasad mi ha confessato che Israele non ha bisogno di profeti, né piccoli, e ancor meno di grandi. Acab percorre vie del tutto diverse”.

- “L’oste intelligente ha detto una parola vera, ma costui è il re d’Israele. È da valutare il popolo secondo il principe che, … No, lasciamo stare! Finora sono stato il suo servo; non sta bene parlar male di lui. Tuttavia, … perché non operi, Elia?”

10. “Perché il tempo di Dio è iniziato solo ora. Nella mia patria solo pochi hanno sentito parlare di me; invece all’estero mi si conosce come ‘il tisbita’. Da anni alcuni hanno trovato la via verso di me ed io verso di loro, non appena Dio mi invia”.

- Gli occhi di Obadja interrogano.

- Dice Elia: “Tu pensi che il profeta d’Israele non abbia nulla da cercare presso i pagani? Sovente hai conosciuto dei forestieri. Non vi hai trovato nessuno di carattere nobile che sappia ciò che è bene e ciò che è male, anche se per educazione e per ignoranza pregano un qualche pezzo di legno?”

11. “Certo”, ammette il samaritano. “Mi sono stupito di certi pagani, di cui lo strato superiore è quasi sempre gentile, intelligente ed aperto, cosicché il loro essere mi ha confermato più l’insegnamento del nostro Dio, e il nostro agire – purtroppo – come idolatria.

- “Silenzio, Obadja!”. Elia mette all’improvviso una mano sulla bocca dell’uomo di corte. Con prudenza divide il cespuglio. Pure Obaja si era voltato e guardava ora sul fiume, giacendo sulla pancia. Di là sono comparsi numerosi cavalieri nel chiaro scintillio delle loro armi.

12. “Questi…, ma questi sono …”

- “…spie! Li ha mandati il re dietro al suo fedele maresciallo”, risuona dolcemente di derisione.

- “A me? Come mai? Io godo della piena fiducia di Acab!”

- “Certo, finché stai davanti ai suoi occhi. Tre gruppi girano dalla notte per sorvegliarsi a vicenda. Il terzo ha il diritto di possedere la mezza fede di Acab, per quanto il loro rapporto si copre con quello degli altri”.

- “Non capisco”.

- “Lascia prima andar via le truppe, il vento non soffia favorevolmente, potrebbe trasmettere un rumore”.

13. “Il cavallo!”, si spaventa Obadja. “Se salta su…? Se l’avessi soltanto legato…”.

- “Non è necessario; è esausto, tu lo hai sfruttato”.

- Le spie cercano le traccie dall’altra parte. A dedurre dal loro comportamento, credono in una prudente attraversata dell’acqua lungo la riva. Perciò cercano più a lungo una traccia che riaffiori. Quando non trovano niente, galoppano via. Questo si ripete con la seconda e con la terza truppa.

14. Elia racconta della sua vita. – Obadja vede in lui un profeta come non ce n’è mai stato uno. Quando, dopo la partenza delle ultime spie, sono liberi di muoversi e il cavallo bruca, Obadja esclama: “Elia, non ti lascerò più, tanto è vero quanto mi sono votato al nostro Dio!”

-  “Non devi nemmeno allontanarti più da me, ma solo interiormente, Obadja. Come uomo ritorni di nuovo in Samaria, dal re Acab”.

- “Mai! Questo mescolatore di veleni, questo mangiatore di borse, questo servo di Baal! Io …”

15. “Calma, amico! Riprenditi le tue dure parole. Non portano a nulla. Hai fatto il voto di servire l’Onnisanto”.

- “Appunto! Ma questo non lo si può fare alla corte di Samaria, quando la serpe di un verde velenoso, i capelli rossi …”

- “Oh, oh, quali parole dure!”

- “Ah, profeta, tu non sai come seduce una tale corte del re!”

- “Lo so meglio di quanto pensi. Ricorda Obadja: la tentazione è da vincere per non lasciarsi sedurre. La prima è l’opera di potenze cattive, l’altra è il tributo che noi possiamo dare e che possiamo rifiutare. – Ora ascolta la Parola del Signore rivolta a te:

16. «Obadja, ritorna da Acab; Mi devi servire presso di lui! Là puoi portare dell’aiuto agli oppressi ed impedire dell’ingiustizia, perché per questo ti è stato dato il potere di farlo. Anche la meretrice di Babele ha bisogno di una mano, per non far traboccare il suo cattivo bicchiere. Per questo devi essere un servitore per Me. Se lo vuoi fare, allora cingiti e corri! Troverai degli uomini di cui fidarti. Rivela questa Parola anche a Som-Hasad. Mantieni il tuo giuramento che Mi hai dato in quest’ora. Il Mio Spirito sarà con te!»

17.L’uomo di corte s’accascia in sé. Sente la santa Forza che riposa benedicendo sul suo capo come una mano, sebbene Elia non lo tocchi. Adorando, lui esclama: “Signore, Santo, fa di me il Tuo servo; ecco, voglio servirTi!”. Nel giuramento sente la Mano di benedizione di Dio; un dolce Soffio è intorno a lui, così pieno di Pace come il mondo affaccendato non ha mai dato. Chiama il suo cavallo, lo sella con l’aiuto del tisbita e gli chiede dove andrà, affinché possa rimanere in contatto con lui.

18. “Alla seconda luna mi incontrerai presso l’oste. Allora mi manifesterò apertamente”.

- “Quello che può essere fatto per la tua protezione, lo farò”.

- “Ti ringrazio per la parola di fedeltà. Ma altrimenti, …Obadja, il Santo è la nostra Protezione!”

- Elia accarezza dolcemente il muso del cavallo: questo nitrisce.

- Obadja si china dalla sella verso Elia: “Rimani il mio amico”.

- “Lo rimango, non preoccuparti”.

*

19. Obadja cavalca verso est fino al guado dove stava seduto Elia. Attraversa facilmente l’acqua. Dall’altra parte vede con occhio esperto le tracce dei cavalieri scoraggiati. Lui ride: “Oh, se voi sapeste …”. – Di notte arriva in Samaria, ricovera il suo cavallo presso un amico al bordo della città e corre ancora verso Som-Hasad, che è ancora sveglio nonostante la tarda ora. Il giorno ha portato molti forestieri che lo hanno affaticato molto nel tentativo di calmarli per via del nuovo rilascio di Acab. Si è anche sforzato di diminuire le tasse a suo favore, per cui non ha bisogno di spie.

20.Quando costui sente dell’esito, è entusiasta e commosso. “Da me il tuo arrivo non è stato notato, maresciallo di corte, dato che sei giornalmente il nostro ospite. Certo, finora preferivo vedere la tua schiena; ma ora ... I due ridono. “Te lo voglio ben credere, Som-Hasad. Lo sai, che per me tutto si è rivoltato all’improvviso, che è quasi come se si guardasse nell’Occhio di DIO, quando ci si trova di fronte ad un amico. Certo – anch’io ho preferito di molto guardare la Schiena di Dio, se posso dirlo così. Ora EGLI mi ha benedetto tramite il profeta”. “Anche me! E credimi”, dice l’oste, “sento sempre ancora la mano sul mio capo. E’ magnifico”.

21. “Devo partire”. Obadja si alza. “Non è necessario destare sospetti. Questi arriveranno abbastanza presto! A proposito, siamo sicuri del guardiano? Secondo la nostra lite …”

- “…puoi esser rassicurato che è dalla nostra parte. Ora vieni, ti mostro il passaggio da cui in ogni caso puoi entrare ed uscire non visto”. L’oste conduce l’uomo di corte verso il passaggio di casa attraverso il quale ha guidato anche Elia.

 

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Cap. 3

Re Acab dominatore indomito e il suo maggiordomo-comandante

1. Al mattino presto Obadja passa rumorosamente attraverso i vicoli in parte induriti di Samaria. Ha fretta. Le guardie lo fissano come se fosse uno spirito. Come un fuoco era corsa la notizia, attraverso le stanze di corte, che lui fosse morto. Quando Acab sente del ritorno di Obadja, lo convoca da lui, prima che l’altro copra completamente il mantello della sua dignità di regnante con la sua umanità. “Obadja!”. La gioia che nutre il servizio dell’uomo di corte è sincera. “Pensavamo che tu fossi presso ‘il punto maligno’”, cosi si chiamava il posto pericoloso sul quale Elia era passato con l’uomo di corte, “annegato. Oppure l’inviato travestito ti avesse catturato”.

- “Io?”. Obadja è il punto interrogativo stesso. “Da dove sa il mio re che sul ‘punto maligno’ ho cercato il portatore del mantello bianco?”

2. Tradito! Acab si morde le labbra, ma con fulminea abilità domina la situazione: “Ero preoccupato per te. Ovunque potevano stare in agguato dei cacciatori, …ed io avrei perduto il mio indispensabile maresciallo”.

- Obadja s’inginocchia per tanta grazia, ma solo per nascondere i suoi occhi in cui arde il sospetto. Ma poi irrompe il suo nuovo essere. Alzandosi, incontra il forte sguardo di Acab e riferisce la sua avventura. Soltanto non rivela l’Incarico di Dio, altrimenti non potrebbe più adempierlo; almeno non alla corte di Samaria.

3. Dapprima Acab ride, forte, e poi sempre più forte chiama Obadja uno stolto, che non riconosce nello spione l’uomo vestito da pastore che tiene ridicoli contradditori. Quando però sente del passaggio sul ‘punto maligno’, che si scopre dai rapporti delle sue spie, allora perde la sua risata. Timoroso, interroga gli occhi di Obadja, perché percepisce anche troppo bene il cambiamento nel vassallo.

4. “Credi davvero che sia un profeta? Uno grande?”. Acab, che supera tutte le cattiverie dei re cattivi del popolo eletto, si sta facendo consumare da una peste: la paura di Dio, Colui che preferisce guardare solo di schiena; più giusto: al Quale si mette Schiena contro schiena.

- Il maresciallo riconosce all’istante l’ulcera mentale di Acab. “Assolutamente”, risponde perciò con grande rilievo. “Eccetto Mosè in Israele, non c’e stato ancora nessun profeta come lo è il tisbita! Noi…”, sottolinea intenzionalmente l’appartenenza della loro unione, indicando lui e Acab, “…dobbiamo aspettarcelo. Penso che presto apparirà in Samaria, dopo che già molti forestieri hanno apprezzato i suoi poteri”.

5. “Ma va all’estero”

- “Sì! E’ un ospite famoso in Benhadad e …”

- Acab, sentendo questo nome, salta su in modo non regale dal suo trono. “Che cos’hanno degli israeliti, soprattutto un profeta, da cercare presso dei re forestieri?”.

- Il maggiordomo vede dietro l’ira lo spavento nascosto del regnante. Non cela il suo sorriso quando risponde: “Re, sei stato sovente in Siria”.

6. “Questo è diverso! Un re deve tenere aperte le strade verso i re”.

- “Giusto! E un profeta deve tenere aperta la strada della Grazia di Dio per molti cuori”.

- “Di questi ce ne sarebbero abbastanza in Israele, soprattutto …”

- “…per il suo re, che sembra che pensi benevolmente a lui”. Obadja non teme mai di interrompere la parola ad Acab, quando vedeva le sue evidenti bugie. Finora non è mai stato trattato male, perché l’uomo di corte è davvero indispensabile. Ora però per la prima volta, Obadja viene colpito da uno sguardo schiacciante dagli occhi indomati del regnante. In ogni altro momento ognuno lo avrebbe evitato intelligentemente. Oggi leva più in alto il suo capo, temerariamente incontro al re.

7. “Mio re, il profeta ha già avuto accesso alla corte di Samaria. I forestieri sono andati da lui per anni a consultarsi. Benhadad ha chiesto se fosse bene prendere, per sua regina, una principessa giudaica”.

- “Lo ha …detto il tisbita?”. Acab teme che il siriano riveli in quale modo aveva offerto la figlia del cognato. Così indegno!

- Obadja sfrutta la circostanza. “Sì; il profeta ha raccontato come la pensa Benhadad di questa faccenda. Dato che gli era stata promessa una buona stella, ha preferito di più Giuditta, perché l’amava già, senza tradire questo. Giuditta non diventa né concubina né schiava!”. Il colpo è arrivato.

- Acab si volta pallido come la cenere nel volto. Cerca di mantenere la calma, ma la sua cattiveria tranquillizza persino la sua paura, si rivolge ad Obadja e dice maestosamente:

8. “Quando hai l’occasione, allora dì questo al tisbita: ‘Re Acab non sa cosa farsene di un profeta che serve i pagani, né presto né tardi. Noi siamo israeliti!’.” – Poi scappa formalmente, evitando così la risposta del suo superiore. Un servo non riesce ad aprire la tenda abbastanza velocemente. Obadja adempie i suoi doveri con animo calmo, che lui compie come al solito nei confronti degli abitanti della fortezza, dei forestieri e di coloro che cercano aiuto, però in modo del tutto diverso da come l’aveva fatto finora, in modo tale, che per suo stupore, presto ha molti amici nel paese.

 

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Cap. 4

Isebel inizia il suo governo – Tre amici a colloquio

1. La festa del re è finita. Isebel, la pagana sidonita si è trasferita in Samaria. Durante i festeggiamenti, con intelligenza, abbagliava la semplice gente e la servitù con finta gentilezza. Solo i più avveduti ed sensati hanno temuto subito i suoi occhi scintillanti di verde, che non han potuto sminuire il sorriso dolciastro e i capelli rosso fuoco che lei porta aperti come una chioma selvaggia, tenuti da un cerchio pesante, prezioso, su fronte e orecchi. La sua figura è da chiamare deliziosa e il suo volto regolare.

2. Se possedesse il buon cuore di Giuditta, della principessa di Gerusalemme che il popolo si era aspettato volentieri, sarebbe una meravigliosa regina. Invece il suo senso è maligno; lei ha dominato suo padre Eth-Baal, i sacerdoti di Baal e inoltre tutta Sidone. Guai a una povera schiava che non aveva commesso altro che non riuscire a comprendere i suoi ordini, intenzionalmente mormorati, avendo osato richiederli, e anche di guardare persino l’alta regina.

3. Durante i sei giorni di festa, Isebel non risparmia i doni. Ma già il settimo giorno dimostra chi è entrato in Samaria. La fortezza si china, pure la città e tutto il paese. Vengono formulate leggi più incisive e messe subito in vigore, firmate da Isebel e da Acab, che in una settimana scarsa si è abituato al suo governo, dato che il suo sangue è diventato così furioso a causa dei capelli fiammanti di Isebel, con cui lei sa giocosamente accendere le brame di suo marito. Lui si strofina maliziosamente le mani, poiché il denaro scorre nelle sue tasche. Ovunque si trovano delle cose preziose, si trovano subito dei motivi per appropriarsi della ricchezza estranea, con e senza costrizione. Israele comincia ad ansimare.

4. Alcune famiglie migliori se ne vanno in segreto cercando rifugio all’estero, soprattutto presso il siriano Benhadad. Per via di Giuditta costui fornisce agli ebrei dei permessi di soggiorno, per cui loro possono abitare e anche lavorare come ogni siriano, senza dover pagare una tassa di soggiorno (da forestiero). I profughi possono persino costruire le loro sinagoghe nelle comunità che si stanno formando. Presto Acab assicura i confini, per catturare i rifugiati con tutte le loro ricchezze. Se ci riesce, allora si sottraggono tutti i loro averi e loro vanno come prigionieri nella fortezza reale, dove patiscono quasi sempre una morte precoce sotto una dura schiavitù.

5. In queste cattive situazioni sempre più in aumento, DIO interviene mediante il tisbita! All’improvviso costui compare presso Som-Hasad, che si spaventa: “Elia, amico o, …profeta! Tu osi passare attraverso la Samaria in pieno giorno ed entrare apertamente presso di me?”. Si salutano cordialmente.

- “Temi qualcosa?”,chiede tranquillamente il tisbita.

- “Non per me, sebbene… Ora, questo più tardi. Ho paura per te; tu sai certamente che cosa sta succedendo da noi”.

- “Sì; per questo il Signore mi manda! Domani mi presento prima da Acab”.

- “Se questo va bene per te, Elia. Ricordati che su Israele ora domina Sidone”.

6. “Che io non temo!”, riecheggia forte la voce di Elia. Nello stesso istante si apre la porta. Impaurito, Som-Hasad si volta. Dopotutto, lui non è un profeta, ma è malvisto a corte per via dello scarso pagamento delle tasse, rivelato da Obadja. Acab non ammette che gli alberghi della Samaria e i luoghi di scambio della merce diventino ora sempre più vuoti. Su che cosa sono da pagare le tasse, se si smorza il guadagno con falsi statuti? 

7. Elia saluta l’ospite. È Obadja. “Amici”, dice costui seriamente, “un profeta non ha bisogno di usare del riguardo; ma io ti ho già sentito quando ero nel vicolo. Abbastanza significativo per lasciar andare gli sgherri. Non ti avverto solo per la tua protezione, Elia, ma per via del nostro oste. Il mostro…, no”, si interrompe. “Senza espressioni forti, che tu non ami, mio degno amico; tuttavia, …Isebel cerca pretesti per sequestrare Som-Hasad insieme a tutto l’inventario. E’ particolarmente attratta dalla cavalla assira argento-grigia. Se uno dei loro sgherri ti avesse sentito, Elia, allora …”

8. Per quanto il ricambio mondano è senza supervisione del Cielo, ti do ragione, Obadja”.

- “Domanda: dove rimane il Cielo, nell’ingiustizia, che avviene sotto la mano di Acab? Che cosa commettono i poveri, tanto da essere schiavizzati? Che cosa ne è dei ricchi, che vengono uccisi e derubati dei loro beni? Sono più cattivi di Acab, insieme alla prostituta?”

- Elia guarda attraverso la stretta finestra in su verso le nuvole bianche. Anche lui chiede ugualmente al suo Dio? Il profeta conosce unicamente la dottrina e, …nessun consiglio per tutta l’amarezza degli oppressi?

9. Sì, all’improvviso si gira. Il suo viso è talmente irradiato, che gli uomini quasi fuggono da lui. “Amico Obadja, una domanda che non ti vuole offendere: prima di conoscermi, eri un buon israelita? E se DIO non ti avesse chiamato, non saresti anche tu un succube della, …della regina di Baal?”. – Umiliato, l’uomo di corte abbassa il suo sguardo.

10. Elia abbraccia l’afflitto. “Così è da misurare il popolo. Dato che ora perde la parte terrena, comincia a lamentarsi. Solo esteriormente gliene importa del suo Dio; poiché se la sidonita vivesse più da israelita, non esisterebbero altri ricatti com’è successo fino ad ora, siane certo: con poche eccezioni tutta la Samaria andrebbe ora ai monti degli dèi dedicati a Baal, per sacrificare lì! Le eccezioni sono in gran parte già fuori dal paese ed albergano in Siria senza timore. Come là andrà avanti, lo vedrete; come, ancora di più, che il SIGNORE è l’Onnipotente!”

11. Le parole forti hanno il loro ffetto. I samaritani si chinano dinanzi ad Elia, che li supera non solo spiritualmente. “Venite”, ricomincia, “andiamo nella piccola camera”. Lui intende la prima stanza che aveva abitato, che Som-Hasad da allora ha tenuto libera per lui.

- “Do’ l’istruzione al mio custode”, dice l’oste, “affinché badi al giusto”. Quando ritorna, porta con sé del vino, pane e frutti. Persino del burro fresco splende dorato su una foglia fresca.

12. Elia si fortifica e racconta che ha soggiornato a Damasco, ed era urgentemente necessario, poiché, nonostante Benhadad è buono con Giuditta, lei si è ammalata di nostalgia di casa. Il siriano era stato colmo di lode, quando con la visita di Elia la malinconia cadde dalla figlia di Giuda. Inoltre, riferisce ancora dei cattivi fili che Isebel aveva tessuto come una rete di ragno, e che presto opereranno come stringhe.

13. Il crepuscolo scende sul paese, quando Obadja si alza. “Devo affrettarmi e – mi perdoni il Signore – se ho riflettuto sul discorso, ragion per cui ho lasciato il mio servizio. Il vecchio mangiatore di borselli, Acab…”, si corregge presto, quando nota lo sguardo mezzo punitivo di Elia, “…mi riceverà con musica da marcia”.

- “Certamente”, sorride costui”, e la supervisione del Cielo sarà nascosta. Resisti, Obadja, poiché anche questo fa parte del servizio”.

- “Se è così, sopporto dieci Acab e, se necessario, venti draghi rossi!”.

- Som-Hasad sorride, nonostante il peso che lo opprime. “Beh, certe misure non riesco a digerirle, e nemmeno tu, mio Obadja; al massimo il nostro grande amico Elia. Lui sa affrontare ancora con altre folle”.

14. Costui guarda con occhi severi. “Sì, devo contare su poteri maggiori. Ma il SIGNORE è il mio Dio! È possibile che anche per me il Cielo avrà chiuso apparentemente una tenda. Allora non diventate pazzi, qualunque cosa accada. Domani alla sesta ora (è inteso dopo il sorgere del Sole) vengo alla fortezza. Obadja, sii pronto, ma mi annuncerò solo quando mi vedrai”.

15. “Pensi forse che già oggi mi metto a dirlo a tutti?”

- “Non ci mancherà molto”.

- E ciò accade. Quando Obadja si annuncia da Acab, parte un tremendo temporale, che Isebel sostiene con scherno. Fra un colpo e l’altro Acab domanda se Obadja avesse incontrato il tisbita. La coppia regale conduce certi discorsi di scherno, in modo tale che il maresciallo stava quasi per tradire la sua via.

16. “Mio re”, dice lui, “il profeta compare ancor prima che possa piacerti, perché …” Gli viene in mente in tempo l’avvertimento di Elia. Diventa pallido, cosa che non sfugge ad Isebel. Gli costa molta fatica trovare delle scuse, finché Acab è tranquillizzato ed Isebel preferisce di fingere l’indifferenza. Nella sua bella stanza s’inginocchia. “O Dio, quasi avrei tradito Elia, e in più la Tua santa Faccenda! Dammi la Forza, affinché possa tenere più a freno la mia lingua”. Prega a lungo, finché una beatitudine colma il suo cuore. Consolato che il Santo ha aiutato e che tiene nella Sua destra lo Scettro della Creazione, dorme fino al suono di corno che ogni mattino sveglia gli abitanti del palazzo.

 

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Cap. 5

Elia temerario annuncia il giudizio su Jesreel

Il marchio d’infamia della meretrice di Babele

1. L’essere non regale del re Acab si manifesta in modo molto evidente quando l’alto messaggero di Dio, ardente della Luce spirituale, si trova presso il trono sul quale costui si è seduto in modo teatrale. Un sorriso leggermente sarcastico è intorno alla bella bocca sbarbata del tisbita.

2. “Chi sei?”, chiede Acab in modo imperioso. “Mi sono fatto annunciare”. La breve risposta fa riconoscere molta temerarietà. Sebbene Isebel che è diventata sempre più indispensabile per Acab, attualmente non è presente, lui si arma della sua cattiveria. “Il tuo nome non mi dice niente, servo! Ricorda: Tu sei un mio suddito!”

- “Non che non lo sappia, Acab”.

- “Godi di poca educazione. Non sai come si parla a un re?”. Le vene di Acab si gonfiano alle tempie.

3. Ecco che entra frettolosamente Obadja. Quando vede i segni di ira regale, diviene inquieto; lui conosce i metodi di quanto rapidamente una persona tende a scomparire qui. Di nascosto fa un cenno d’avvertimento, ed Elia lo vede, ma non se ne serve. “Acab”, dice pesantemente, “non sto dinanzi a te né come servo, né come suddito. Io sono il discendente di un alto principe a cui è stato insegnato di incontrare degnamente un buon re, ma uno, che solo di fronte alla sua ambizione valuti un mendicante!”

4. “Che cosa? … Osi dire a me, il re, nella mia fortezza?”, Acab, blu nel volto, si precipita su Elia.

- Obadja salta in mezzo. “Mio re, limitati! Devo confessarlo: il tisbita proviene da una casa più alta di quella di tuo padre, il re Omri, che il popolo si è scelto dal mucchio” [1° re 16,16].

- Gli occhi di Acab escono quasi dalle loro orbite. “Devi imparare a conoscermi, servo di avvoltoio! Chi ti ha fatto diventare un superiore e un maresciallo da campo? Sono sempre stato pietoso e ti ho lasciato fare quello …”

- “…di eliminare molte delle tue infamie!”. Elia si è fatto avanti senza paura. La Forza di Dio opera potentemente in lui. Nei suoi sguardi c’è lo scintillio di un portatore di spada.

5. “Il Signore non vuole che discuta con te su cose passeggere”.

- “Tu sei mio suddito!”, inveisce il re. “Tu mi devi obbedire, come abitualmente (obbedisce) il servo al Signore. Solamente io stesso non ho nessun signore su di me!”

- Nel cuore di Luce entra compassione. Con calma Elia risponde:

6. “Acab, hai detto una parola vera! Nessun signore sta su di te, perché il Dio d’Israele vale meno per te che il tuo idolo Baal. Nessun pagano fino alla più lontana fine di questa Terra è così senza Dio come te!”

- Diventato pallido come un morto, Acab stringe le sue dita nella pesante stoffa del trono. “Il Signore?”, ansima. Timoroso guarda verso la tenda se arrivava Isebel, poiché allora sarebbe di nuovo libero dalla coscienza che scava, che gli crea delle notti insonni.

7. Ecco che si muove la tenda che conduce alle sue stanze. Ah, quanto fa bene! Sente nuova forza, per resistere al Dio invisibile. “Ma dove abita Lui? Se Lui è il tuo Signore, perché non Lo hai portato? Oppure il tuo Dio è così piccolo, …che Lo porti nel tuo cuore?”. Un orrendo scherno ha tolto di colpo la paura ad Acab.

8. Lo schernito alza soltanto la mano. “Che interessa ad un servo di Baal come porto il mio Dio nel cuore e non riconosco nessun altro SIGNORE che LUI solo? Tu certamente non Gli dai nessuno spazio, né in te e nemmeno nel popolo; così per te non rimane libero nessuno spazio nel tuo Cuore per Dio. Stai seduto solitario nella povertà del tuo trono, …che presto potrà spezzarsi!”

9. “Fuori!”. – Dei servi si precipitano.

- In quell’istante entra Isebel. “Alt!”, sfreccia la sua voce come una frusta. “Mi voglio prima osservare lo strano santo!”. Andando verso Elia come una bestia selvaggia, ordina con forza: “Inginocchiati e dimostra la tua sottomissione!”. Sul volto del profeta passa un sorriso indefinibile. Sente così chiaramente come la donna viene catturata dalla sua bellezza maschile, cosicché, meno da regina e più da prostituta, cerca di umiliarlo.

10. “Dato che non sono né un sidonita né un samaritano, così non si può cedere al tuo desiderio da prostituta. Ma per questo il re Benhadad ti manda a dire che il tuo sforzo per catturarlo sarebbe inutile. Lui ti rimanda la tua lettera d’amore”. Elia consegna ad un servo un papiro, e per alcuni secondi Isebel perde la sua compostezza.

- Quale onta le causa il siriano; qual amaro tradimento davanti ad Acab, tramite Elia! Lo devono espiare entrambi! La sua ira è al massimo. “Non ti sforzare, sidonita!”

- “Prima che tu faccia dei piani, un santo piano su di te diventa realtà!”

- La profezia risveglia nuovo orrore in Acab. Come un omino è accovacciato sul suo grande trono.

- Invece Isebel tira disdegnata le sue labbra. “E sarebbe? Si può forse sapere questo piano

11. “Lo saprai, prostituta di Baal!”. Anche se la situazione è pericolosa, Obadja deve ridere. Ah, anche il profeta usa un’espressione forte. Costui continua a parlare nel fuoco dell’ira: “Se fino all’ultimo periodo di pioggia”, intesa è la conclusione del raccolto, “non sono smantellate tutte le case di Baal, e distrutti i loro altari, le alture di Baal non diventeranno dei tranquilli pascoli, il santo Piano di Dio vi getterà sull’orlo della disperazione insieme al popolo, che amoreggia con Baal!”

12. Persino Isebel sottostà alla portentosa parola, ma la sua scelleratezza distrugge il leggero germe della comprensione, mentre Acab, i servi del palazzo ed anche Obadja, osservano pallidi come cadaveri l’annunciatore di sciagure. La regina getta una catena, di cui ne pendono alcune dal trono, tintinnante davanti ad Elia, in segno che sarebbe subito da condurre via legato. Soltanto, che nessuno sembra accorgersi della nota indicazione; tutti si sono ritirati verso la parete. Allora prende una seconda catena, per eseguire lei stessa il lavoro da sgherro.

13. Ma arrivata quasi davanti al profeta, lascia cadere all’improvviso il ferro. Le sue mani dolgono come bruciate. Si domina brutalmente. Nessuno, nemmeno il suo nemico deve trionfare di vederla debole. Più tardi si accorge che gli anelli della catena si erano incollati nelle sue mani, e il marchio della bruciatura non va via. Il segno nella mano, …a chi serve la prostituta di Babele?

14. “Per oggi non ho più niente da dire; ma nelle prossime settimane…”, Elia intende il tempo della raccolta, “…mi rivedrai, Acab!”

- Senza saluto, senza degnare Isebel di uno sguardo, il profeta lascia la fortezza, salutato per paura, con riverenza, dalla servitù nei corridoi e nei cortili, perché le orecchie dietro le pareti avevano già provveduto alla diffusione di questa udienza mai avvenuta.

*

15. Ci vogliono diversi bicchieri di un vino forte, prima che Acab si riprenda. Bevendo fa i conti col suo servitore, mentre per il suo massimo stupore, Isebel prende le sue parti. Obadja sta molto in guardia. A lei riesce di inculcare al re la menzogna che Obadja avrebbe agito in modo del tutto giusto, perché il mago avrebbe molti amici potenti all’estero. Acab avrebbe dovuto affrontare il forestiero diversamente.

- “Ma, tu hai …” si diverte Acab.

- “..voluto legarlo?”, Isebel ride in modo disgustoso. “Il re non sa che cosa è da fare nel momento decisivo, …e che cosa no? Si trattava di rendere innocuo il pericoloso criminale, oppure di scacciarlo per il momento. Ah, il pericolo ha dimostrato che è fuggito via”. – Persino Obadja lo crede in modo passeggero; è sembrato davvero così.

16. Isebel si fa portare dell’unguento prezioso di nardo, per trattare le sue mani che dolgono malamente. Con la bocca distorta, dice con falsità: “Affinché passi il puzzo d’animale!”. Così disdegnosa parla di Elia. Lei rivolta la sua faccenda con Benhadad parlandone disinvolta. Sarebbe stata solo una trappola; avrebbe voluto legare la Siria alla Samaria, perché avrebbe sentito da Eth-baal – non dice mai ‘padre’. Benhadad avrebbe reso succubi trentadue re. Una faccenda seria! Naturalmente Acab non ne aveva saputo nulla, come al solito.

17. “Per che cosa ho un maresciallo al campo?”, si lamenta il regnante, che già si vede preso prigioniero e collega questo messaggio con la profezia del tisbita.

- Obadja si inchina tranquillo: “Mio re, non è ancora così serio; per questo ho taciuto, altrimenti il mio re strapperebbe il patto con Benhadad fuori tempo. Ma il pericolo di cui parlava il messaggero di Dio …”

- “Smettila con lui!”, urla Acab di nuovo infiammato d’ira. “Non voglio distruggere né le case di Baal, né i loro altari o le alture, anche se tutto il bestiame della Samaria andasse in rovina! Deve pascolare nel deserto!”.

- O Acab, presto ti accorgerai, nella paura, …di come le tue oltraggiose parole si adempiono.

 

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Cap. 6

Idolatria – Il miglior provvedimento del profeta – Dio aiuta i Suoi

1. Durante il raccolto degli stimati samaritani, la cui ricchezza aumenta il tesoro di Acab, devono costruire nel centro della città un nuovo tempio assegnato agli idoli personali di Eth-baal. Al Baal-Sebub presso Ekron, chiamato così in onore dei filistei e durante la costruzione, Isebel si umilia spesso per atteggiare i sorveglianti più cattivi. Lei comanda da Sidone quattrocentocinquanta sacerdoti superiori che s’inquietano di sottostare al suo diretto controllo.

2. La serpe sa ammansirli. Israele dovrà provvedere alla gente di Sebub: questi possono anche reclamare da loro stessi i salari, il che li rende ricattatori. Nel frattempo il borbottio sbocciato viene soffocato dall’abbassamento delle tasse. In questo modo Israele diventa un popolo idolatra. Inoltre, durante alcune feste di Baal la coppia reale offre dei grandi pasti liberi, e il popolo eletto, per lo stomaco, rinnega costantemente il suo Dio, che ha dato loro i Comandamenti sul Sinai. [Esodo cap.20]

3. Elia nel frattempo gira liberamente per il paese, da lontano spesso deriso. Questo non lo opprime; viene soltanto assalito da grande tristezza per via dello smarrimento d’Israele. Allora discute sovente per delle ore con Dio, il Quale gli da risposta. All’inizio del raccolto principale entra da Som-Hasad. Questo viene riferito a Isebel. Ma persino dei guerrieri sidoniti si rifiutano di catturare il profeta. L’ira irragionevole di Isebel sale ancora di più, più sovente glielo ammoniscono i marchi d’ustione nella mano.

4. L’oste ha paura, e con ragione, anche per se stesso. La sidonita interviene in modo sempre più marcato nelle file dei cittadini ricchi.

- “Non ti preoccupare”, lo tranquillizza Elia mentre siedono insieme per una piccola bevuta nell’abitazione dell’oste con Obadja e insieme ad altri amici, fra i quali il pio sacerdote superiore della sinagoga di Silo. “Su di voi che siete radunati qui, come anche su certi fedeli, riposa la mano di Dio con la Sua benedizione”.

- “Ah, a ben pochi il Signore fa a costoro, tramite te, la promessa di Grazia”, dice l’artigiano Sumnassa di Ophra che era arrivato con il sacerdote superiore Ruben-Heskael, per vedere anche lui Elia, una volta. “Perché così tanti devono languire sotto una tale cattiva regina?

5. “Gli innocenti sono contati. Credetelo, amici!”, Elia è preoccupato, poiché lui (Summassa) può ma non vuole cadere nelle bracca di Dio. Perciò dice: “La santa Volontà di Dio sta su tutta l’umanità!”

6. “Va bene”, dice il commerciante di nome Tusbala, che per prudenza aveva evitato la piccola macchia di Enon. “Anche il commerciante Maggot che in Damasco possiede un magazzino di commercio è stato sequestrato da poco. Ieri l’ho visto trascinare delle pietre. Non lo avrei quasi riconosciuto. Mi ha guardato molto disperato. Sua moglie è diventata la serva di Isebel. Per fortuna i loro piccoli bambini hanno potuto essere salvati. Io gli mantengo il magazzino siriano. Maggot è sempre stato un uomo credente, giusto”.

7. “Fino a quando qualcuno è giusto davanti a Dio è tuo amico”, conferma Elia. “Aspetta soltanto; anche Maggot è un dito che DIO si conserva contro Acab e contro Isebel, buon amico”.

- Il maresciallo non si trattiene da un sorriso sotto i baffi: “Da quando usi delle espressioni forti?”

- Elia sorride gentile, cosicché il gruppo sospira sollevato. Quanto è vicino a loro il profeta, anche come uomo.

8. “Obadja ha ragione a farmi notare un errore, pur se anche Dio nella santa Ira dice delle parole dure. Quindi ecco! Insultare quella nella fortezza, una prostituta di Baal, ne ho avuto una doppia ragione per via del suo messaggio a Benhadad e perché ha cercato di catturarmi con il suo corteggiamento. Se si dicono delle parole nell’ira e nella rabbiosa passione, che fin troppo facilmente offende il limite del giustificato, allora sono diaboliche; avvelenano il proprio cuore. Perciò guardatevi dal pronunciare dure parole, e usatele solo quando ve lo dice lo spirito di Dio.

9. Egli vi ha riuniti per cose più importanti. Ascoltate: fino alla fine del raccolto ci sono ancora due settimane. Non vendete nulla all’estero; fate dei granai, disseccate i frutti del campo e del giardino. Pulite i pozzi e siate parsimoniosi con l’acqua. A te, Tusbala, Dio assegna un compito perché tu Lo ascolti, mentre Maggot, nonostante le buone azioni, riserva poco tempo al Signore. Certo, ora Lo invoca nella sua miseria, e Dio lo salverà. Dà ai commercianti un cenno e concludete i vostri contratti sul magazzino commerciale in Damasco. Comprate del frumento e dell’olio quanto ne potete. Ma guardate, voi commercianti…”, la voce di Elia diventa dura, come gli amici non la conoscono. “…come voi comprate la merce a poco prezzo, così è da vendere senza prezzo d’usura quando se ne avrà bisogno!”

10. Si guarda con spavento nel volto del tisbita diventato severissimo. La lingua di Som-Hasad si scioglie per prima. “Perché, amico nostro, dici questo e in questo modo grave?”

- “Oggi non mi comprendete”, Elia indica intorno, “ma prestissimo si sentirà la Mano di Dio. Per il vostro bene non posso comunicarvi il futuro ma, …siate pronti!”

11. Ora ci vogliamo separare. Io vado a Silo, ma presto ritornerò”.

- “Ti accompagnerei volentieri”. Obadja stringe forte la mano di Elia. “Ma proprio in questo tempo Acab ha dei stranissimi desideri; devo sempre essere pronto”.

- “Amico, il tuo compito è qui”, risponde il profeta. “I prigionieri hanno bisogno di te. Va’ nelle carceri, porta loro consolazione e pane. È una funzione sacerdotale che il Santo ti affida”.

- “Oh, Elia! Non l’ho ancora considerato così. Ora deve succedere ancor più di quello che ho fatto finora. Qualche volta ho avuto paura quando sono andato da loro di nascosto”.

12. “Di chi? Sta Acab al di sopra di Dio, oppure è l’Onnipotente sulla Sua Opera?”

- “Quale parola!”, esclama entusiasta il sacerdote superiore Ruben-Heskael. “Anch’io confesso che ultimamente ho avuto spesso paura per la mia vita, perché i sidoniti, soprattutto la specie nuova”, lui intende quelli della casa di Baal-Sebub, “provocano noi samaritani. Se qualcuno di noi dice la minima cosa contro Baal, contro Isebel o Acab, allora guai! Poco fa sul Carmel sono stati bruciati tre dei nostri”. Gli uomini sono scossi da questo racconto.

13. Elia si alza veloce. “Affinché la misura sia colma! – Così parla l’Onnipotente!”. Loro si chinano, ed Elia li benedice dallo Spirito di Dio. Dopo l’addio cordiale, in parte rattristato, lo si lascia andar via malvolentieri, già per il fatto che ognuno si sente protetto non appena ci si trova accanto a quest’uomo di Dio. Una alta forza inspiegabile procede da lui.

*

14. Quando gli uomini vanno per la loro strada, si accorgono che questa forza li circonda come un mantello di protezione, soprattutto Obadja che nella fortezza ha da aspettarsi diversi pericoli. Nelle successive tre settimane scuote sovente la testa. Qualunque cosa intraprende, …riesce. Se di notte porta delle ceste piene di pane ai prigionieri, non incontra nessuna guardia, benché siano appoggiati a mucchi ad ogni angolo. I prigionieri gli sono affezionati e lui prega con loro. Allora si rivolgono di nuovo alla loro fede, e l’amarezza della prigionia li abbandona.

 

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Cap. 7

Due martiri - L’ira di Elia – Come muore uno sgherro

 

1. Tre settimane e mezza più tardi il raccolto è finito. Il tisbita si trova presso il palazzo di Samaria, senza che lo sappiano i suoi amici. Al mattino presto era successo qualcosa di orrendo. La città è in subbuglio e i soldati di Sidone passano pesantemente armati attraverso i vicoli. Qualche giorno prima la casa di Baal-Sebub era stata consacrata con enorme pompa. Israele i era affluita, meno interessata se si pregasse al suo Dio invisibile oppure a Baal-Sebub, una gigantesca figura su una bestia scarlatta[3] che osserva la folla degli uomini con occhi morti di pietre preziose, che più per assistere al grande pranzo di una festa popolare che Isebel aveva previsto. Una tal cosa non la si doveva perdere.

2. Ora, nottetempo, quando le guardie dormivano ubriache, due sacerdoti hanno posto sul largo cornicione di marmo bianco sul quale troneggia l’idolo, una imitazione ben lavorata dell’Arca del Patto come si trova ancora a Gerusalemme dal tempo di Mosè. Hanno fatto un grande sforzo per issare la pesante imitazione sul cornicione alto diversi metri.

3. Si erano già allontanati di nascosto per osservavare soddisfatti il loro atto, ma ecco che si erano posate delle mani pesanti sulle loro spalle. In un attimo furono stati legati e condotti immediatamente da Isebel e da Acab. Da questo avvenimento e dalle sue circostanze la città si è rapidamente risvegliata dalla sua ebbrezza. La maggior parte degli israeliti si era rallegrata per il coraggio, meno della fede che piuttosto per via dell’allegro spettacolo. I cittadini e i forestieri si erano trascinati in massa verso la casa di Baal-Sebub, nella quale nel frattempo i due sacerdoti erano stati confinati.

4. Isebel chiese al ‘dio del suo popolo’ che cosa meritassero i colpevoli infami. La risposta giunse dalla bocca dell’animale: “Cospargerli d’olio e bruciarli davanti a me!”. I sidoniti giubilarono, mentre gli israeliti, presi da terribile spavento, volevano fuggire. La folla, però, stava a migliaia davanti al portone; non c’era via di fuga. Il verdetto, subito eseguito, risvegliò maggiore orrore, dato che i due martiri non emisero nessun lamento per il dolore, benché il loro tormento era terribile.

5. Quando il fuoco divampavò alto, Isebel gridò duramente. Il suo grido si perse nel tumulto del popolo, poiché le sue mani le bruciavano molto di più che quando la catena le aveva segnate. Corse a casa; ma nessuna pomata leniva il dolore. Solo quando le povere vittime ebbero espiato la loro vita, subentrò un piccolo lenimento.

6. Ora le capita a proposito Elia, e lei va da Acab, anche se con il massimo sforzo. E se dovesse sopportare ancora una volta quel dolore pazzesco, a lui deve succedere come ai due oltraggiatori del suo idolo, mediante il quale domina Israele! Ora è già seduta sul trono, quando Acab entra nella sala. Anche se la terribile morte dei sacerdoti non lo tocca minimamente, dice comunque con una paura poco celata: “Hai sentito, Isebel? Il tisbita è nel cortile”.

- “Sì! Questa volta non mi sfugge!”

7. “Elia entra; dietro a lui Obadja, sconcertato. Perché Dio non ha impedito l’orrendo crimine? Perché Elia non l’ha evitato? Egli si preoccupa per lui con il cuore timoroso. Il profeta gli si rivolge, e la sua calma passa sul maresciallo che ora si mette da parte, saldamente disposto a difendere il caro amico fino all’ultimo. Ognuno dei soldati del popolo gli obbedisce, dato che la fortezza per via dell’agitazione è molto spoglia di guerrieri sidoniti, e ciò è vantaggioso per un intervento.

8. “Acab!”, la forza della chiamata incute spavento al re che, da ometto miserevole, sta di nuovo accovacciato sul trono. “Dato che hai compiuto una tale azione scellerata, ora succederà quello che ti ho annunciato! Nel Nome del mio eterno-santo Dio non deve piovere, affinché il paese bruci!”

- Isebel esclama con indomabile scherno: “Lo puoi dire, dato che la stagione delle piogge è passata. Arci-menzognero, tu profetizzi ciò che succede comunque! Hah, …oggi non mi fuggi dalle mani, anche se te le dovessi mettere addosso io stessa!”

9. “Fallo!”. Elia si ferma davanti a lei. “Voglio farmi catturare, ma solamente da te!”

- Isebel, pronta a ogni prostituzione, pensa che Elia fosse giunto a cedere a lei per paura, per sfuggire così a uno stesso destino. Perché non sarebbe un uomo se non avesse sentito la sua passione che alla sua vista era divampata in lei. Ride diabolicamente, che Elia – per ribrezzo – deve distogliersi via. Va verso l’uscita e nessuno lo trattiene. Giunto alla tenda si volta ancora una volta verso Acab e dice:

10. “Le tue atrocità ti portano il battere i denti! Se in questa notte non ti converti, tu e il popolo, allora vi colpirà il Cielo! Domani alla stessa ora sarò di nuovo qui!”. Mentre si allontana, vede appunto come una schiava viene trascinata via.

- Obadja sussurra: “E’ la povera moglie di Maggot”.

- Elia interviene fulmineamente. Correndo dietro allo sgherro, lo raggiunge ancora nel corridoio.

11. “Lasciala andare, infame!”

- Il sidonita ghigna. “Potresti starci tu! Prima …”, fa un gesto inequivocabile di cosa farà alla vittima, “…e poi i colpi”.

- Perfino Elia è impaurito: “Signore, dov’è il Tuo braccio forte?”

- «Ti ho messo il Mio forte braccio nella tua mano, …e la parola della Mia ira nella tua bocca!»

12. Obadja teme per Elia, poiché il rumore ha attirato Isebel. Veloce, Il profeta trascina indietro deciso il sidonita, e presto lo sgherro si accascia come un mucchietto di cenere. La polvere copre una sola piastrella del paimento. Acab corre sconvolto nella sua camera. Isebel resta congelata; non osa eseguire la sua cattiva volontà. Gli abitanti della fortezza evitano Elia spaventati, il quale porta via senza fatica la donna svenuta e la porta premurosamente nell’albergo di Som-Hasad, seguito da Obadja.

13. Strada facendo incontrano dei prigionieri, tra loro Maggot. Quando vede sua moglie in fedele custodia, sfuggita alla fortezza, ringrazia Dio fra le lacrime. Nessun guardiano osa batterlo. La moglie di Som-Hasad, una silenziosa, delicata israelita, riceve l’ammalata. In segreto viene portata di notte oltre il Giordano e poi a Damasco dai suoi figli, con uno scritto d’accompagnamento di Elia a Benhadad.

*

14. Gli uomini sono seduti insieme in silenzio. L’avvenimento crudele del mattino e il coraggio di Elia, opprimono. Come finirà? – “Non bene per la prostituta di Baal e per il suo servo”, dice Elia. “Ancora un paio d’anni e poi …”

- “Ancora anni…?”, Obadja salta su.

- “Ah, Elia, grande profeta, non puoi fare degli anni, …dei giorni? Dove condurrà la tirannia? Pensavo che la gente ci ripensasse, quando la paura, la miseria e il bisogno l’aggravano. Invece finora il demone satanico ha, …no, mi manca la parola, e non è importante come la si chiami: lei ha ancora saldamente il trionfo nel pugno”.

15. “Era l’incarico di Dio di eseguire il giudizio sullo sgherro. Infatti, amico, così parlò il Signore: «Ho messo il Mio forte Braccio nella tua mano e la Parola della Mia Ira nella tua bocca!» Obadja, che cosa avresti fatto, se fosse stato assegnato a te il compito?”

- “Io…? O Elia, non tentare il tuo servo! Tu vedi come fermenta nel mio cuore, poiché giornalmente intorno a me avvengono delle crudeltà disumane. Se dovessi sperimentarlo, …anche tu agiresti magari diversamente. Ma così? No, non lo posso dire”.

- “Va bene, fedele! Guarda: dato che la compassione scava in te, perciò sei stato eletto, per fare ancora delle cose che solo pochi possono fare. Ma qui …”, Elia riflette, per poi – stando diritto – completare:

16. “…qui può avvenire solo ciò che DIO esegue anche senza di me. Tuttavia Egli ha taciuto la Sua Volontà con l’Onni-Compassione! Questi di Baal sulla Terra non si salvano; ma al popolo va l’aiuto, se …si lascia aiutare. Se oggi fosse insorto contro Acab e la meretrice – in verità – a costoro sarebbe capitata la sorte dei sidoniti!”

17. Il popolo si ribella da ore”, s’immischia Som-Hasad. “E’ un buon segno? È una via che conduce di nuovo alla Luce?”

- “Se sì, allora Dio avrebbe aiutato! Ma in genere, Israele è già molto lontano dalla vera via, che gli è indifferente chi viene sollevato a Dio. La ribellione riflette soltanto la paura, perché a ciascuno può succedere questo. Inoltre, Ruben-Heskael aveva avvertito i due sacerdoti preoccupandosi di loro, e non aveva considerato buona la loro impresa.

18. Invece loro, …hanno riconosciuto apertamente il loro Signore. Il dolore del corpo è stato breve e le loro anime sono salite su. Invece quelle di…”, Elia indica il palazzo con rabbia, “…devono sopportare quattro volte le sofferenze provocate, poiché la punizione ‘fino alla terza e alla quarta generazione’, si conferma su di loro! Quando avranno di nuovo rimesso insieme il loro essere, allora una successiva azione terrificante commessa da loro ricadrà molteplice sul loro capo. Perciò lasciali agire per i loro anni, finché un giorno il popolo maturerà per la buona o la cattiva via, secondo quale si sceglierànno”.

19. La dura voce di Elia sottolinea il peso. Finalmente il maresciallo di corte osa domandare se non fosse il caso di chiamare gli amici, per essere pronti quando…

 “…mi succede qualcosa?”. Elia impone le sue mani sugli uomini: “Vi voglio fortificare grazie alla Parola di Dio mediante la mia bocca!”. – Presto sentono una saldezza interiore, una libertà che li fa cadere ai piedi di Elia. Non davanti a lui, ma dinanzi al SIGNORE s’inginocchiano, che Si rivela meravigliosamente nel Suo servo, in un angelo (Michael) diventato uomo. In futuro non ci orrà più una seconda benedizione, benché qualche ora debole li renderà ancora timorosi. Si troveranno in ogni tempo nella Forza di Dio.

 

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Cap. 8

L’annuncio di un giudizio – La grande siccità

1. Gli abitanti della fortezza sono agitati. Oltre ad Obadja ci sono ancora solo alcuni camerieri del luogo in servizio. Isebel ha esiliato la gentaglia, conseguentemente l’edificio pullula dei servi di Sidone e di soldati. Ci si è preparati all’arrivo di Elia. Istigato da lei, Acab vuole distruggerlo. La forza di Dio di costui gli è inquietante. Non dimentica nemmeno che il tisbita in quanto discendenza è superiore. Inoltre, è semplicemente invidioso della figura coraggiosa, del volto nobile, di cui la pelle chiara un po’ rude appare distinta. E’ un principe da capo a piedi. – Invece lui? Appena di metà altezza, spigoloso, con un volto da bambino che sovente appare ridicolo, lui può soltanto incatenare, quando amoreggia. A volte il suo contegno è seducente, almeno nei confronti di gente che non possiede nessuna forza di giudizio.

2. Il re riceve Elia con scherno e derisione. “Hai detto che non sarebbe piouto. Nella notte, nonostante il tempo del sud (è inteso il vento secco), è piovuto fortissimo”.

- “Aspetta!”, risuona Elia gravemente. “Non farai tre raccolti[4], e il quarto sarà tardio e magro. Il bestiame d’Israele pascolerà nel deserto, che si chiamerà ‘Samaria’! Tant’è vero che il SIGNORE vive, non dovrà piovere un tempo, due tempi e un mezzo tempo! Vedrai quarantacinque lune, ma nessuna goccia di pioggia dopo la rugiada!”

3. “A chi importa ancora qualcosa del tuo vaniloquio? E’ piovuto!”

- “Sì, nella casa di Maggot, che i tuoi sgherri volevano incendiare. Sono morti nel fuoco; invece il magazzino del commercio è rimasto risparmiato. Acab, guardati!”

- “Di che cosa? I miei servi sono stati imprudenti. Oppure vuoi dire che lo avresti fatto tu

- “Sì, l’ho fatto io, come ieri il tuo sidonita è diventato un mucchietto di cenere!”

- “Hahaha, non farmi ridere! La fortezza ha per certi scopi dei tubi di riscaldamento e il nostro guardiano ha calpestato una tale piastra. Solo così ha perduto la vita”.

4. “Vuoi schernire DIO? Hai reso schiava la moglie di Maggot, una figlia d’Israele! Quindi, voglio piuttosto rovinare te, che i tuoi ragazzi!”

- “No!”, comincia ad urlare Acab. “Io, … non io ho, …. la moglie di Maggot. …È stata Isebel…”

- “Vergognati! Nascondere il tuo oltraggio dietro la malvagità della tua prostituta!”. – Ecco che frulla una freccia vicino ad Elia, ma è sembrata indirizzata ad Acab perché penetra nel trono all’altezza della testa. Acab, che si e piegato appena di lato, è sfuggito alla freccia mortale. Anche se i soldati sanno chi era stato il tiratore, si precipitano su Elia.

5. “Assassino!”, grida Acab.

- Il profeta va a passo veloce fino alla tenda di perle e tira, finché il tirante cade a terra rumoreggiando. Dietro si trova Isebel che tiene ancora l’arco nella mano e sta mettendo una seconda freccia. “Volevi uccidere tu il re?”, chiede lui sprezzante.

- “Sì, non si può prendere la mira quando la mano del marchio brucia!

- “Il tuo veleno non mi colpisce, assassina, né quello sulla freccia né ancor meno quello del tuo corpo pieno di sporcizia, che è un vaso colmo di orrore e vizi! Vorrei tanto predicarti che sarai salvata, ma il tuo cuore è morto, e ogni costume di donna che nella sua delicatezza è un onore per l’uomo, in te, aborto, nell’ultima fine della Terra si vedrà la ‘prostituta di Babele’! – Ora va, oppure basta che io tenda la mia destra, e tu vanisci come la cattiva cova dei tuoi ragazzi!”

6. Isebel retrocede pallida come un cadavere. S’inalbera: proprio ora! Ma la paura è più grande che il suo essere demoniaco. Oh, questa terribile faccia, gli occhi di fuoco, la bocca d’ira! Getta ancora uno sguardo all’alta figura e – fugge nell’ultimo angolo della sua camera, quanto veloce la possono portare i suoi piedi. Rimane accovacciata fino alla sera; non sente nemmeno l’urgente chiamata di Acab.

7. Quando il giorno dopo lei sente che Elia sarà fuori dal paese, si prefigge che Israele deve ricordarsi di lei per via di quest’uomo che la disdegna, che fa delle cose che – lo confessa – sono inaudite. Molti fachiri frequentavano la corte di Eth-Baal. Sente precisamente la differenza fra le magie di costoro e la ‘Forza ultrasensoriale di un potente’, al quale lei vuole resistere con caparbietà. Non ha detto il tisbita, che rimarrebbero quattro raccolti? Per dimostrare la sua malafede, mette quaranta immagini di Asher, e chiama quaranta servi di Asher. Sono gente giurata di suo padre Eth-Baal che si strofina divertito le mani. Peccato che Isebel non sia un ragazzo, allora non temerebbe per il suo trono. Ora – lei rende Israele una provincia succube; non si può prendere nessun paese ad un prezzo meno caro e senza un colpo di spada.

8. Israele comincia a sentire le catene. Sidone domina quasi del tutto le strade, i negozi, la funzione e il commercio. Non esiste più nessun posto pubblico dove viene dato il diritto ai fratelli. Le immagini di Asher devono essere venerate, e alle feste di Baal che vengono sempre più sovente organizzate, sono ordinate a centinaia. Vengono quasi sempre scelti dei cittadini che servono DIO e che non Lo hanno rinnegato. Loro devono venire, se non vogliono perdere la loro vita, moglie, figli e i loro averi. Chi si rifiuta viene punito; i ricchi con la morte, per incassare i loro averi, i poveri per un lavoro poco pagato.

 

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Cap. 9

[1° Re 17,1-6]: «[1]Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io».  [2]A lui fu rivolta questa parola del Signore: [3]«Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [4]Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo». [5]Egli eseguì l'ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. [6]I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente».

 

La santa resa dei conti di Dio

1. La stagione secca è quasi trascorsa, ma nessun vento porta la pioggia per il paese arso. Il verde inizialmente germogliato, già dopo il primo fiore tende al marrone. Gli animali rosicchiano arbusti e alberi, e distruggono le colture. Inizialmente si è dato loro del frumento da mangiare, ma anche quando la seconda luna di pioggia si arrotonda e dai confini del paese viene sempre soltanto segnalato che lì si preparano dei temporali, nuvole di pioggia che si scaricano con benedizione qua e là, ma da nessuna parte su Israele, è allora che si comincia a minacciare Isebel e Acab.

2. I servi di Baal e di Asher ricevono l’istruzione, e presto Israele maledice il suo Dio insieme al Suo servo, poiché è solo il profeta a trattenere la pioggia. Lo si cerca ovunque, ma nessuno lo trova e persino gli amici rimangono senza notizie, ai quali stranamente non succede niente, nemmeno a Obadja, benché costui resti sulla lista come confidente del profeta. Anche l’oste si trova indenne nella sua casa, benché economicamente aggravato. Al contrario di prima, sua moglie Rebora, la delicata israelita, passa sovente attraverso l’albergo. Lei diventa una consolazione. La sua fede in Dio, che è quella dei suoi padri, è indistruttibile come pure quella nel profeta.

3. Elia è seduto al fiume Krith. Una volta passano da lui a distanza di una gettata di sasso degli sgherri, che egli dice per via del miracolo: “Signore, Tu agisci paternamente su di me. Quelli che mi vogliono catturare passano oltre e non mi vedono. Loro cercano dell’acqua e dei frutti; ma tu mi fai nutrire tramite i Tuoi corvi. Ho compassione dei bambinelli e del bestiame. Non vorresti far bastare senza piovere per un anno? O Dio, TU sei il Creatore di ogni creatura, un PADRE dei Tuoi figli-uomini!”. – Allora davanti a lui sta una Luce nel bagliore di un Sole, il quale (quello fisico) sarebbe un’ombra in una tale Luce, la quale possiede una forma umana. Essa dice:

4. «Elia, ma devo renderti ridicolo, dal momento che hai chiuso il Cielo per tre anni e mezzo? E ora deve piovere, anche se non è passato nemmeno un anno? Si indicherebbe col dito su di te».

- Elia butta la testa nelle due mani. E’ vero! La prostituta di Baal non deve rallegrarsi se la sua parola non dovesse adempiersi precisamente. Ma lui vede delle donne che si lamentano, dei bambini affamati, del bestiame morente, l’amara miseria di un paese che rimane senza raccolto. Si precipita dinanzi alla Luce.

5. “Piuttosto sopporto la derisione! Soltanto, da’ la pioggia, o Signore! Ho abusato del Tuo forte braccio e della Tua parola d’ira, sono passato oltre la Tua mano. Perdona, e lasciami morire!”

- «No, Elia, non hai sbagliato nulla. Se avessi parlato Io stesso, allora avrei mandato sette anni come per gli egiziani! Tu hai fatto soltanto metà di ciò che spetta al Mio Diritto. Il popolo deve soffrire perché rovina tutta la Mia fatica. E’ diventato un popolo di Baal, più per libidine che meno per costrizione della propria vita!»

6. “Ma Signore”, chiede Elia, “non sono più misericordioso di Te. Dove sarebbe il mio sentimento, se non derivasse dalla Tua Onni-Misericordia? Allora non comprendo i sette anni”.

- «Non sai contare, Elia? Sono passati settant’anni da quando Salomone si è distolto da Me ed è diventato un servo di idoli. IndicaMi un re che da allora è cambiato insieme al popolo! Non è quindi il Mio Diritto, alzare un Dito su dieci? Sette anni di settanta?»

7. O Signore, quanto calcoli giustamente! Chiudo la mia bocca e Ti obbedisco fino alla mia morte”.

- «Allora va verso Zarpath, e vedrai che sul Mio Diritto sta la Benedizione del Mio Aiuto! Fa sapere agli amici dove sei; e Obadja deve proteggere gli ultimi fedeli servitori».

- “Signore, eseguo l’Ordine. ma verso Zarpath è una via lunga e il calore è grande; ho anche sentito che pure là non cade nessuna pioggia”.

- «Questo perché Benhadad rifiuta Mia figlia Giuditta che Io amo, e coloro che sono senza patria (rifiutano) il servizio per Me. Così lo lascio colpire da Acab come segno particolare; ma l’ultimo ‘colpo’ andrà di nuovo contro Acab e contro la sua stirpe».

8. “Oh, benedicimi, mio Dio-Padre, affinché percorra le Tue vie e annunci la Tua Parola, e il Tuo operare sia sulle mie piccole mani”.

- «Ti benedico in ogni tempo! Mi hai conservato il tuo cuore, così anche il Mio Cuore conserverà te fino al tuo ultimo giorno».

- “Sì, vedi, Padre, questo mi preoccupa un po’, poiché Tu mi indichi che cosa deve succedere, ma mi tieni nascosta l’ultima”.

9. «Non è bene che l’uomo conosca la sua fine, eccetto quando deve avvenire poco dopo. Lascia a Me il tuo rimpatrio».

- “Perdona la mia curiosità, non voglio chiedertelo di nuovo”.

- «Un figlio può chiedere tutto a suo Padre; deve soltanto accontentarsi se non sempre segue subito la risposta».

- “Mi accontento; perché molto ricca la Tua grazia è su di me. Ti ringrazio, Tu, eterno buono!”

 

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Cap. 10

Come Elia salva dei buoi e un intero villaggio

1. Elia cammina attraverso Isaschar presso Abel-Mehola. Non lo disturba che la coppia reale (per via della siccità) risiede a Jesreel. Sulle alture della Samaria e nelle sue valli regna calura, e soltanto nella notte si svolge della vita improvvisata. Durante il giorno si cerca il sonno nei pozzi. Jesreel, la citta della corte, durante il resto della stagione secca (l’estate) si trova vantaggiosamente all’ombra di due valli. Isebel conduce una grande casa nel ‘palazzo di avorio’, che era stata costruita da abitanti locali sotto durissimo lavoro. Più della metà di loro era morta di fame, cosicché Acab, per mancanza di operai, alla fine ha fatto lavorare solo di notte, che ha significato appena un alleggerimento per gli schiavizzati.

2. La sera allunga già le sue forti dita, quando Elia vede giacere Abel-Mehola su una altura, un amabile villaggio che per la maggior parte appartiene all’agricoltore di campi e pascoli Saphat. Quasi tutti i villaggi lo servono. Lui è’ rispettato altamente in lungo e in largo, così anche sua moglie e il figlio di entrambi, il pio Eliseo. Ora, ovviamente, la macchia giace deserta come tutti i luoghi del paese.

3. Quando Elia corre verso la pianura fra i campi diventati polvere grigia, vede su un pascolo che porta ancora solo pochi cardi, dodici gioghi di buoi che testimoniano di un lavoro faticoso. Dei mercenari di Sidone stanno conducendo via gli animali. Due uomini e anche una donna, stando presso il grande portone della corte, cercano invano di salvare dal generale furto, per sé, i buoi rimasti di centinaia di animali.

4. Elia accorre dritto dritto. “Alt!”. Come un tuono esce da lui la voce di Dio sugli insolenti battitori, che deridono soltanto i lamenti di Saphat. Obbedendo all’ordine di Acab e al rozzo piacere, non si curano nemmeno dell’uomo che nel mantello bianco si sta avvicinando letteralmente volando. Al secondo ‘Alt’ si fermano stupiti. Ma come ‘nuovi’, chiamati prima da Sidone a Jesreel, non conoscono la storia confusa che sta circolando sul ‘profeta del Signore’.

5. “Liberate gli animali oppure vi colpirà l’ira di Dio!”.

- I sidoniti ridono: “Baal è un buon tipo, non ci fa nulla; noi lo accarezziamo come uno dei suoi buoi”.

- “Via gli animali”, esclama Elia, “altrimenti viene su di voi il mio Dio!”

- “Questo non ha nulla da dirci”, schernisce il capo della frotta. Saphat ed Eliseo si avvicinano timorosi. Chi è quell’uomo che non conosce l’onta del popolo? Oppure, …deve magari essere… Non osano credere che sia Elia.

6. “Presto il Sole calerà. Se voi ladri, incaricati dal ladro re Acab e dalla sua meretrice, non lasciate andare gli animali fin da subito, allora uno di voi deve morire. A questo seguirà ognuno che si oppone!”

- “Sentite, sentite… la grande bocca! Ha bestemmiato Baal, il re e la regina! … Su di lui!”

7. “Prima vogliamo vedere lo spettacolo che lui ha annunciato”, schernisce l’uomo della frotta. “ Ed io, …io voglio essere il morto. Ma guai a te! Se non mi uccidi completamente, ti infilzo sul primo bue per via del tuo vanto. E così devi cavalcare fino alla capitale! Ma se davvero metti mano a me, allora devi bruciare vivo!”. Spinge avanti la sua lancia e fa volteggiare la sua frusta di pelle, alla quale sono appese delle pietre.

8. Saphat, preoccupato per lo sconosciuto, s’immischia. “Chiunque tu sia, forestiero, non è bene prendere delle parti. Israele è morta; Sidone ha il potere”.

- “Taci, mangiatore di paglia!”, grida il capo.

- Elia stende la sua mano. “Il sole scende nella sua culla. Indietro gli animali, oppure …”

- “Su, verso Jesreel, abbiamo fatto tardi comunque”, il capo fa rumore con la frusta per spingere i buoi che gridano lamentandosi. Ad un tratto oscilla, cade, ed è morto. Gli altri retrocedono spaventati, mentre Saphat copre il suo capo.

- “O, Dio! … È giunta la salvezza!”

9. Ma non sarebbero dei cattivi ragazzi, se si lasciassero spaventare. “Lui ha ucciso un sidonita; su di lui!”…

- “Alt, attenzione, è uno straniero!”, esclama uno avvertendo.

- “Chiunque esso sia, re Acab e Baal devono decidere di lui!”. Quello che parla così si getta su Elia. E’ morto subito. Allora arrivano tumultuosamente quattro uomini e, …giacciono come polvere nella polvere. Gli altri, sopraffatti dall’orrore, si precipitano via piangendo fino a Jesreel, senza guardarsi indietro neanche soltanto una volta. Senza fiato riferiscono ad Acab.

10. “Avete incontrato il mio nemico”, dice rabbrividendo il re. “Come può un uomo solo tramite una parola …”

- I sidoniti prendono la parola: “Lui è un mostro ed ha delle forze cattive, a cui nessun uomo può resistere”.

- Acab mente a se stesso. “Il tisbita sparirà presto, allora verranno altri su Saphat; e costui deve pagare per la perdita, che il mago mi ha causato! Ora però ci manca la carne per il banchetto di Asher”.

- “Troveremo altro, signore”. – Nella notte rubano diversi animali, ma più tardi nessun sidonita è disposto di attaccare Abel-Mehola.

11. Quelli del villaggio, accorsi, ringraziano Dio ed Elia. Saphat, sua moglie Pelega, una giudea intelligente, risoluta, come Eliseo, hanno vietato nel villaggio il servizio a Baal. Essi sono molto dispiaciuti perché Elia rimane con loro solo per una notte; ma lui promette un ritorno. Il mattino è ancora distante quando riprende la sua strada. Eliseo lo accompagna. Quando si lasciano, lui chiede che il profeta lo voglia benedire.

12. “Tu sei benedetto riccamente”, dice il grande messaggero di Dio. “Cammina sulla via che è la mia strada”. Quando Eliseo dice di voler rimanere sempre timoroso di Dio, Elia nota che non è ancora venuto il tempo del discepolo. Lui passa apertamente nel paese e nessuno lo tocca. A Endor e a Rama non si fa riconoscere, perché cascano gli sgherri dove lui punisce una ingiustizia. Ma loro, sono più colpevoli che i loro cattivi padroni? Ora lui gira sempre di più intorno a città e villaggi, per non causare nessuna discordia.

 

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Cap. 11

In Sebulon la gioia del rivedersi – Un oste si converte e il dito di grazia di Dio lo tocca

1. Si avvicina di nuovo la notte. Elia si trova davanti a Sebulon. Lui percepisce chiaramente: ‘Qui incontro Obadja!’. Non ha incontrato nessun amico in questo viaggio aggravato dalla siccità. Sollevato, si affretta nella città. Come ovunque, pure qui lui da’ nell’occhio a causa della sua figura, col suo volto nobile, coi suoi occhi, in breve: attraverso il divino in lui. Lo si percepisce senza conoscerlo. Un albergatore di nome Ephraot, a metà per via degli affari, e a metà diventato di Baal per costrizione, fornisce informazioni quando Elia chiede del maresciallo del re. “Non hai bisogno di sforzarti, signore. Ha preso alloggio presso di me e viene qui dopo il servizio”.

2. La gioia del rivedersi è grande quando alla sera arriva Obadja. Ephraot diventa diffidente. Perché il maresciallo al campo, dopo re Acab, il maggiore in tutto il paese, tiene una tale amicizia con un siriano? Ma solo nella stanza di Obadja, Elia annuncia l’ordine del Signore.

- Obadja appoggia riflessivo la fronte nelle due mani. “Un compito difficile quasi irrisolvibile! L’amico Ruben-Heskael ha potuto raccogliere solo cento sacerdoti, non di più; tutti gli altri sono stati uccisi. Lui stesso attende la morte ogni giorno”.

3. “Perché la vostra fede è diventata così piccola?”, chiede Elia un po’ severo.

- “O mio caro amico”, risponde Obadja, “ho detto spesso: ‘Tu sei profeta, e come tale pensi e senti diversamente da noi piccoli mortali, perché’ …”

- “Fatti interrompere. Ogni uomo porta due cose viventi in sé, e queste sono il suo spirito da Dio e la sua anima, che egli deve riportare a Dio. In questo siamo tutti uguali. Perché esiste un (solo) Creatore e le creature, un (solo) Padre e i Suoi figli. Il santo JESURUN e la Sua Israele! Chi edifica sull’Altissimo, edifica sulla Roccia! Ma per fortificare ora la tua fede, voglio raccontare quello che è successo finora”. È molto tardi quando finalmente vanno a dormire.

*

4. Il mattino successivo Obadja da’ spiegazioni all’oste di Sebulon, quando costui chiede del presunto siriano. Ephraot, quando sente che quello era il tisbita, si converte in un bel modo. Non prende nemmeno una moneta per il mantenimento del profeta, anche se, tuttavia, non l avrebbe potuto mantenerlo, a meno che non gli fosse affluito un rifornimento speciale dal magazzino di approvigionamento sidonita tramite la presenza del servitore reale. Obadja provvede affinché l’albergo rimanga collegato con il magazzino di approvvigionamento.

5. Con le lacrime agli occhi lascia partire Elia, così pure l’oste che discute ancora a lungo con il maresciallo sul grande ‘profeta di Dio’. Quando Ephraot sente da Obadja dei cento sacerdoti israeliani rimasti e duramente perseguitati, dice rapidamente:

6. “Conosco il nostro paese tutt’intorno dal sud fino al nord, dall’est fino all’ovest; conosco vicino a Thirza dei rifugi per nascondigli di ogni genere; al pendio sud del monte Ebol esistono delle caverne profonde, nascoste. Speriamo che a causa della siccità i cespugli non siano diventati trasparenti. Ma tuttavia, – da questo lato non passa nessun sentiero aperto. Sarebbe un utile nascondiglio per i nostri sacerdoti”.

7. O Ephraot, Dio ti benedica per questo prezioso consiglio, e ti perdoni tutta la tua idolatria per Baal!”

- “Se Egli lo facesse così in fretta, mi sentirei più leggero nel cuore”.

- “Egli lo fa certamente, e tu devi avere un segno che anche il Signore ti fortifichi sulla tua vera parola!”

- “Allora EGLI sia lodato e glorificato, perché ora io stesso devo ridere, poiché ho piegato le ginocchia davanti ad una morta immagine dell’idolo”.

8. Nel pomeriggio dello stesso giorno Ephraot sale su una scala per riparare il cornicione del tetto. In modo inspiegabile la scala cade e l’oste precipita descrivendo un ampio arco, nel cortile indurito. La sua gente accorre piangendo e lamentandosi perché credono di trovare soltanto un morto irriconoscibile.

9. Si irrigidiscono dallo spavento per la corsa, quando Ephraot dopo un poco si alza da sé, certamente molto sconvolto nell’animo. Oh, …il Dito di grazia del buon Dio! Il convertito prega per delle ore. In Sebulon il ‘miracolo’ riconduce qualche israelita, di nuovo, al suo santo Dio.

 

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Cap. 12

Il ‘bello’ - Qualcosa dei portatori di beni, liberi da pesi

1. Elia ha compiuto il suo terzo viaggio, senza contare le molte camminate. Spietato, un ardente cielo si inarca su un mare scintillante che è visibile da un’altura. I campi davanti alla linda cittadina Zarpath sono incrostati di argilla marrone come pietre dure. Solo qualcuno cammina barcollando nell’ardore del mezzogiorno. Tutto indica decadenza. Il tisbita non ha visto nessun’altra immagine da quando ha lasciato il torrente Krith. Sovente ha camminato di notte, per dormire di giorno sotto dei cespugli senza foglie, e questo non perché fosse meglio per lui, no, …per non dover quasi più sopportare le immagini.

2. Egli siede su una pietra con il corpo stanco per via della lunga via che ha percorso a piedi. L’anima è ancora più stanca, perché a causa della sua bocca la terra langue. Anche se il Signore lo ha sgravato con il ‘conto del Suo Diritto a metà’, il peso è comunque rimasto. “Ho pure calcolato qualcosa in modo sbagliato, Signore?”, chiede lui silenzioso dentro di sé. “Se Tu mi ha tolto il peso soltanto con l’esempio, perché mi tormenta così che mi perseguita passo passo?”

- Qualcuno siede accanto a lui; una figura simile alla sua, soltanto più fine, nobile, ah, – sì, sì, celestialmente bella. Elia guarda l’essere con chiaro stupore e con un repentino contatto percepibile di cuore.

3. «Elia, sei preoccupato», comincia il bello. «Le immagini cattive sono diventate per te un peso riprovevole, il che è umanamente comprensibile, e a questo riguardo è anche perdonabile. Tuttavia ti chiedo se tu non vuoi portare il peso per via dei pesi».

- “Pronunci cose strane”, risponde il profeta; “in questo riconosco il tuo alto essere. Non sei Dio, me ne sarei reso conto. Posso sapere chi sei?”

- «Il conoscermi e sapere ciò che ho da dire, potrebbero eliminare i tuoi pesi. Ma allora rimarrebbe aperta la domanda se un profeta senza peso possa agire meglio che un portatore di pesi». Elia riconosce la grande sapienza che l’ultraterreno gli trasmette.

4. «Hai ragione! Sono stato stolto, si dovrebbe frenare la propria lingua».

- «Per te non ce n’è bisogno, Elia. Come profeta non è venuta ancora nessuna parola stolta dalla tua bocca».

- “Lo sa il SIGNORE! Tu sei un celeste, allora vedi molto, ma il Santo vede tutto”.

- «A me succede come a te», ride costui dell’aldilà. «Io so ciò che mi dice il mio buon Padre. Ma di te so tutto».

- “Così stai sopra di me ed io devo chinarmi dinanzi a te”.

5. «Non lo fare, Elia; io sono tuo fratello. [Matt. 23,8] Ci inchiniamo dinanzi a Dio, il Signore, solamente! – Ma rispondi alla mia domanda».

- Elia riflette a lungo. Chi sia ‘il bello’ lo verrà a sapere abbastanza presto; ma che non abbia ancora bisogno di saperlo, il ‘fratello di Luce’ glielo ha fatto comprendere. Tuttavia, come e perché si portano dei pesi, …per via dei pesi?

6. “Terrenamente”, indugiando un po, Elia si rivolge al bello, “si può portare un peso per via di uno scopo, sia per il prossimo oppure per se stesso. Soltanto, …ogni scopo ne porta un altro che non è nei suoi pesi. Ma se lo osservo in modo spirituale, e magari lo intendi, allora il peso deve essere uno scopo di per se stesso, e non deve averne uno. Ma difficilmente si comprende la Misura di DIO del Suo dare e avere”.

7. «Oh sì, se lo formuli così», risponde gentilmente quello dalla Luce. «E’ più facile misurarlo nell’animo che nell’intelletto. Intendevo ora proprio il terreno, perché l’Elia del Signore deve compiere ancora molte grandi opere di pesi sulla Terra. Quello che ne risulta celeste, può essere lasciato in eterno a DIO. Ma ascolta! Se lo scopo del portare pesi viene rilevato, sia per la ricompensa oppure per la gioia nel servizio al prossimo, allora si stendono entrambe le mani, per incassare insieme al peso la ricompensa. Anche la gioia è una ricompensa. Che questo non esiste nel Regno, lo sai da te. Là il peso viene portato soltanto per il peso».

8. “Perdona se ti interrompo”, Elia sfiora la spalla del bello. “Per me è nuovo che dei figli del Cielo portino dei pesi”.

- «Non dovrebbe essere così nuovo per te, Elia, dato che il Signore ha parlato con te sulla “Sua Fatica”, che gli uomini gli causano. Ogni fatica è un peso!

- “Certamente! Guarda, quante cose devo imparare. Ora si è accesa una luce in me, che l’Angelo di Dio fa un portatore di pesi dal più alto fino al più piccolo, sia anche solamente per preparare Gioia al Padre. Ma così la faccenda e il motivo non sarebbe da collegare”.

9. «Non in questo modo! Noi non portiamo nessun peso solo per la Gioia di Dio oppure per l’aiuto dei caduti, ma ‘per fare come farebbe il SIGNORE’! Se la Fatica si risolve così, allora la Gioia di Dio e il servizio al povero estraneo non mancherà. Entrambe le cose riposano semplicemente nell’azione a posteriori! Come opera Dio, così operiamo noi; dov’è LUI, là siamo anche noi. Non si deve portare un peso per via di uno scopo per quanto buono, bensì solo per se stessi, perché ogni scopo conta su una ricompensa, indipendentemente se è affetto da un impulso ingeneroso o libero».

10. “Dio?”, Elia domanda profondamente interiorizzato: “Non lo porterà Lui il grande-santo Peso della Creazione per via di uno Scopo infinitamente maestoso?”

- «Sì! Ma ricorda: DIO è il Creatore! Egli crea ogni Opera per un maestoso Scopo. Quindi il Suo portare-Pesi serve solamente per l’alto Scopo, perché altrimenti, Opera e Peso non si potrebbero pareggiare. All’opposto per coloro che sono nati  nell’Opera, come per coloro che si sono addossati a trascinare il Peso sorto, esiste una sola Via percorribile.

11. Guarda la Parola di Dio! EGLI stesso è la Via di tutti i figli, ma il loro peso era già pareggiato nell’Opera, mentre nel Peso-Ur giace il nostro operare, a cui si allacciano ricompensa e gioia. Lo si riceve però solamente, quando si segue il Signore in tutte le cose! Chi non porta nessun peso non è un operaio, detto più esattamente: non è un figlio-lavorante».

12. “Fratello del Cielo! Non lo hai detto invano. Sì, – per me il peso dell’immagine è troppo grave, perché è stata provocata tramite la mia bocca. Fin da Sebulon non ho visto quasi niente, la sete mi ha tormentato, ho visto soltanto un povero paese. Allora ho voluto che piovesse, anche se mi avrebbero deriso, anche se il maestoso mezzo-Conto di Dio non sarebbe risultato. Un giorno mi è venuto questo pensiero, quando il Sole mi aveva causato pena, che magari avrei potuto portare il peso per il popolo, ma ciò non mi fece sentire bene. La mia via da profeta giaceva davanti a me grigia, strappata come la povera terra. – Ora alzo gli occhi in su verso Dio. E come lo fa il SIGNORE, così voglio farlo anch’io”.

13. «Hai parlato bene! Ora comprendi il mezzo-Conto di Dio. Tu lo puoi completare. Non nell’aumento del Suo santo Avere, ma mediante il tuo libero dare! Con ciò pareggi una buona parte di quel Conto che grava sulla povera Terra. Ora va in città, là rivelerai la Grazia di Dio. Sii consolato, e la Pace di Dio sia con te».

- “Con te sia il ringraziamento del mio cuore, fratello dalla Luce. Porta l’inizio e la fine della mia gratitudine al nostro Signore, il santo Dio, l’Eterno-Padre”.

- Si danno le mani. Quando la Luce è sparita, Elia si alza e cammina sul sentiero di sabbia, giù verso la città.

 

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Cap. 13

[1° Re 17,7-24]:  [7]Dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione. [8]Il Signore parlò a lui e disse: [9]«Alzati, và in Zarepta di Sidòne e ivi stabilisciti. Ecco io ho dato ordine a una vedova di là per il tuo cibo». [10]Egli si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva la legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un pò d'acqua in un vaso perché io possa bere». [11]Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Prendimi anche un pezzo di pane». [12]Quella rispose: «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un pò di olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». [13]Elia le disse: «Non temere; su, fà come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, [14]poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra». [15]Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono essa, lui e il figlio di lei per diversi giorni. [16]La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.  [17]In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro. [18]Essa allora disse a Elia: «Che c'è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?». [19]Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò al piano di sopra, dove abitava, e lo stese sul letto. [20]Quindi invocò il Signore: «Signore mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». [21]Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore Dio mio, l'anima del fanciullo torni nel suo corpo». [22]Il Signore ascoltò il grido di Elia; l'anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. [23]Elia prese il bambino, lo portò al piano terreno e lo consegnò alla madre. Elia disse: «Guarda! Tuo figlio vive». [24]La donna disse a Elia: «Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca».

 

Asodja, la vedova di Zarpath – Falsi sacerdoti devono soffrire

Perché il figlio Sadrach doveva morire – La misericordia di Dio quale richiesta soddisfatta

1. “Che cosa fai, cara donna?”, Elia si china gentile verso una piccola donna che sta raccogliendo diligentemente dei rami disseccati di un albero di fichi.

- “Ma non lo vedi?”, risuona la risposta più stupita che brusca.

- “Va bene, non intendevo la raccolta della legna”, risponde Elia. “Ma che cosa ne fai? Le lune (i mesi) si formano in anni, da quando non ci vuole più del fuoco, per via del calore”.

- La donna si siede al bordo della strada, ed Elia prende posto accanto a lei.

2. La donna comincia: “Si dice che lo abbia fatto il tisbita, e lo si grida malamente come profeta.

- “Lo conosci?”

- “Sì, l’ho visto ad Ijon. Mio marito vi è andato con una carovana di commercio ed ha portato me ed il nostro ragazzo con sé. Sono passati cinque anni. Poco dopo mio marito è mancato. Bè, ad Ijon la gente era ammassata in modo che noi – curiosi di indagare sulla vita dell’ebreo – ci siamo aggiunti. Là un uomo ha parlato un linguaggio forte sul Dio d’Israele, che lui chiamava ‘il SANTO’. Da allora penso più sovente a questo strano Dio. Ah, penso che tu potresti somigliare a questo oratore”.

3. “E’ un’azione cattiva lasciar languire uomini, animali e il paese. Un profeta non dovrebbe fare del bene?”

- “Non lo so, sono una donna semplice con poco intelletto”.

- “Abbastanza intelletto per occuparti di questa questione”, esclama Elia. “Tu mi eviteresti?”

4. - Diventata timorosa, la donnina indaga negli occhi di Elia, che si posano con bontà su di lei. Allora si fa coraggio, dopo che si era assicurata che non ci fossero delle spie: “Ti voglio dire come la penso. Qui regna Baal. Ma chi è Baal? Non è soltanto una mimetizzazione, mediante la quale i grandi esercitano il loro potere? Mio marito me lo ha detto così; lui era molto intelligente”. Parla orgogliosa del defunto. “Così è anche in tutti i paesi che gli ebrei chiamano ‘pagani’. Non riesco ad immaginarmi nulla sotto questa parola, né qualcosa di basso, né di alto, poiché non l’opinione valuta un uomo, ma solo la sua azione”.

5. “Ma guarda quanto è intelligente Asdodja!”

- “Da dove sai il mio nome?”

- “Non è un segreto. Ho viaggiato lontano e sono stato in quel tempo di cui parlavi, in Ijon. Da allora ti conosco. Lì ho parlato con tuo marito, il tessitore di tappeti Cisbus. – Ma ora, Asdodja, vammi a prendere qualcosa da bere. Ho camminato da tanto lontano e il Sole mi ha arso. Tanto, abiti subito presso il cancello”.

6. La donna si allontana scuotendo la testa. Come lo sa il forestiero che la mia casa si trova presso il muro? Quando si volta, Elia la chiama di tornare indietro: “Portami anche un pezzo di pane, da tre giorni non ho mangiato niente”.

- “Signore”, giura Asdodja, “quant’è vero che il tuo Dio vive, perché non posso giurare sul Baal morto, tant’è vero che nella casa ho solo un ultimo pezzo che vorrei preparare per me e per mio figlio, per poi morire insieme. In tutta la città potrai comperare a un caro prezzo solo un po di semolino d’orzo e un mezzo bicchiere d’acqua”.

7. “Lo so, per questo il mio Dio mi ha guidato fin qui. – Ora preparami il tuo ultimo (pezzo); ma portamene prima un morso”. La sidonita va verso la città, qui e là raccogliendo ancora della legna.

- ‘È il potente profeta’, dice fra sé e sé, ‘allora è meglio che viva (lui), mentre io me ne vado nell’aldilà’. Indaffarata, prepara qualcosa per il forno. Prima che sia pronta, Elia entra da lei.

8. “Vorrei risparmiarti una via calda”, dice lui con la sua buona voce, e si siede su uno sgabello. È molto stanco. – Asdodja, anche se affamata da morire, non prende nulla della farina, non chiama nemmeno suo figlio, che dorme lì accanto; mette la focaccia davanti all’ospite. Costui leva grato le sue mani con la preghiera di benedizione per la casa. Asdodja ascolta meravigliata. ‘Qui parla un uomo con il suo Dio vivente’, che però è presente non visto.

9. Elia chiama il ragazzo e conduce la donna alla tavola. “Vieni. Ora mangiamo,”

- “Ah”, dice il sedicenne, dopo che aveva sentito che cosa era avvenuto, “i tre panini non bastano per uno per morire sazio, per non parlare del vivere-sazio”.

- “Siediti e mangia”, lo corregge gentilmente Elia. “Se dopo hai ancora fame, allora dillo”.

- Loro consumano i pani, che non finiscono prima che siano completamente sazi. Asdodja e il ragazzo si allontanano un po’ dal forestiero. Chi è costui che può fare una tale magia?

10. “Non abbiate paura”, tranquillizza lui i timorosi. “Io vi dico che voglio abitare qui, e la farina nella dispensa non finirà, come nemmeno l’olio nella brocca! E il vostro pozzo deve donare acqua finché DIO farà di nuovo piovere sulla Terra!”

- “Tu sei il tisbita!”, esclama la sidonita, e si getta giù singhiozzando.

- “Sì, lo sono. Ma alzatevi, miei cari; solo dinanzi a Dio pieghiamo il cuore, e dove lo richiede il Suo Onore, anche il ginocchio. Ringraziate il Dio vivente per la Sua Grazia donata a voi”.

11. “Perché è così buono con noi?”. – Ritrovata la fiducia, il ragazzo si siede presso Elia. “Fa attenzione, Sadrach. Tuo padre si è convertito al vero Dio in Ijon. Da quando è ritornato a Casa non c’è più che una sola buona anima in questa città, e questa è tua madre”.

- “Ma lei crede nel Dio degli ebrei?”

- “Sì, e cioè nel suo cuore in modo puro. Anche tu imparerai a conoscerLo”. Ne parlano abbastanza, perché Elia rimane abitare presso la vedova per delle lune, passa attraverso il paese, persino fino a Tiro, come lo spinge lo Spirito di Dio. Ma raramente rimane lontano a lungo, non più di una settimana. Asdodja è preoccupata per lui, dato che abitano vicino a Sidone, l’alta fortezza di Baal.

*

12. Elia ha delle spie alle calcagne e il ragazzo lo evita. Se Elia entra, Sadrach si allontana e ritorna soltanto quando l’altro è andato via. Ma il profeta mantiene la sua gentilezza nei confronti del ragazzo. Una volta Sadrach rimane via a lungo. “Ma dove sarà?”, si preoccupa la madre.

- “Oggi non percorre una buona via, Asdodja; ma gli dobbiamo lasciare la libertà, che è la sua catena. Aspetta”.

13. Il ragazzo torna a casa verso sera. Di nascosto getta degli sguardi cattivi all’ospite, che ha fatto loro soltanto del bene. Ma serve a qualcosa? A distanza, tutt’intorno, uomo e animale cadono a migliaia, perché non si riesce più a gestire la miseria. Lui ha cercato di portar via dalla dispensa la brocca magica della farina e quella dell’olio, per portarli a dei conoscenti. Ma ogni volta arrivava con mani vuote, e gli amici chiamano Sadrach un monello. Perciò odia il tisbita, che ne è la causa.

14. Presto, dopo l’arrivo di Sadrach, entrano due uomini. “Noi siamo degli amici di Cisbus, di una olta, il tessitore di tappeti”, salutano gentili la donna di casa. “Ti abbiamo portato del cibo, perché ovunque c’è grande miseria. Già da tempo volevamo farti visita; ma come vanno le cose, ci si prefigge molto e si può fare poco. – Ah, hai una visita straniera?”

- La vedova non conosce quegli uomini che si rivolgono a Elia. “Da dove vieni, straniero?”

15. “Non vi devo nulla. Inoltre ho fatto rapporto al comandante della città”.

- Asdodja percepisce: ‘Costoro sono delle spie’. Nascondendo la sua paura, diventa risoluta: “Voi siete penetrati qui con un pretesto. Conosco bene gli amici di mio marito; non vi conosco! Che cosa volete da una vedova?”

- “Volevamo vedere se sei ancora libera”, risponde uno insolentemente. “Ma il tuo bisogno è coperto”. Dice ghignando maliziosamente l’oratore mentre indica Elia. “Ah, fa attenzione! Noi sappiamo che cosa sta succedendo qui!”

16. “Se lo sapete, gentaglia e tagliatori di onore, perché mi date fastidio? Mio figlio è adulto. Io sono soltanto l’oste dello straniero. Sono anche fedele a mio marito fin oltre la morte”.

- “Naturale, …naturalmente. Così, …per via della gente. Ma, …diversamente?”

17. Elia sente che fuori ce ne sono ancora altri. Ad un tratto gli uomini gli ordinano di andar con loro, mentre gettano via il loro costume da tessitori e rivelandosi come sacerdoti di Baal, che contemporaneamente sono dei poliziotti. Chi ha tradito il gentile profeta? Asdodja rimugina e cerca una via di salvezza. Non bada a Sadrach, che scambia oscuri sguardi con quelli di Baal. Ma – attaccata da un improvviso malessere – deve coricarsi su un giaciglio.

18. Quando i cacciatori sfiorano Elia, passa attraverso di loro un ardente colpo. Tre volte. Al quarto tocco, i loro mantelli bruciano. Urlando, si precipitano all’aperto e nello scappar via a causa dell’aria che accentua, mettono in fiamme anche coloro che si trovano davanti all’edificio. L’orda corre verso il torrente, ma fino a quel punto hanno già riportato delle ferite non indifferenti; e dato che il torrente in seguito alla siccità è quasi prosciugato, riesce loro solo appena di preservarsi dal bruciarsi completamente.

*

19. Elia li guarda preoccupato. Asdodja si è premuta davanti al viso un angolo del suo mantello siriano. Lei singhiozza forte, meno per l’avvenimento crudele, anche se ha compassione dei cattivi, più per la preoccupazione che si è osato metterla in una luce distorta verso il suo ospite, ma anche per la gioia della sua salvezza mediante l’onnipotente Iddio.

20. “Non piangere, Asdodja”. Soavemente Elia la stringe al suo petto. “Non muoiono. Con questa lezione, in futuro nessuno di Baal ti darà più fastidio. Il cibo è da buttar via, è avvelenato. Sadrach ne ha preso”.

- “Sadrach?”. Nuova preoccupazione precipita sulla vedova, quando vede suo figlio, che ha dimenticato per paura per il tisbita, morente sul giaciglio. Lo corica nel suo grembo, esclamando oltre la vita che sta finendo:

21. “Che cosa ho a che fare con te, uomo di Dio? Se potevi aumentare la farina e l’olio, cacciar via da te i cattivi, perché mi togli il mio unico sostegno? Hai magari creduto che diventassi tua moglie? Deve morire mio figlio per questo, perché il mio cuore mi ha attirato a te? Oh, lo riconosco: è un peccato contro Cysbus, a cui ho giurato fedeltà, come anche contro di te, perché tu sei un santo profeta!”. Gli occhi di Asdodja diventano rossi dai fiumi delle sue lacrime.

22. Elia, mentre asciuga le lacrime a colei che singhiozza, dice: “Ascoltami, mia cara. Non tu hai peccato. Il puro amore è un’entità celestiale, un collegamento dallo spirito, anche fra uomo e donna. Proviene da DIO e non ha nulla in comune con il corporeo di questo mondo. L’amore di un’anima, anche se buono, vuole in aggiunta la vita dei sensi. Ma solo  terrenamente è nuda brama del proprio appagamento, e non è amore.

23. Tu hai preservato l’autentico amore a tuo marito; non lo hai perduto. L’amore per me è puro davanti a Dio! Non sei punita per questo”.

- “E il figlio morto?”, interrompe triste Asdojda. “Perché doveva allora avvelenarsi?”

- Elia racconta dei furti di Sadrach e dice che avrebbe volentieri potuto portare della farina e dell’olio ai piccoli amici, se non se ne fosse vantato. Per l’odio sorgente lo avrebbe tradito alle guardie del tempio di Sidone. L’avvelenamento del corpo era il simbolo dell’avvelnamento dell’anima di Baal.

24. “Avrebbe fatto questo?”, dice dubitando la donna mentre guarda suo figlio.

- “Non mi credi?” La bocca cos’ì gentile lo domanda in modo duro.

- Asdodja si spaventa. Nonostante il lutto non vuole abbandonare il vero Dio. “Perdonami, non è mia intenzione ferirti, ma mio figlio, il ragazzo immaturo che ha fatto qualcosa di sconsiderato è morto, mentre i grandi, attentando alla tua vita per cattiva riflessione, sono fuggiti via con i dolori, ma restano viventi”.

25. Elia riflette sulla parola della vedova. Si alza. “Lascia a me tuo figlio!”. Senza aspettare l’assenso, porta il ragazzo sul ballatoio e lo adagia sul suo letto.

26. Lui soffre con Asdodja, poiché non la sua volontà si era rivolta contro questo ragazzo, …DIO l’aveva fatto. Inginocchiandosi chiede Grazia: “O Signore, perché hai fatto così male alla vedova presso la quale sono ospite da lungo tempo, a lei, che preferiva morire di fame, piuttosto che morisse un profeta? Perché le hai tolto il giovane? Vedi, qui non c’è stato il Tuo braccio nella mia mano, ma la Tua Parola nella mia bocca”.

27. «Elia, sono venuto a prenderMi l’anima del figlio, per rivelare la Mia Magnificenza». Nella Figura si trova la Luce di Dio nella stanza.

- “Signore!”, Elia si getta formalmente a terra. “Con il mio cuore, anzi con il mio corpo voglio coprire il morto finché la mia vita non entri in lui e Tu prendi la mia anima, così che la vedova possa riprendersi suo figlio. Non Ti lascio andar via!”. Lui afferra nella luce un lembo della veste: “Ti tengo fino a quando mi esaudisci per via della fede che Ti porta la pagana, più che tutta Israele!”

28. «Se la tua richiesta deve guidare il ragazzo come un nuovo fiato (respiro), allora indicaMi a chi devo ordinare il resto che il Mio profeta ha ancora da compiere».

- “O buon Signore, fa di questo, di nuovo, un mezzo-conto. Da’ una metà a questo figlio, l’altra lasciala a me, e sono certo che è assai sufficiente per un mezzo-conto di vita, per obbedire alla Tua Volontà”.

- «Ma guarda, il Mio Elia ha imparato bene a fare i conti! Allora possa valere l’esempio dalla Mia paterna Bontà. Rimani ancora un po’ di tempo un buon sostegno per il ragazzo, finché ti mando su nuove strade. La Mia Pace sia la Luce che ti circonda, e la Mia Benedizione sia la Forza che deve fluire da te in ogni tempo».

29. “O Signore!”, Elia si china nuovamente con ringraziamento e gioia. “Tu sei l’eterno-buon Padre, che non abbandona mai i Suoi figli! Ora con la mia mezza vita deve risultare giusto l’intero Tuo conto salvifico che cela lo spirito della mia sacca da pastore”.

- «Chi divide la sua vita con un nemico come lo hai fatto tu, Elia, la riceve indietro mille volte. – Benedici Asdodja che è soltanto terrenamente un’eroina; nel suo cuore lei è Mia figlia».

- “Santo Padre, per l’alta Grazia di poter stare sotto la Tua benedizione, Ti dico grazie”. Elia sfiora la Mano di luce, che gli si tende incontro. …La Luce fugge.

*

30. Elia soffia per un ora sulla bocca morta, e dopo comincia a muoversi il corpo; il ragazzo si risveglia come da un profondo sonno. Un po’ alla volta spiega l’avvenimento che ha trasformato del tutto Sadrach. Una sensazione gli dice che era morto. Asdodja, quando rivede il ragazzo di nuovo vivente, ringrazia ad alta voce il Dio d’Israele e, mentre stringe saldamente le mani del profeta, esclama: “Ora riconosco che sei un uomo di Dio e non un uomo di questo mondo, poiché la Parola del santo Signore è il tuo insegnamento, quella Verità che è unicamente l’eterna Vita”.

 

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Cap. 14

Come viene trasformato un traditore con la buona sorella Rachele

1. Elia cammina di qua e di là, gira anche da Benhadad, che avverte per via della violazione della sua promessa. Di certo gli ebrei locali non vengono perseguitati, ma il siriano ha chiuso le loro sinagoghe ed ha tolto a Giuditta il piccolo altare salomonico che aveva fatto un artista di Zor (un antico rione di Tiro). Benhadad non si sente bene quando gli occhi chiari del messaggero di Dio lo osservano, che non serve come di solito per delle settimane, perché con Elia si possono fare grandi discorsi con il vantaggio del proprio guadagno.

*

2. Le quarantacinque lune (mesi) immobili sono quasi passate, quando Elia entra di nuovo da Asdodja in Zarpath, gioisamente accolto e, …malvolentieri visto nella separazione. Sadrach cammina con Elia fino ad Abdon-Mala, un luogo adiacente della città di Abdon che si trova ad ovest del confine, mentre Abdon-Mala appartiene a metà a Sidone e a metà ad Israele, e viene diviso in modo del tutto naturale dal rio Aschib nelle due parti del paese.

3. Elia giunge a Sebulon attraverso Kabul, dove fa visita all’oste Ephraot. Nelle ore benedette lui annuncia alla casa e anche a qualche credente di Sebulon la santa verità del Signore, ma gli amici sono molto rattristati della via che si trova davanti a Elia. E non dovrebbero esserlo, – visto puramente dal lato umano? La vigorosa forza del profeta rialza ciascuno dai carichi di paura.

4. Lui tende da Betlemme di Sebulon verso sud a Meghiddo, che giace coricata in una valle laterale a nord est del monte Carmel. Davanti alla città senza mura di cinta incontra un uomo che va con una donna verso la valle. Elia saluta gentile, fermandosi: “La pace sia con voi”.

- Senza alcun moto interiore segue la riposta di saluto: “Ti benedica Baal, forestiero”.

- Austero, Elia chiede: “Hai mai benedetto proprio il tuo Baal?”

- “Non questo”, l’uomo ride sprezzante. “Si deve parlare così”.

- “Non sarebbe più importante ‘la Pace di Dio’, che un saluto di menzogna?” 

- “E’ forse la pace, la verità? Da quando il funesto tisbita è entrato in Israele, grava sul paese una maledizione!”

5. “Se non hai un affare del tutto urgente, amico, allora conducimi nella città dei tuoi padri dove i tuoi avi stavano seduti sulla tua zolla, da quando Giosué ha attraversato il Giordano”.

- “Che ne sai tu della mia stirpe?”. Costui, di Manasse, orgoglioso di essere sorto da una stirpe di principi, anche se proceduto solo in seconda linea, si fa orgoglioso.

- “Ti posso servire”, dice Elia, ed indica un albero selvatico abbattuto lungo il bordo della via, che loro usano come panca.

6. “Il principe Pedazur, un fedelissimo dalla fedele schiera di Mosè (vedi nota 1), aveva due figli: Gamliel, che si è schierato dalla parte dei traditori”, Elia lo dice intenzionalmente, per frenare lo stolto orgoglio dell’uomo, “e la figlia Adda, che ha sposato Hanniel, il figlio di Epho della seconda stirpe di principi di Manasse, e che per un certo tempo è diventato principe di stirpe di linea, finché il figlio di Gamliel ha preso il principato per eredità. Tu sei proceduto dalla linea di Hanniel e Adda”.

7. “Mi meraviglia la tua buona cronaca. Non ti ho mai visto da noi, dove si conosce l’intimo. Hai studiato la storia d’Israele?”

- “Non ho bisogno di studiare, Heebar; a me molto è evidente, come anche che hai nascosto un buon fieno di montagna per il tuo gregge rimasto, che il tuo amico Baal ha molto ristretto”. Elia sorride. Lui vorrebbe volentieri guarire l’anima malata.

8. “Chi ti ha parlato della faccenda del fieno?”, s’inalbera l’uomo di Manasse. Da giorni il maggiordomo di Acab gli è sulla nuca per via del tributo di fieno. Lui non ne cede nulla, ne rimane solo per la triste rimanenza del suo gregge una volta eccellente. Nessuno sa dove custodisce timorosamente il bestiame per un futuro allevamento, …quando pioverà in un tempo prevedibile. L’uomo nel mantello bianco estende i pensieri e dice:

9. “Heebar, puoi lasciare a Obadja la metà del fieno dalla caverna di Uhla; presto ci sarà del nuovo, perché i pochi animali che pascolano nel deserto di Samaria, cadranno per la magrezza”.

- “Di questo, ne è colpevole solamente il tisbita! Solo ora mi accorgo che sei un uomo insolito. La mia via può attendere. Vieni, Rachele, ritorniamo”, fa cenno alla ragazza di circa vent’anni. Heebar vorrebbe sapere di più. Forse lo straniero sa dove dimora ‘quel Satana’. Isebel ha promesso una cospicua ricompensa per colui che può consegnarle vivo o morto l’omicida del paese, com’è indicato nel rotolo di accusa. Catturarlo è considerato come il compito più famoso.

10. Rachele, la sorella di Heebar, prepara un piccolo pasto. Nonostante il rincaro lo straniero deve trovarsi ospite sotto il loro tetto. Quando ognuno prende un panino dalla scodella, ve ne sono ancora tre. Scontento che Rachele consuma le scarse provviste in modo abbondante, Heebar le fa un rimprovero davanti alla porta. L’ospite non lo deve sentire. Lei assicura di aver preparato soltanto tre pezzi, e non saprebbe come i restanti tre sono arrivati nella scodella. “Silenzio!” minaccia il fratello, “il bel viso ti ha confuso!”. Rachele scoppia in lacrime e fugge nella sua camera. Quando Heebar entra nella stanza degli ospiti con cattivo umore malamente celato, Elia dice gentile:

11. “Hai condiviso volentieri il poco con me, anche se la tua provvista è la più ricca in tutto il Meghiddo. Ma hai sgridato ingiustamente tua sorella Rachele. Ora voglio condividere con voi la mia poca (sostanza)”. Il profeta copre con la sua mano destra la scodella vuota e, …guarda: ora vi sono dentro sette panini. “Chiama Rachele! Voi dovete mangiarne sei, ed io uno”. Stupito, Heebar fa come l’ospite ha ordinato.

12. “Sei di quel paese dove il Sole sale dal suo letto? Là devono esistere delle persone che possono fare della magia”.

- “No, non vengo da lì. Ma ho una domanda: tu credi alla storia dei tuoi avi. Come mai, che non credi anche alla storia della meravigliosa guida del vostro Dio, rivelata tramite il Suo grande Mosè?”

- Heebar scuote impaziente le spalle. “Come posso sostenere tali rapporti, di cui io stesso non ho sperimentato niente?”

13. “Tu pensi che le azioni del santo Iddio non siano vere?”

- “Non lo dico in assoluto”, evita Heebar, “dico solo che non si possono dimostrare”.

- “Sì, non tu, perché tu, come Acab, hai disdegnato ogni fede e non hai nessuna convinzione! Ma proprio dalla convinzione sale la fede irremovibile”.

- “E mediante cosa si viene convinti, se non si ha nessuna vicissitudine?”

- “Non cercare con il tuo intelletto mondano che non conosce nessuna convinzione, meno ancora fede. Prendi nel cuore il collegamento spirituale con Dio che Dio offre a tutti gli uomini. Poi, ignoranza ed assenza di fede sfuggiranno come la notte davanti al sorgere del giorno di un Sole benedicente”.

14. “Che Baal non è nessun dio, lo so da me”, cerca di svincolarsi Heebar, “ma …”

“…se il SIGNORE di Israele sia il Creatore, non lo puoi riconoscere?”, completa Elia.

- “E va bene! Se EGLI fosse il Dio, come può lasciare Egli, al demone, al tisbita, così tante forze, da portare una tale inaudita disgrazia su molti popoli? Oppure è uno dei fenomeni naturali?”

15. “Se fosse questa l’ultima questione, allora il tisbita sarebbe soltanto una rottelina di uno sviluppo obbligatorio senza colpa. Ma se fosse un demone, allora avrebbe a disposizione delle forze, da cui dovrebbe risultare che esistono delle forze ancora maggiori, perché altrimenti tutti gli uomini sarebbero dei diavoli. Infatti, solo la Forza genera la Vita, non importa come viene impiegata. Dato che esistono degli uomini buoni ed anche dei cattivi, allora di conseguenza esistono anche due forze che regnano su uno schema destinatario e lo dominano. Mentre la buona forza è la costante, la cattiva quella incostante”.

16. “Forse!”, ride cinicamente Heebar. “Il male si dimostra sempre costante, mentre si deve cercare il bene con la fiaccola”.

- “Molto giusto, se usi questa misura sul terreno degli uomini.

- “Questo è sufficiente, soprattutto le malefatte del tisbita!”. Heebar si avvicina voglioso. “Vorrei volentieri chiederti qualcosa. Hai già viaggiato lontano?”

- “Sì; vengo ora dritto dritto dal re Benhadad”.

- “Di Damasco? Ora, …il tuo abito rivela il siriano”.

- “Assolutamente?”, deride interrogativamente il profeta. “Il mantello e l’abito di finissima lana sono un dono d’amicizia del re”.

17. “Ora vorrei solo sapere chi sei. Avresti potuto presentarti da tempo”.

- “Rifiuto il tuo rimprovero, Heebar. Tu tieni un libro nel quale chiedi ad ospiti particolari di iscriversi, e sei orgoglioso quando vi sono segnati dei grandi nomi. Mi hai considerato un povero viandante, al quale ti sembrava non necessario presentare il libro”. Rachele sopprime una risata. Ah, lo straniero gliene sta dando al fratello. A costui rimane la bocca aperta per lo stupore. Finalmente dice timidamente:

18. “Mi lascio mangiare dal prossimo leone, se tu, straniero, non sei nessuno in particolare! Sai del mio fieno, del libro degli ospiti, e conosci i miei avi come me. Ti prego, perdonami se ti posso presentare ancora il mio libro”.

- “Non me ne importa Heebar. Tu ti sforzi di giungere al tisbita, perché l’oro da gatto della prostituta di Baal ti punge gli occhi. Che ricompensa di tradimento! Bada a te di non cadere in una fossa! Ma se accetti una buona indicazione, allora ti voglio servire con amicizia”.

19. “Ah, mi eviti; tu sai dov’è?”

- “E’ giusto, sono persino vicinissimo a lui”.

- “Oh!”. Gli occhi dell’uomo (del casato) di Manasse diventano grandi come piatti. Confidenzialmente mette un braccio intorno al collo dell’ospite. “Tu volevi che io dessi la metà del fieno al maresciallo. Lui deve avere tre quarti della mia provvista, e inoltre, due buoni torelli se, …mi fai partecipare a questa cattura”.

- Lo sguardo di Elia diventa duro come il vetro. In lui si gonfia l’amarezza: ‘E questo vuole essere un israelita?’. Ma dominandosi, risponde:

20. “Bene, trequarti del fieno a Obadja; i due torelli a me! Ed hai del tutto il tuo tisbita! Vale?”

- “Vale! Rachele, tu hai sentito; e voglio essere uno straccione per tutta la mia vita se non mantengo la mia parola! Oltretutto, te lo do anche volentieri per iscritto”. L’uomo, che prima non vuole diventare uno straccione, vorrebbe frettolosamente andare a prendere una pergamena.

21. Elia lo trattiene: “Non è necessario!”. Il duro suono della voce, finora così gentile, fa sollevare stupito la testa all’uomo di Meghiddo. E come osserva più da vicino il suo ospite, vede la sua improvvisa trasformazione. Sta lì quasi come un dio, alto, diritto, davanti al traditore. “Sono io il tisbita!”

- “Tu?”, ansima Heebar. “Tu? Il tisbita? Oh, che stolto sono. Me lo potevo immaginare, quando la tua destra stava sulla scodella come una magia!”. Affranto, si accascia sulla panca, mentre Rachele si accovaccia timida davanti ad Elia al suolo.

22. “Tu sei benedetta”, Elia le accarezza delicatamente i suoi boccoli castani e la riconduce alla sua sedia.

- Nella stanza grava il silenzio. Non dura molto, finché Heebar si riprende da questo colpo. Quando osa osservare il volto di Elia di nuovo diventato chiaro, gli viene chiaro il sapere: ‘Sono uno straccione’. La sua vergogna lotta con la pura Luce, che – procedendo dal tisbita – irradia nella sua anima.

23. Elia va incontro a colui che lotta. “Che cosa vuoi fare? Sono nella tua mano”.

- “Tu? No! Non tu sei nella mia mano, ma io nella tua”.

- “Hai quasi ragione, amico. È più giusto dire che tu sei già nella Mano del tuo santo Iddio”.

- “Che mi scuote da Sé come un puro uomo scuote via un insetto. Perché io, …per via di un vantaggio terreno, sono diventato un seguace di Baal”.

24. “Questo è vero! Ma ciò, deve essere fino alla fine della tua vita? Non vuoi convertirti al nostro buon Dio? Lui ti attende”.

- “Perché sono un ornamento?”, deride se stesso l’uomo (della stirpe) di Manasse.

- “Heebar!”. Ardente di santo amore, Elia rivolge i suoi occhi splendenti sull’israelita. “Il grano non viene gettato via con il cardo! Estirpa tutta l’erbaccia, affinché il tuo cuore come un buon campo porti cento volte i frutti. Ma (se) non puoi offrire il frutto all’Eterno, questo fallo raccogliere dai Suoi tagliatori. Tu devi soltanto farlo arare dal pesante aratro della Sua Parola; allora il Signore ti legherà alla Sua Bontà”.

25. Elia rimane sereno. Rachele guarda in su a lui in credente adorazione e il cuore di Heebar viene arato. Alla fine il padrone di casa si riprende e, inginocchiato, chiede la grazia. Oh, con quanta gioia viene adempiuto il dovere sacerdotale.

- “Mi sembra”, confessa Heebar, dopo che comprende tramite il preciso rapporto di Elia, il cattivo agire di Acab, di Isebel, dei servitori di Baal e di Asher, “di essere come nato di nuovo. Che stolto sono stato! Come ho potuto credere le evidenti menzogne? Acab ha lasciato diventare un nudo deserto la nostra fertile Samaria a causa del suo operare oltraggioso. Ora vedo tutto in una Luce più elevata”.

26. “Rimani in questa Luce insieme a Rachele, la buona figlia. Il santo Dio sarà sempre con te. … Ma ora vogliamo andare nella grotta Uhla, perché Obadja ha bisogno del fieno e il SIGNORE vuole avere i tuoi due torelli”. Quanto è difficile, rigettare con un colpo il vecchio Adamo. Se ne accorge Heebar su di sé.

27. “Elia, ora sei il mio santo amico e…”

- “Lasciati interrompere, prima che la tua lingua dica qualcosa che ti rincrescerebbe presto. Il più santo Amico, è DIO, unicamente l’Eterno! Egli è il nostro PADRE, noi siamo Suoi figli e perciò uno dinanzi a Lui. Anche se abbiamo un lavoro differente, grande o piccolo, uno breve, l’altro lungo, nessun compito completa il nostro essere, ma la sua buona soluzione. Nondimeno, volevi chiedere se non potessi rimanere con la metà del fieno. Mi dispiace che tu abbia promesso di più. Vuoi anche annullare i torelli, che devono diventare un monumento di Dio?”

28. “No, no, i torelli appartengono a te! Solo che col fieno vorrei mantenere il lamentoso resto della mandria di allevamento. Mi fanno pena anche gli animali che dovranno soffrire terribilmente la fame”.

- “Sta tranquillo, presto pioverà. Ma tu devi aiutare Obadja, lui viene molto minacciato da Acab. Non indugiare di mantenere la tua promessa, come DIO mantiene certamente la Sua Parola. – Cara Rachele, ora prepara un pasto per sette uomini e per te”. – Come un buon padre, Elia accarezza le gote leggermente abbronzate della ragazza.

- Con puri sguardi di bambina, lei guarda l’uomo di Dio. “Faccio tutto quello che comandi”. – Gli uomini lasciano la casa, che si trova solitaria su una piccola gobba di montagna.

 

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Cap. 15

[1° Re cap. 18,1-15]: [1]Dopo molto tempo, il Signore disse a Elia, nell'anno terzo: «Su, mostrati ad Acab; io concederò la pioggia alla terra». [2]Elia andò a farsi vedere da Acab. In Samaria c'era una grande carestia. [3]Acab convocò Abdia maggiordomo. Abdia temeva molto Dio; [4]quando Gezabele uccideva i profeti del Signore, Abdia prese cento profeti e ne nascose cinquanta alla volta in una caverna e procurò loro pane e acqua. [5]Acab disse ad Abdia: «Và nel paese verso tutte le sorgenti e tutti i torrenti della regione; forse troveremo erba per tenere in vita cavalli e muli e non dovremo uccidere una parte del bestiame». [6]Si divisero la regione da percorrere; Acab andò per una strada e Abdia per un'altra. [7]Mentre Abdia era in cammino, ecco farglisi incontro Elia. Quegli lo riconobbe e si prostrò con la faccia a terra dicendo: «Non sei tu il mio signore Elia?». [8]Gli rispose: «Lo sono; su, dì al tuo padrone: C'è qui Elia». [9]Quegli disse: «Che male ho fatto perché tu consegni il tuo servo ad Acab perché egli mi uccida? [10]Per la vita del Signore tuo Dio, non esiste un popolo o un regno in cui il mio padrone non abbia mandato a cercarti. Se gli rispondevano: Non c'è! egli faceva giurare il popolo o il regno di non averti trovato. [11]Ora tu dici: Su, dì al tuo signore: C'è qui Elia! [12]Appena sarò partito da te, lo spirito del Signore ti porterà in un luogo a me ignoto. Se io vado a riferirlo ad Acab egli, non trovandoti, mi ucciderà; ora il tuo servo teme il Signore fin dalla sua giovinezza. [13]Non ti hanno forse riferito, mio signore, ciò che ho fatto quando Gezabele sterminava tutti i profeti del Signore, come io nascosi cento profeti, cinquanta alla volta, in una caverna e procurai loro pane e acqua? [14]E ora tu comandi: Su, dì al tuo signore: C'è qui Elia? Egli mi ucciderà». [15]Elia rispose: «Per la vita del Signore degli eserciti, alla cui presenza io sto, oggi stesso io mi mostrerò a lui».

 

La Fiamma – Dio benedice il pascolo di Heebar – Il foraggio per gli animali di Obadja

La promessa di Elia al re e al popolo: tra otto giorni al pascolo di Heebar – Rachele è benedetta

1.     La via conduce al di sotto della roccia a forma di sella del Carmel su dei tappeti erbosi pure idonei al pascolo. Ora il piede si posa sulla pietra nuda, in parte anche su sabbia grossolana, fin oltre le caviglie. Qua e là il tisbita si china sulla terra abbattuta. Dove la tocca il suo dito, spunta un filo d’erba.

- Heebar, vedendo il primo filo d’erba, s’inginocchia sconvolto. “Un verde! Un benedetto verde! O Dio, quanto Ti ringrazio per questo Dono!”

2. Elia lo abbraccia con entrambe le braccia. “Ora so perché Dio mi ha mandato da te. Hai una buona anima; era soltanto bruciata dal servizio idolatra, come la Samaria. Dato che la Luce di Dio è caduta sul povero paese del tuo cuore, guarda, è cresciuta l’erba, come qui in questo luogo. Custodisci il tuo filino e aspetta la pioggia, finché diventa un succoso pascolo per molti figli di Israele”.

- “O Elia, la mia vita non basterebbe, anche se portasse centoventi anni come la vita benedetta di Mosè, per ringraziare il giusto Dio per tutta la fedeltà che Egli mi ha dimostrato tramite te! Voglia LUI aiutarmi, affinché dal mio primo filo di Luce diventi un buon pascolo”.

3. «Amen! Una giusta parola; ed Io la voglio benedire!».

- Umilmente, Elia si volta, conoscendo la voce del Suo Signore, mentre Heebar, stupito, si prostra immediatamente, e delicatamente coglie il primo stelo verde che il paese abbattuto ha ricevuto dopo tre anni e mezzo (di siccità), piantandolo davanti alla Luce. Ed entrambi, il profeta e il figlio d’Israele, vedono elevarsi la Luce sul ‘pascolo superiore’ appartenente ad Heebar. Là sale in alto, mentre nello stesso posto si alzano molte fiamme fino al Cielo, e altre si chinano sulla terra.

- Alla timorosa domanda di Heebar su cosa volesse significare, Elia, come gravato dal dolore, dice seriamente: “Lo vedremo, …presto!”

*

4. Svoltando sul sentiero che conduce all’altura, un uomo in abito da corte con al seguito due guerrieri, viene dalla roccia, si blocca ed accorre vecolemente. “Elia!”. Di più non riesce a dire. E’ Obadja. Si abbracciano. “Qui ci rivediamo!”. I sidoniti, malgrado le armi pesanti, si mettono da parte.

- “Il tisbita?”, sussurrano. “È ricercato ovunque. Ora sta qui in pieno giorno, in Samaria, e si da’ apertamente a riconoscere. Io non lo tocco”, dice uno, “l’ho sperimentato Abel-Mehola”.

- “Se il maresciallo non comanda niente, mi guarderò che faccia di me una salma”, dice il secondo, e si ritira ancora di più.

*

5. Si va verso l’altura. Heebar ordina ai suoi servi di portare il fieno sulla strada del passo dove i carri di buoi di Obadja fanno sosta. Quando gli animali percepiscono il foraggio, minacciano di tirar via a forza. Elia aiuta qualche mandriano a salvare veicolo dal precipitare. Quel sidonita che finora non ha conosciuto Elia, sussurra: “Lui non sembra però essere tanto ‘mangiatore di uomini’. Oppure è buono solo con i buoi?”

- “Lasciami in pace”, dice di malumore il primo. “Mi sta fin qui!”. E preme il pollice contro il suo naso. “Voglio ringraziare ogni bue, se Sidone mi rivede vivo!”

6. Inaspettato, Elia si avvicina ai due capitani. Sorridendo leggermente del loro coraggio, dice: “Venite, gente, il vostro stomaco mormora; siate ospiti di Heebar”. Perplessi, fissano l’amorevole oratore. ‘Siamo consegnati’, pensano entrambi. Se non vogliono far brutta figura, soprattutto non perdere il loro salario, a loro non rimane altro che andare con lui.

7. A tavola, Elia annuncia: “Arrivano altri ospiti, e dopo il pasto ho molto da dirvi”.

- Poco dopo arrivano il sacerdote superiore Ruben-Heskael, che è venuto a sapere che Obadja era in Meghiddo, e Som-Hasad che conosce Heebar e voleva pure chiedergli un po’ di fieno per la sua preziosa cammella assira, la quale nonostante la lunga carestia ha partorito un puledro sano. La gioia del rivedersi con Elia è grande, anche se su tutti grava l’ombra della miseria più difficile.

8. “Non più per molto”, li tranquillizza il profeta. “Anche se Acab gira ancora la sua corda, i fili si assottigliano. Presto il rincaro terminerà. Obadja, dì ad Acab che mi presento a lui”.

- “O Elia, che peccato ho fatto che mi deve succedere questo? Devo prima anticiparti, che Acab mi odia perché ho sempre tenuto saldamente dalla tua parte? L’altro giorno lui ha giurato duramente per Baal-Sebub, che avrebbe atteso ancora solo una mezza luna, e poi mi succederà come ad ogni ribelle, se fino ad allora non avrò consegnato ‘l’omicida del paese’.

9. Sono stato ovunque per cercarti! Ho cavalcato fino ad Elath presso le acque dei medianiti, fino a Tor sulla costa del Mar Rosso, poi verso nord fino a Migdol, lungo la costa fino a Tripoli, sulla montagna del Libano e a Damasco di ritorno verso Jesreel.

10. Sovente, chiedendo di te, ho sentito dire: ‘Ieri è stato da noi’, oppure: ‘È andato via da due ore’. Io sapevo che ti aveva portato lo Spirito di Dio. Se ora riferisco ad Acab che ‘Elia è qui’, e mi manda a dire di portarti, allora ti troverei tanto meno quanto durante la mia lunga cavalcata. Vuoi che la catena di Acab mi strozzi?”

11. “Questo non succederà”, esclama Ruben-Heskael agitato, “tu che hai mantenuto i nostri sacerdoti. Con molta fatica ho convinto re Giosafat affinché potessi erigere una scuola di profeti a Gerico, cosicché ci rimanesse una nuova generazione ed anche il popolo non rimanesse senza insegnanti. Ma senza te, Obadja, non mi sarebbe riuscito”.

- “Sì, ho già nascosto cinquanta sacerdoti a Thirza e cinquanta in Ataroth, ed ho pensato che sarebbe stato compiacente a Dio che Egli mi salvi. Ma se porto questo messaggio ad Acab, la mia vita è finita”. Il maggiordomo ha un aspetto triste.

12. Elia prende Obadja per mano, il quale non ha mai visto splendere così bonariamente il buon volto come proprio ora, e dice: “Credi che il mio SIGNORE ed io prepariamo a qualcuno la morte per via di una menzogna? In più ancora, ad un fedele?”

- “Elia!”, il maggiordomo salta su sconvolto. “Ah, …quale oltraggio! Se tu  mi mandi da Acab, come posso pensare che tu… Oh, questo Dio non me lo può perdonare, perché è un peccato contro la Sua verità!”

- “Non così, mio caro amico. Chi porta tali pesi come li hai dovuti portare tu negli anni, giorno per giorno, non pecca quando è assalito da un dubbio.

13. Ma dì già oggi ad Acab: ‘Domani mattina presto, quattro ore dopo il sorgere del Sole, il profeta starà dinanzi al re! Ci incontreremo alla porta di Hadad-Rimmon’. Fin dove lo potrai annunciare, tutta Israele deve venire entro otto giorni, sul monte che il SIGNORE ha designato: sul pascolo di Heebar. Lì sono salite delle fiamme al Cielo, …e sulla terra. È lì che il Signore si rivelerà al popolo nella Sua Magnificenza e Grazia”.

14. Alla portentosa profezia segue un lungo silenzio. I sidoniti si stringono in un angolo. Non è del tutto diverso di come avevano sentito su questo strano uomo? Un DIO deve operare tramite lui; non uno che – come Baal fatto tramite una mano d’uomo – sta morto su un animale morto, le cui fauci sono la falsa cova dei sacerdoti di Baal-Sebub e di Asher, un potere mondano che vuole schiavizzare i popoli.

15. Elia chiama i titubanti. “Non temete; il nostro Dio è buono! Se Egli si mostra nello timore, allora è soltanto perché della cattiveria ha stimolato la Sua ira. Il male raccoglie del male, il bene eternamente del Bene! Anche se sulla Terra non sempre si pareggia, credetelo comunque: ‘Chi porta l’Amore di Dio nel cuore, anche il suo cuore viene portato dall’Altissimo!’.  Dimorare in Dio eleva i piccoli uomini in alto al di sopra di tutte le cose del mondo, e il mondo non tende alla Sua Luce. Sì, voi due, Lubbar e Chrabot, trovate ancora oggi l’Iddio vivente; e nella sua Bontà sarete confortati”.

16. Som-Hasad chiede che Elia voglia venire da lui al più presto, la Samaria sarebbe al momento ‘senza la corte’.

- “Come guiderà il Signore, amico mio”, risponde il profeta. “Ruben-Heskael: prepara i sacerdoti! È vicino il tempo in cui potrete agire di nuovo apertamente, anche se Israele non rinuncerà mai più del tutto a Baal. Questo è il segno del perché nel deserto si è dato l’oro al vitello, si è fatto ‘l’animale che cresce’, che fa crescere passioni e rovina.

17. Heebar: riserva a DIO i tuoi torelli fino al giorno predetto”. Posando la destra sul capo di Rachele, dice: “Tu sei una buona figlia di Sion. Molti afflitti verranno a te e tu poi devi essere per loro una benedizione”. Rachele non riesce a dire una parola per le lacrime. Heebar ringrazia per lei e chiede che Elia voglia benedire anche gli uomini. Quanto volentieri lo fa il profeta!

*

18. Obadja prepara la sua carovana di carri da buoi per la partenza. Anche Som-Hasad prepara il suo carro. Heebar gli ha dato volentieri qualcosa del suo fieno. Ruben-Heskael sale sul suo mulo, un regalo dell’oste, perché l’onorevole non va più tanto bene a piedi per via della sua età. Ed Elia si rivolge volentieri verso Hadad-Rimmon, per incontrare Acab l’indomani stesso.

- “Ti accompagno”, dice Heebar, “là non ti lascio da solo”.

- “Va bene, amico mio; ma vedi: DIO è con me!”. – La Forza di quella Parola riecheggia ancora a lungo nei cuori; sarà per ognuno un forte sostegno.

 

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Cap. 16

I carri di fieno - Un re vuole scambiare da non-re

1. “Fieno! Si vede un unico il lungo serpente di carri!”

- “E carichi fino in cima!”

- “È il maresciallo di corte! Chissà da dove ha preso il fieno”.

- Molto popolo accorre ed accompagna per ore la colonna, ma nessuno osa arraffare una manciata. Ma dove cade un poco a causa dello scuotimento, ci si litiga per quel poco: “L’ho conservato per la mia capra! Lascia andare, è il mio fieno!”

- “Io, …ho fame, lo volevo solo mangiare”.

2. Obadja li sente. Gli si chiude il cuore nel corpo. Lui ha ancora un po’ di pane che divide tra molti morsi. Degli affamati ne afferrano avidamente e grati. Allora anche i sidoniti con lui, altrimenti così duri di cuore, danno della loro provvista, spronati dai comandanti Lubbar e Chrabot che dicono piano alla gente: “Credete nel vostro Dio, EGLI può fare Miracoli”. Gli interpellati retrocedono timorosi, ma la parola rimane ferma. A casa si traggono fuori dei piccoli rotoli di Scrittura dimenticati da tempo, che una volta si ottenevano gratuitamente da alcuni buoni sacerdoti. Così dei pagani convertono dei figli d’Israele al loro Dio. –

3. Davanti al muro di Jesreel si trova pure una carovana di carri, ma la maggior parte dei carri sono vuoti. Acab cavalca di malumore sul suo cavallo magro. Quello che è riuscito a trovare in due settimane è appena sufficiente a tenere i deboli buoi sulla via. Il resto serve per la scuderia ancora per una settimana. Non può distribuire niente. Ed è come ha strombazzato: ogni contadino lo sosterrebbe con gioia, soprattutto perché per ogni carro è stata promessa una buona moneta e quattro settimane di libertà dalle tasse.

4. Arriva un messaggero: “Re! Da Hadad-Rimmon si alza la polvere”.

- Acab si volta. Ecco che arriva già di corsa un cavaliere. “È Obadja!”, trattiene un’esclamazione di dolore. “Anche inutile? Ah, …al maggiordomo non può essere capitato niente di meglio che al re”. La situazione è troppo seria di come il servitore ne potesse ridere. Ma Acab vede nel volto di Obadja – che è un buon maresciallo, un politico e un economo, un uomo indispensabile – il suo maggiore successo. Quando i suoi carri arrivano ondeggiando, in Acab sale un’invidia smisurata. Soltanto, che ora si deve dominare, perché Israele è arrivata al limite dei suoi averi.

5. “Dove hai preso tutto questo fieno?”. La carovana di Acab si era diretta verso fuori città, la ricca benedizione di Obajda, dalla parte opposta.

- “Il nostro DIO ha riempito i miei carri”.

- “Stupidaggine! Come si può dire una tale sciocchezza? Alora i miei carri avrebbero dovuto traboccare, perché ho sacrificato molto a Baal”.

- “Con la sola differenza che il Dio di Abramo è l’unico vero, e Baal un finto potere di dominatori stranieri”.

6. “Non litighiamo”, interviene il re che vorrebbe incassare per sé la fama. Perciò dice mieloso: “Obadja, devo davvero lodarti, e un prezioso sigillo deve confermarti la lode”.

- “Tu lo sai, o re Acab, che non ci tengo”.

- “Sì, sei uno strano tipo. Va bene, meglio ancora! Se dunque vuoi rinunciare alla fama, allora mettiti accanto alla fila dei miei carri, ed io accanto alla tua”.

7. Obadja schernisce in modo sottile: “Concedo volentieri questa gioia al re. Molto popolo ha intanto visto chi ha portato il pieno carico. Non si può quasi evitare a far credere loro in questo scambio. Ma al re spetta la punta”.

- Acab si morde le labbra; è già stato deriso del tutto apertamente. Ora ingoia tutto e fa buon viso a cattivo gioco.

8. “Obadja, hai segnato tutti i fornitori? Loro riceveranno il ringraziamento di un governante”. Con gesto grandioso, Acab indica i carri.

- “Non occorre nessuna furbizia, mio re, ho ricevuto tutto da un solo uomo”.

- “Menti!”, ma Lubbar e Chrabot lo confermano.

- “Come si chiama l’uomo?”. I comandanti alzano dispiaciuti le spalle. Loro conoscono Acab. “Non avevano avuto nessun incarico di comperare del fieno, ma solo di accompagnare il nostro maresciallo”.

- “Dai”, grida arrabbiato Acab, “voglio sapere il nome! Lui, …è da punire, perché contro il proclama del re ha mancato le forniture!”. In Obadja sale l’amaraezza.

9. “Vuoi sapere il nome, re? Preparati, e non cadere dal cavallo! E’ stato …Elia!”

- “Il tisbita? Il mio nemico? Quando mai un profeta ha avuto così tanti prati, da possedere ancora una tale quantità di buon fieno dopo tre cattivi raccolti? Obadja, mi hai prestato molti buoni servizi, anche se sei un bastian contrario di primo rango, ma questo te lo giuro oggi su Baal-Sebub in Ekron: ‘Domani sera non sei più vivo, se non mi consegni il tisbita!’. Lo tieni nascosto da molto tempo!”

10. “No, non sapevo dove fosse. Oggi al mattino presto era all’improvviso sulla mia via; la sua parola ha riempito i miei carri. Non è stato un miracolo che Heebar ha consegnato la sua ricchezza di foraggio nascosto? Lui conosce i contadini montani. Prima che costoro aprono le mani, si deve minacciarli di morte”.

- Acab sta seduto sprofondato nella sella. “Il mio nemico non mi manda dire nulla?”, chiede lui.

- “Oh, sì! Lui, Elia, un ‘uomo di Dio’ come lo era Mosè, è disceso dal Cielo. Lui manda a dire al re: ‘Acab, domani mattina presto, quattro ore dopo il sorgere del Sole, ci incontriamo alla porta di Hadad-Rimmon’

11. “Hah, e così, quando ci arrivo, c’è un vento, ma nessun tisbita!”

- “Non così, o re. Elia sarà già lì”. La parola detta seriamente deve convincere Acab. Se finora infuriava in lui l’odio contro il presunto serratore del Cielo, ora però gli dà una grande paura. Non la dimostra, ma si tradisce quando chiede: “Mi accompagni, Obadja?”

- “Se il mio re lo desidera… I comandanti Lubbar e Chrabot vengono con noi”.

- “Ah, naturalmente! E in più i settecento carri da battaglia!”

- “Questi li lasciamo a casa; incontriamo un solo uomo; non siamo nemmeno più nella posizione di combattere.

12. “Vedi, o re, il Signore ti ha preposto bene l’ora di sentire che in questo tempo, in cui Israele è incapace di combattere, nessun popolo ha rotto la pace”.

- “Ognuno è gravato con il rincaro”.

- “Sì, ma Benhadad, i filistei ed altri, hanno portato le loro navi oltre il mare e sono ritornati felicemente con un ricco carico. Dopo il primo periodo di carestia, Benhadad ha trovato una buona regolazione per la distribuzione; e così pure i suoi poveri ce l’hanno fatta”.

13. “Mi accusi?”

- “Assolutamente no! Solo che allora il mio consiglio di comperare molti carichi e darli in cambio di biglietti ad ognuno a prezzi accessibili, era buono. Tu hai fatto eseguire l’acquisto, ma solo per la tua corte e, …per il tuo Baal. La gente di Baahl-Sehub ha gettato abbastanza sovente il pane nella polvere, ed hanno deriso i nostri poveri che l’hanno raccolto e mangiato con la sporcizia, per la fame. Anche le epidemie hanno preso il sopravvento, e la morte ha mietuto un bottino più ricco di come in Canaan crescono ancora degli steli”.

14. “Questo è colpa del tisbita!”

- “Tu, re, hai provocato il Giudizio di Dio! Il bestiame della Samaria deve pascolare nel deserto!”

- “Silenzio! Non voglio più sentire niente! Domani finisco il mio nemico”.

- “Sarebbe meglio che portassi la pioggia!”, Obadja sente su di sé lo spirito di Elia. “Tu, non osare troppo!”

- Pallido di rabbia, Acab alza il suo pugno. “Posso far piovere? Sono Dio…?

15. “Elia non è un Dio, ma il Suo messaggero. Ed egli farà piovere!”

- “Pioggia?”. Acab guarda al Cielo grigio plumbeo nel quale non si mostra nessuna nuvoletta, per quanto piccola, da quarantacinque lune. All’improvviso abbraccia Obadja, gli animali stanno uno a fianco dell’altro. “Pioggia! Se soltanto venisse una goccia di pioggia, un filino d’erba, uno soltanto”.

- Malgrado la crudeltà, Obadja ha compassione per quell’uomo povero di cuore. Lo avrebbe abbandonato da tempo, ma l’Incarico di Dio è stato: ‘Persevera!’. E così, non si può riparare qualche ingiustizia? …come anche qualche altra da evitare?

16. “Vogliamo andare in città, signore, mio re? Gli uomini e gli animali languono al Sole, e nemmeno il fieno diventa migliore nel calore. Va pure avanti, mi incarico io della tua carovana”.

- “No, cavalca con me davanti”, ordina Acab per lo stupore di Obadja e dei comandanti. “Vogliamo dire che noi due abbiamo portato il fieno, io e tu?”. Obadja sorride delicatamente. Si devono riconoscere anche i gesti prestati dalla vera regalità. Ma il popolo forgia qualche derisione, che penetra persino fin nella fortezza. Isebel non risparmia lo scherno ad Acab, cosicché anche la piccola conoscenza toccata nel re alla coraggiosa indicazione di Obadia, si disperde in fretta, arde come il paese di Samaria.

17. Acab dà un ordine. Si mettono insieme dieci carri da guerra, ancora i migliori, e il suo carro da combattimento viene preparato con otto cavalli. Una colonna di guerrieri sidoniti doveva marciare già alla sera verso Hadad-Rimmon. Ha l’incarico di accerchiare il luogo a mo’ di guerra. Obadja, Lubbar e Chrabot prendono dei cavalli freschi. Così la carovana regale passa già due ore prima del sorgere del Sole verso il confine della città di Jesreel, e corre, alzando potenti nuvole di polvere, verso il luogo che non il re, ma il profeta di Dio ha determinato, e dove Acab deve sperimentare il suo più grande fallimento.

 

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Cap. 17

[1° Re cap. 18,16-19]: [16]Abdia andò incontro ad Acab e gli riferì la cosa. Acab si diresse verso Elia. [17]Appena lo vide, Acab disse a Elia: «Sei tu la rovina di Israele!». [18]Quegli rispose: «Io non rovino Israele, ma piuttosto tu insieme con la tua famiglia, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito Baal. [19]Su, con un ordine raduna tutto Israele presso di me sul monte Carmelo insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera, che mangiano alla tavola di Gezabele».

 

Una grande resa di conti Haab alle strette davanti al popolo

1. Acab ed Elia stanno uno di fronte all’altro. Ma se il re ha creduto che il profeta – schernito presso il popolo da parole d’aizzamento – sarebbe stato senza seguito, allora si vede deluso. Su Hadad-Rimmon, di certo un piccolo nido, tutto Meghiddo e in più molti contadini del monte Carmel, per quanti han potuto accorrere nella notte, stanno compatti dietro di lui. Una parola, detta alla sera della vigilia di questo memorabile giorno, ha portato ad Elia una vittoria incontestabile. Su Acab si rivolgono dei volti oscuri, e si alzano dei pugni minacciosi, compatti.

2. Dietro ad Acab arrivano i carri da guerra, mentre il popolo a piedi, come debole cintura circonda l’ampia distesa davanti all’ingresso. L’ira di Acab non conosce quasi dei limiti. Sì, …non sembra come se Obadja gli abbia messo la cattiva trappola? Perché dieci carri da combattimento, invece di settecento? Una sola schiera con lance, invece di dieci? Non doveva incontrare Elia da solo? La schiera di questi è tre volte più forte che la propria. E che i contadini portino delle armi, non lo deve perquisire nessuno.

3. Digrignando d’ira, il re fischia a Obadja. Costui si sente persino senza colpa e sotto la protezione di Dio. Senza timore dice: “Estrai la tua spada ed uccidimi in questo punto, se ti ho spinto in una trappola! Come conosco il tisbita, non gli sta bene che il popolo si è radunato. Guarda: lui dice di andare tutti sulla collina di Babar, ma …”, Acab fa un cenno; pieno di gioia maligna lascia andare la folla dal cordone.

4. Lubbar sussurra a Chrabot: “Il re stesso si crea oggi un giorno di disgrazia, perché: si lasciano sfuggire degli armati dal proprio cerchio di difesa? Puressendo gente inesperta, …tuttavia nell’ira sono i più coraggiosi. Dal Babar possono vedere tutto magnificamente, e seppellire la nostra piccola schiera a valanghe”.

- “Hm, se Elia non fosse la loro guida! Ma ascolta quello che succede: ora Elia sta ad un lancio di pietra davanti al carro del re”.

5. Nel frattempo, lui alza la sua mano: “Acab! Il SIGNORE ti ha chiamato e tu sei venuto. Così ascolta anche la Sua Parola! Ma affinché tu capisca che né Obadja né io ti abbiamo teso una trappola, ma che devi riconoscere il POTERE di DIO, allora ordina ai tuoi guerrieri di rivolgersi alla collina di Babar. Le sensazioni non saranno piacevoli, di sapere il nemico alle spalle su una collina”.

- Acab diventa rosso-blu. Se lo deve lasciar dire da un profeta girovago? “Obadja, rallegrati! Ho da fare i conti con te anche di questo e di molto altro ancora!”, sibila al suo maresciallo con la bocca tremante.

6. Costui risponde tranquillo: “Re, per oggi mi hai tolto il potere del comando”.

“In altre parole, una schiappa copre il mio scudo da re?”

- Obadja trangugia il ‘sì’. “Tu l’hai comandato: (quindi) fama e perdita sono tuoi”. – Ah, se non avessi tanto bisogno di quest’uomo, poiché questo siriano ha portato sotto il suo cappello trentadue re…, all’istante lo giustizierei. Il tisbita segna per sé un doppio: l’impareggiabile coraggio di trovarsi da solo nel cerchio di difesa e, …l’eccellente posizione della sua truppa.

7. Ad Acab costa metà del suo onore, restituire ad Obadja il potere del comando. Non sarebbe proprio necessario se lui riconoscesse DIO. Ma l’uomo di Stato sa salvare il povero splendore: “Re Acab, in certe battaglie abbiamo combattuto insieme. Come cavaliere combatti coraggiosamente quando la responsabilità riposa sulle spalle di altri. Oggi non ce n’è bisogno; oggi si deve piegare soltanto il cuore davanti all’Eterno-Santo. Se lo farai, allora verrà la Grazia su di te e su Israele”.

8. Nel frattempo Elia si è posto davanti agli otto cavalli. “Acab! Dimostra quale volontà è in te!”.

- “Che t’importa la mia volontà! Tu, assassino a tradimento, uccisore di paese! Non sei tu solo a confondere Israele?”

- “No, non io confondo, ma tu e la casa di tuo padre! Chi abbandona DIO, uccide il popolo, la stirpe e la famiglia! Omri e gli altri passati zoppicavano davanti al Signore; ma tu cammini con le grucce! Non mostrare con scherno il tuo piede, perché hai fatto di peggio di come finora tutti i governanti messi insieme. Essi hanno lasciato entrare Baal nel paese; ma tu agisci contro ogni verità, contro ogni diritto!

9. Ti ho annunciato le semplici pretese di Dio: distruggere le case di Baal e sospendere le schiaccianti tasse con le quali vivono magnificamente e nelle gioie solo gli amoreggianti di Baal. La loro cattiveria, le lacrime causate da loro, farebbero traboccare il Mar Rosso se le si raccogliessero. Io ho detto: ‘Fa che le alture diventino di nuovo dei pascoli pacifici’. Ma tu, nemmeno dal punto di vista economico hai visto la ferita che tu hai causato al tuo paese, mentre i migliori pascoli nutrono i servitori di figure morte di pietra, invece che animali viventi.

10. ‘In Verità’, dice il Signore, ‘è bene avere una casa nella quale gli uomini si raccolgono in Onore per Me, ma i cuori sono i migliori templi dove Mi si può offrire l’amore!’. Hai tolto al popolo molto spazio vitale che era utile anche terrenamente ad Israele, la terra che Giosuè ha dato alle nostre tribù. Hai tolto il pane ai piccini ed hai fatto invece sacrificare a delle pietre. Non io ho confuso Israele in questo tempo terribilmente povero, ma tu solo!”

11. Dalla collina di Babar riecheggia il mormorio dei contadini; proprio coloro che hanno perduto la buona terra. Acab minaccia di farli schiacciare dai carri di guerra, ma i forti pastori, schernendo, sollevano le loro armi e gridano: “I carri da combattimento, o re, hanno poco spazio sulla collina!”. E questi, in piena tempesta, si precipitano frusciando nell’abisso morto. L’ira di Acab perde le briglie. La gente ha ragione, e lui è indifeso. Anche questo lo deve al tisbita. Oh, …se solo potesse! Ma ora lui è legato. – Con mordente scherno, lo nasconde ed esclama:

12. “Perderei volentieri i dieci carri, per precipitare voi nell’abisso morto! Ma tu, tisbita, vai mille volte all’inferno: tu solo hai portato su di me la grande sciagura!”

- “Non esiste nessun inferno, Acab, nel quale si possa scendere, che unicamente nel vuoto senza Dio della propria anima distrutta! La tua è spezzata, non guarirà più sulla Terra. Ma quello che la mia anima porta in sé, lo saprai abbastanza presto!

13. Ora DIO ti chiede per l’ultima volta: ‘Vuoi riconsegnare al popolo le sue colline, distruggere le case di Baal e mandare via i suoi sacerdoti dal paese?’. Parla! E DIO dirà ciò che deve succedere!”.

- Ascoltando unicamente la sua ira, Acab urla senza riflessione: “No! Non lo faccio!”

- “Nemmeno se il Cielo continua a rimanere chiuso?”. Persino ai soldati più rozzi batte il cuore di paura. Non sarebbe bene se Acab dicesse di sì, purché finalmente piova? Lui è il re; più avanti può di nuovo agire diversamente, se vuole.

14. L’intenso chiarore del giorno morde gli occhi peggio del gelo nelle notti d’inverno. (serve) Pioggia! – “O re…”, dice profondamente serio Obadja, “…lascia operare Dio. Rialza i vivi. Non senti muovere l’aria? Nessun vento, nessuna voce d’uomo, ma la santa Bocca di Dio ti parla!”

- Ad Acab passa l’ira, per questo prende possesso in lui lo sconforto. Ma Dio era diventato per lui un concetto così vuoto, l’ultima cosa secondaria di tutte le cose secondarie umane. Che cosa deve fare con Lui? Credere, …in Lui? Lui crede solo in se stesso. Hm, ‘la grande miseria’, la situazione economica deve essere valutata.

15. “Bene”, ripiega, “i contadini riavranno i loro pascoli”. Lui ci conta affinché i montanari se ne vadano soddisfatti e così non gliene importi che esista ancora una casa di Baal. Oltretutto, vengono già così poco per via del lavoro e della pigrizia. “Le preziose case di Baal, edificate con così tanto impegno, rimangono; sono i miei migliori tesori! Perché i forestieri le ammirano e pagano alte somme per entrare”.

16. “Povero Acab. Hai detto il vero! Il sangue degli uomini giusti è il fondamento delle spelonche dei vizi; le lacrime delle vedove e degli orfani sono le sue mura; la miseria del popolo è il tetto. In verità, – l’impiego è inaudito! Da lacrime, miseria e morte, hai fatto l’oro degli idoli! DIO ti dice: ‘Quanto è vero che il Cielo è su di noi, tanto è vero che sarai disdegnato da tutti i re sulla Terra! E per quanto è vero che Egli benedice la Terra dall’Arco del Suo Patto e della sua Grazia, tanto è vero che non ti accoglierà, se oggi non riconosci DIO’

17. Intorno non c’è uomo che non scuota sconvolto il suo capo. Acab ha freddo. Che cosa c’è da fare? Lui si trova su un carro da combattimento riccamente adornato; il tisbita è come un viandante davanti agli zoccoli dei suoi cavalli. Deve dire al conducente di lasciar andare gli animali comunque già agitati? Già tende verso le redini, …che si vede scoperto. Elia prende il cavallo trainante tenendolo per le briglie; allora gli otto cavalli restano fermi come agnelli ed abbassano le loro teste finemente pettinate.

18. “Acab! Non serve a niente sviare! Se non hai una risposta tu , allora l’avrà il tuo popolo sulla collina di Badar”.

- “Quel paio di sporchi pastori, chiami ‘il mio popolo’? Tutti i grandi d’Israele dovrebbero stare insieme, allora sentiremmo la parola del popolo!”

- “No! Allora sentiremmo solo le lingue tagliate da te!”

- Elia si rivolge alla gente, calmando la loro ira, che nel frattempo è divampata dal folle discorso di Acab.

19. “Contadini del Carmel, cittadini di Meghiddo, siate buoni rappresentanti d’Israele e dichiarate davanti al vostro Santo Iddio ciò che deve succedere!”.

- All’unanimità tuona giù: “Giù con Baal! Cacciare i seguaci di Baal! Distruzione delle case di Baal, gli altari di Baal e le immagini di Asher! E sulle colline devono pascolare le nostre mandrie, che ci forniscono nutrimento e ricchezza! Giù con Baal!”

- “Il giudizio del popolo è anche il Giudizio di DIO, Acab! Se ti vuoi piegare, allora non scorrerà sangue; perché l’Altissimo vuole infatti salvare tutte le povere anime. Se sei contro quanto è stato detto, allora sarai il solo colpevole di ciò che succederà, come lo sei per ciò che è avvenuto nel tempo della siccità!”

20. “Non posso!”, mormora Acab. Elia lo ha scoperto dinanzi al popolo. Non era da accordare a quattr’occhi? Spogliarsi di ogni dignità è impossibile! Scoraggiato, chiede a Obadja: “Che cosa devo fare?”

- “Riconosci Dio, e il tuo onore diventerà il puro scudo che renderà felici i tuoi cittadini”.

- Di malumore Acab si distoglie. Non può fare niente con questa risposta. Più giusto: lui non la vuole eseguire! E diventando di nuovo l’indomato regnante, esclama: “Rendo libere soltanto le colline, affinché piova!”

21. “CHI deve far piovere?”. La domanda di Elia straccia del tutto Acab.

- “Chi? Chi l’ha tolta!”

- “Allora parla con Dio, perché l’Onnipotente dà e l’Onnipotente toglie, come Gli compiace”.

- “Io? E per che cosa esistono i profeti? Parla tu con Lui, affinché la mandi”.

- “Ora mi stai riconoscendo come messaggero di Dio davanti ai tuoi guerrieri e al popolo?”, dice Elia.

- Acab impallidisce. Lui vuole proprio il contrario. Non lo ha mai riconosciuto come profeta; e piuttosto sarebbe morto, che riconoscerlo liberamente. Ora costui glielo ha reso davanti a dei testimoni. Schiappa su schiappa; soldatescamente, politicamente, economicamente e, …uomo contro uomo! – Inaudito! – Lui può ancora salvare solo ciò che è salvabile, mentre si riserva un tempo per riflettere. Strano, …il tisbita sembra anche leggere il pensiero, e viene subito incontro al re.

22. “Acab, oggi fra otto giorni raccogli il tuo popolo, i sacerdoti di Baal della casa di Baal-Sebub e i servitori di Asher di Samaria in questo luogo. Saliamo sul ‘pascolo più alto’, sul quale da cinque anni non ha potuto pascolare più nessun animale. Là, ascolta bene, Acab: deciderà DIO!  – Perché hai deciso tu e pure il popolo; così sta bene che il Santo dia il Suo ‘Amen’ a uno o all’altro, per rivelare la forza della Sua Magnificenza, sotto il cui Patto di Grazia ogni anima di Dio può vivere tranquillamente”.

23. “Sì, sì, così sia! Sei certo, Elia, che poi pioverà?”

- “Sì, Acab, se tu mantieni la tua parola!”

 

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Cap. 18

[1° Re cap. 18,20-39]: [20]Acab convocò tutti gli Israeliti e radunò i profeti sul monte Carmelo. [21]Elia si accostò a tutto il popolo e disse: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!». Il popolo non gli rispose nulla. [22]Elia aggiunse al popolo: «Sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. [23]Dateci due giovenchi; essi se ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna senza appiccarvi il fuoco. Io preparerò l'altro giovenco e lo porrò sulla legna senza appiccarvi il fuoco. [24]Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!». [25]Elia disse ai profeti di Baal: «Sceglietevi il giovenco e cominciate voi perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro Dio, ma senza appiccare il fuoco». [26]Quelli presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: «Baal, rispondici!». Ma non si sentiva un alito, né una risposta. Quelli continuavano a saltare intorno all'altare che avevano eretto. [27]Essendo gia mezzogiorno, Elia cominciò a beffarsi di loro dicendo: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». [28]Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. [29]Passato il mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati ed era venuto il momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, ma non si sentiva alcuna voce né una risposta né un segno di attenzione. [30]Elia disse a tutto il popolo: «Avvicinatevi!». Tutti si avvicinarono. Si sistemò di nuovo l'altare del Signore che era stato demolito. [31]Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei discendenti di Giacobbe, al quale il Signore aveva detto: «Israele sarà il tuo nome». [32]Con le pietre eresse un altare al Signore; scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. [33]Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. [34]Quindi disse: «Riempite quattro brocche d'acqua e versatele sull'olocausto e sulla legna!». Ed essi lo fecero. Egli disse: «Fatelo di nuovo!». Ed essi ripeterono il gesto. Disse ancora: «Per la terza volta!». Lo fecero per la terza volta. [35]L'acqua scorreva intorno all'altare; anche il canaletto si riempì d'acqua. [36]Al momento dell'offerta si avvicinò il profeta Elia e disse: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. [37]Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!». [38]Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l'acqua del canaletto. [39]A tal vista, tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!».

 

L’intervento di Dio sul Carmel – Un vero profeta nel rapporto col Cielo – I due altari a confronto

1. “Baal ascoltaci! Baal ascoltaci!”. Da ore risuona la litania. Nel giorno stabilito Israele accorre da vicino e da lontano. Non c’è voluto nessun grande invito del re; la lingua del popolo è corsa da sola. Su tutto il paese non solo bolle un ardente vapore di Sole, sono più ardenti le minacce contro Acab ed Elia. Il re ha ancora la preponderanza. La massa si trova sul pendio a nord est del pascolo prescelto. Ci si è arrampicati fin su ai primi scogli, per poter vedere assolutamente tutto chiaramente.

2. Sulla piazza recintata il re procede alto sul suo cavallo davanti al suo seguito. Persino dei portatori di dignità straniere che erano a corte, non si sono lasciati sfuggire lo spettacolo. Dietro a una parte del monte viene cucinato. Acab non vuole aver fame. Dei commercianti itineranti offrono ciò che si può ancora comprare a caro prezzo: delle frittelle di mais o di frumento, dei piccolissimi bicchieri d’acqua, come ditali, pieni di vino. Solo due gruppi non pensano al corporeo: il profeta di Dio e l’orda di Baal.

3. Elia sa sempre che il Signore non lo abbandona, ma che si radunassero così tanti amici intorno a lui, non lo avrebbe mai pensato. Oltre ai più vicini, come Saphat ed Eliseo, è venuto quasi tutto il villaggio. Si trovano su un pendio a forma di plateau. Ephraot di Sebulon ha persino portato con sé Asdodja e Sadrach. Gli uomini di Zarpath si erano uniti ad una carovana di commercianti. Elia parla con tutti, come se non fosse un giorno particolare, come se non si dovesse preparare a qualcosa di grande. Quelli di Baal, invece, badano timorosamente fin dal mattino a venire in contatto con qualcuno.

4. Per ‘il loro miracolo di Baal’, tutto è preparato. Olàlà, il tisbita si è ricercato la cosa più stupida, e cioè: lui è solo, per cui migliaia di coppie di occhi vedono ognuno i suoi movimenti. Loro, invece, ottocentocinquanta, sono vestiti di mantelli ricchi di pieghe, di cappucci, di sacchetti a mano e alla cinta, e con bastoni vuoti per la magia. Loro possono piazzare i loro ‘miracoli’ del tutto non visti nel proprio fitto guazzabuglio. Oggi cattureranno la ‘selvaggina’ (gli uomini – per loro – stupidi). Con il continuo ‘Baal, ascoltaci’ si dispongono intenzionalmente in cerchio al loro altare in una frotta ampia, disordinata, su cui al di sopra di uno giace uno dei due torelli da sacrificio di Heebar.

5. Ma come ora loro sciorinano la loro litania solamente per via del mito, così Elia prepara il sacrificio degli animali, perché la fede in questo (atto sacrificale) è troppo radicata nel popolo; non si può riformare tutto in una volta. Lui avrebbe preferito che gli affamati potessero mangiare i torelli.

6. Mezzogiorno si avvicina. Si diventa impazienti perché Elia guarda inattivo quelli di Baal. Obadja va da lui cavalcando. “Il re manda a chiedere quando si comincerà finalmente. Ne avrebbe abbastanza del gracchiare”. Poi, piegandosi dalla sella, chiede piano: “Elia, che succede? Sono molto preoccupato per te”.

- “Mio Obadja, DIO ti ricompenserà per la tua fedeltà! Ma ora dà istruzione affinché il popolo non rivolti in alto quello che è più in basso. Non deve essere versato del sangue di fratelli”.

7. “Vi ho già provveduto. I miei uomini trattengono la valanga, i cui bordi vengono forse mangiati dai diavoli”.

- “Allora dì questo al re”, Elia alza la sua voce: “… ‘Acab, da anni ti sei lasciato gridare nelle tue orecchie le grida a Baal come il Salmo più bello, allora, non lo sopporterai per mezza giornata?’. – Obadja, ora fa suonare le fanfare, voglio parlare al popolo”. Elia sale su un dente di roccia, dove può essere visto e sentito da tutti.

8. Il profeta tiene una severa resa dei conti con il DIO dimenticato da Israele. Dei credenti rientrano in sé, dei tiepidi e dei nemici ammutoliscono. “Per quanto volete zoppicare sui due lati?”. Un rombo attraversa la montagna, come di un temporale. “Se il SIGNORE è Dio, allora seguite LUI; ma se è Baal, allora seguite qust’altro! Con gli amici sapete precisamente che voi siete gli eletti; se viene la fatica della vita, allora vi distogliete e non volete riconoscere COLUI che vi può salvare da ogni afflizione!

9. Non guardate storti in alto al cielo luminoso. Né da questo né da Dio provenga la vostra preoccupazione. Essa sorge dai vostri cuori! Infatti, dove il suolo dell’anima rimane duro e aspro, come vi può crescere un fiorellino? Perciò rivolgetevi al vostro interiore e rendete il vostro campo disseccato capace di ricevere la semina, e per il raccolto, con lacrime di pentimento e con l’espiazione; poi il Cielo porterà nuovamente su Israele la semina e il raccolto, gelo e calore, estate e inverno, giorno e notte! Ed ognuno avrà il suo.

10. Io sono qui solo come profeta. Invece di quelli di Baal ce ne sono quattrocentocinquanta nella casa. E i quattrocento servitori di Asher in Samaria vi hanno coperto il resto della Luce e la Longanimità di Dio! Che cosa fa quella gente? Lavorano? Vi sono di utilità? Essi vanno in giro solo con le pance piene e rubano le vostre proprietà. Nei loro palazzi trovate il grande fasto della diligenza e della capacità israelita, ma nemmeno il quarto della rapina si trova nel vostro paese. Per questo, Sidone si riflette nell’arte e nella facoltà del vostro popolo. Essi, hanno mai raccolto una spiga? Oppure, hanno mai tagliato una cinghia? Sono in grado di arroccare un filo?

11. Io ho lavorato alla semina e al raccolto, ho filato la lana, ho conciato scarpe, ho pitturato tegole ed ho costruito recinti. E quando talvolta le mie mani riposavano, ho rialzato alcuni oppressi, ho guarito degli ammalati ed ho risvegliato dei morti tramite la Forza di Dio. Così la mia vita è sempre stata al servizio della mano destra e della mano sinistra! Ora, o popolo, chiedi a quelli di Baal che cosa hanno già fatto per l’utilità degli uomini!”. Elia tace. Ma prima che il mormorio intorno diventi più forte, alza di nuovo la mano e subito regna un silenzio, tale da non sentirsi un solo respiro. Si rivolge ai sidoniti esclamando:

12. “Su, servitori di idoli, mostrate il vostro Baal! Il vostro altare è asciutto; può bruciare come una miccia. Ma i Segni di Dio non provengono dal basso, ma solo dall’Alto! Lasciate la vostra magia nelle sacche, voi, arci menzogneri! Infatti, non prima che vi separiate affinché si possa vedere l’altare, avverrà ciò che vuole il mio Signore, l’ALTISSIMO!

13. Voi avete distrutto il mio altare, pensando che io avrei predisposto un innesco come voi nel vostro. Voi alzate le mani e giurate su Asher e su Baal-Sebub che non sono veri. E pure per delle ore avete esclamato inutilmente il vostro ‘Baal ascoltaci’. Perché la vostra corda di miccia ben messa, non ha attizzato i rami imbevuti di resina? Io ho incaricato un angelo di distruggere la vostra opera da mestieranti.

14. Ora venti nemici possono costruire il mio altare e versarvi sopra quattro secchi d’acqua, affinché Israele riconosca la Magnificenza di Dio”. – Presto si fanno avanti degli uomini che Isebel ha condizionato per danneggiare il profeta; tuttavia essi edificano ordinatamente l’altare. Devono fare ciò che non vuole il loro cattivo senso ma, tremando, completano la loro opera.

15. Elia fa portare altri otto secchi d’acqua, finché il suo altare sta come in un laghetto. Ora lui provoca i pagani con grande forza: “Gridate più forte, affinché Baal vi senta! Forse dorme, oppure qualcuno lo ha portato via!”. Anche il popolo intona delle forti esclamazioni. Soltanto che, nell’altare di Baal arso dal calore, non si muove niente. La tensione diventa quasi insopportabile. Molti stimolano Elia che non voglia attendere troppo, altrimenti il Sole asciuga i suoi dodici secchi d’acqua (12 secchi corrispondenti alle 12 tribù).

16. “Pazienza, sentirete il vostro DIO interiormente!”. Elia prega ad alta voce e dice tutto ciò che muove il suo cuore. Con le mani alzate come Giosué nella battaglia, esclama: “Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, annuncia oggi che Tu sei DIO in Israele ed io il Tuo servo che riconosco la Tua Volontà! Ascoltami! Questo popolo deve sapere che Tu sei DIO, e che Tu converti il loro cuore!”. I credenti cadono sulle ginocchia, e un poco alla volta s’inginocchiano tutti, come steli che la falce taglia.

17. Acab diventa inquieto. Se il tisbita vince il fuoco e, …anche il popolo? Ma se è così, allora guai al suo destino. E’ bene d’aver seguito il consiglio di Obadja di prendere un cavallo al posto di un carro da combattimento. Il tumulto monta; ora ognuno lo prevede. Gli alti forestieri si sono già assicurati inavvertitamente un sentiero. A cavallo può anche fuggire; succeda quel che vuole. Obadja aveva chiesto il comando superiore per oggi. Veda lui come cavarsela.

18. In realtà gli deve essere grato, poiché ciò giustificherebbe la sua fuga. Questo preoccupa di più il re senza Dio, che la Cosa santa che sta per compiersi; più che il popolo o gli ottocentocinquanta di Baal che inevitabilmente precipiteranno in un ginepraio. Soltanto, che non succeda niente a lui! Questa è la cosa principale; tutto il resto non lo interessa!

19. Nell’alto nord si ammassa una nuvola, nera come la notte e con la forma di una lunga mano. Le dita sono curve come se tenessero qualcosa. Si muove infuriata. Si guarda terrorizzati su quest’orrenda formazione che si ferma sul pascolo nella corsa veloce come un fulmine. Poi le dita della nuvola lanciano visibilmente un largo raggio di fulmine che getta a terra la maggioranza degli uomini. Solo pochi credenti e un paio di nemici del profeta diventano perfetti testimoni dell’avvenimento. Anche degli alti forestieri.

20. L’altare di Elia brucia per un’ora, consumando tutto, anche le ultime gocce d’acqua. Israele non si tiene più. Selvaggiamente si precipita su quelli di Baal i quali si ammassano aspettandosi l’aiuto di Obadja. Ma per quanto lo desideri, lui non si può quasi intervenire, perché non rimarrebbe risparmiato nessun samaritano. A causa dei terribili anni di morte, Israele è già arrivata al limite della sopportazione popolare, come risultava dall’ultimo censimento, potendo solo confidare in Dio e in Elia, affinché vogliano evitare la cosa più spaventosa.

21. Elia, con braccia tese, si oppone agli infuriati: “Alt!”. ­Questo fa patire midollo e ossa. Persino Acab, che ha già voltato il suo cavallo, tira le briglie. “Maresciallo, io, …io voglio, …fare del bene, se Elia evita la sommossa. Diglielo!”

- “Mio re, lui lo fa per la Forza di Dio! Ma tu mantieni la tua parola, perché oggi tutta Israele è a rischio!”

- “La mantengo. …Oh, …questo calore”, ansima Acab, al quale esce da tutti i pori il sudore della paura nel pensare ad Isebel che non era venuta con lui. Acab non sa ancora niente dei segni delle catene, perché da allora lei porta i guanti, presumibilmente per non rendersi impura. Da ieri le bruciano così terribilmente i marchi d’infamia, che è vicina alla follia.

*

[1° Re cap. 18,40]:  Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò.

 

22. Elia ordina di portare la gente di Baal di nascosto oltre il fiume di montagna Kison. I pagani sospirano di sollievo senza ringraziare, mentre molto popolo gli tende le mani supplicando: “Elia, fa piovere! Elia, supplica per noi la pioggia!”

- “Siate consolati, poveri voi pochi, DIO ci esaudirà!”. Quando, dopo parecchie fermate, rincorre i cacciati via con passo furioso, sente dall’abisso delle grida di paura che superano il fragore dell’acqua. Si ferma nella corsa.

23. “O buon Signore, non voler che muoiano!”

- «Loro hanno abusato del Mio santo Nome, e così hanno ucciso, da poter contare i fedeli nelle tue dita. Le loro infrazioni di diritto hanno spezzato la Mia Grazia! Allora, ‘è Occhio per occhio, dente per dente’!»

- “Signore, Mosè ha dovuto dare il Comandamento perché non si poteva più tenere ordinatamente il popolo caparbio. Ma fa i conti alla Luce della Tua grande magnifica Misericordia”.

- « Io lo sono! Non devo perciò essere misericordioso con Israele? Perché se l’aborto dell’inferno rimane vivo, allora, già nel tuo tempo diventerà ancora peggio di prima».

24. “Onnipotente, la Tua santa Volontà sia fatta! Ma se certuni si possono salvare, allora rialza su di loro l’Arco del Tuo Patto e della Tua Grazia; persino i perduti e tutti gli stranieri sono pure figli Tuoi”.

- «O profeta, tu Mi hai presentato non un mezzo conto, ma un conto intero! Sia fatto, perché la Luce della Mia Volontà dimora nel tuo spirito. Va e salva i tuoi ultimi!»

25. Gli israeliti arrabbiati – nonostante il comando di Elia – avevano precipitato quelli di Baal dall’alta roccia nell’abisso del Kison. Ancora ne vivono cinquanta, attendendo pallidi a morte il loro destino, di cui si pentono coloro che hanno commesso le malvagità. Quando vedono arrivare Elia, chiedono il suo aiuto e promettono di diventare operai. Sarebbero rimasti impressionati che il profeta che ha bisogno soltanto di alzare un dito ed avviene proprio secondo la sua parola, guadagna da sé il suo pane. Elia fa portare i poveri tremolanti in una capanna e li fa sorvegliare dal proprietario della vigna, Nabot, al quale appartiene il fondo. Egli vuole mandare Sapath ad Abel-Mehola, che offrirà loro del lavoro.

*

[1° Re cap. 18,41-46]:  [41]Elia disse ad Acab: «Su, mangia e bevi, perché sento un rumore di pioggia torrenziale». [42]Acab andò a mangiare e a bere. Elia si recò alla cima del Carmelo; gettatosi a terra, pose la faccia tra le proprie ginocchia. [43]Quindi disse al suo ragazzo: «Vieni qui, guarda verso il mare». Quegli andò, guardò e disse. «Non c'è nulla!». Elia disse: «Tornaci ancora per sette volte». [44]La settima volta riferì: «Ecco, una nuvoletta, come una mano d'uomo, sale dal mare». Elia gli disse: «Và a dire ad Acab: Attacca i cavalli al carro e scendi perché non ti sorprenda la pioggia!». [45]Subito il cielo si oscurò per le nubi e per il vento; la pioggia cadde a dirotto. Acab montò sul carro e se ne andò a Izrèel. [46]La mano del Signore fu sopra Elia che, cintosi i fianchi, corse davanti ad Acab finché giunse a Izrèel.

 

26. Poi si affretta di nuovo verso l’alto, e il re scende da cavallo davanti a lui.

- “Acab”, gli dice Elia, “va in cucina, mangia e bevi, perché presto arriva la pioggia”. Costretto alla fede, il miscredente osserva la cupola del Cielo privo di nuvole, che non ha mai mandato un tale calore in tutti gli anni di disastro come proprio oggi. Per il popolo esausto hanno provveduto numerosi aiutanti da Meghiddo. Molti vanno anche a casa, lodando L’Iddio in modo forte e tenue, oppure discutendo veementi.

27. Elia insieme a Sadrach, che lo vuole servire finché Ephraot tiene con sé sua madre, va sulla cima del Carmel che sovrasta il pascolo superiore. Là lascia che Sadrach osservi spesso (in lontananza). Alla settima volta nell’ovest si ammassano delle nuvole grevi d’acqua. Elia lo manda in basso gioioso. Sul pascolo non si vede ancora nulla di questo, le creste dei monti sono troppo alte.

- Giunto lì il messaggero (Sadrach) esclama, “O re, il profeta manda a dire di voler accorrere; arriva una forte pioggia!”. – Appena detto, ecco che sul Carmel spunta già una prima nuvola, nuovamente, come la mano di un uomo – la Sinistra di Dio – piena di benedizione e liberazione; la Sua destra porta già il fulmine.

28. La maggior parte della gente corre alla vicina Meghiddo. Laddove avanza un piccolo tetto di protezione, si raccolgono degli uomini lietamente agitati, i quali giubilano continuamente nel fruscio della tempesta e della pioggia: “Piove! Dio ci ha dato di nuovo la pioggia!”.

- Invece re Acab ha ancora da acquisire un miracolo. Quando lui corre avanti sulla strada provinciale con il suo seguito, il tisbita corre dinanzi a lui a piedi, e nessuno dei cavalli più veloci lo raggiunge.

 

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Cap. 19

 [1° Re cap. 19,1-2]: Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. [2]Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso te come uno di quelli».

 

Come Isebel falsifica la verità – Obadja resta tranquillo

1. Isebel si trova sul suo terrazzo nella casa di avorio presso Jesreel. Un messaggero le ha portato l’annuncio che il re sarebbe vicino. Nonostante i forti dolori si è alzata, poiché in lei l’inquietudine arde come le sue mani. L’orrore sale in lei quando un uomo vola formalmente passando attorno alla casa e – come le sembra – le gettasse uno sguardo beffardo. Lei riconosce la figura principesca fra le masse, col suo mantello bianco siriano e l’abito blu. Come può un uomo di oltre i cinquant’anni correre come un’antilope? Ma il corteo di Acab si avvicina già. Non capisce ciò che sta avvenendo.

2. Acab riferisce, rafforzato dalle spiegazioni di Obadja. Tutto ottiene comunque una colorazione straordinaria, e lui diventa un eroe come Elia. Isebel s’irrigidisce sempre di più, più si arrotonda il quadro attraverso il rapporto di Obadja. Alla fine non resiste più e, alzandosi di scatto dice. “Tu hai permesso questo, Acab? Oh, quanto è infame! Io ti dico che se ci fossi stata io, il nostro altare sarebbe bruciato prima ancora che avesse potuto raccogliersi il tuo popolo di maiali! Mi consideri così stupida di credere alla favola del fulmine?”

3. “Regina”, l’interrompe Obadja, “migliaia ne sono stati testimoni. I dignitari stranieri lo hanno confermato per la cronaca”.

- “Nella cronaca esce ciò che voglio io!”, grida arrabbiata Isebel. “Qua con il rotolo!”

- “Mi dispiace…”. Obadja è la calma stessa. “…gli stranieri si sono portati a Gerusalemme il rotolo di base per la conservazione nell’Arca del Patto”.

4. Isebel va verso Obadja: “Maresciallo, lo hai fatto per farmi arrabbiare?”. I suoi occhi verdi scintillano più pericolosi che mai.

- “Non ho avuto nessuno motivo”, risponde lui. Il suo volto s’indurisce: “Non si tratta di ciò che si vuole scrivere, ma di ciò che è successo, poiché la storia del nostro popolo è una grande parte della storia fondamentale di questo mondo!”

5. La sidonita ride in modo acuto. “Che cosa m’interessa la vostra plebe?”

- Acab diventa furioso, si sente ferito. “Se siamo solo della plebe, perché sei diventata mia moglie?”

- “Per insegnare ad Israele la cultura e le buone maniere!”

- “Regina”, contraddice seriamente Obadja, “che diritto di parlare così? Dove si vedono da noi arte e bellezza, tu sottrai il tesoro e lo fai portare a Sidone. Se volevi insegnarci qualcosa, allora avresti potuto portare la cultura ed il costume del tuo paese nella capacità dei suoi uomini, e nella bontà delle sue donne”.

6. “Servitore, non osare troppo!”, minaccia Isebel. “A te una volta potrebbe mancare la protezione dell’uomo strano…”

- “La regina ammette che lui (Elia) possiede la forza ultratterena ed io godo della sua protezione?”

- Lei si volta arrabbiata. La sua ira le è uscita erroneamente. Ma agitandosi nuovamente, continua: “Il tisbita ha quindi osato, strozzare i miei sudditi con la spada?”

7. “Chi lo ha detto?”. Obadja è molto sorpreso di questo modo di interpretare.

- Acab diventa di nuovo piccolo sul suo grande trono.

- “Aha”, il maresciallo comprende in modo cristallino la perfidia del re. Questa volta non lo risparmia come lo aveva già fatto sovente, poiché qui si tratta dell’ultima faccenda dove cessa ogni riguardo. Perciò lui riferisce la nuda verità ed evidenzia fortemente la salvezza degli ultimi cinquanta uomini di Baal mediante Elia.

8. “Che m’interessa la sporca banda di Samaria? Per un sacerdote di Baal ne devono cadere mille!”

- Obadja ride di questo sfogo d’ira. “Allora Eth-Baal dovrebbe ucciderci tutti fino al bambino più piccolo; né risparmiare sua figlia né il re. Oh, egli verrà anche senza la tua chiamata; si è alleato con Benhadad contro Israele. Ora a posteriori può gridare d’indignazione.

9. Isebel è esterrefatta: “Chi te lo ha rivelato?”

- “Lo spirito di Elia”, dice lui alla sua domanda.

- “Stupidaggini”, grida a gran voce Acab che vuole riconquistare splendore davanti ad Isebel. “Qualche volta dici vere stupidità”.

- “O re, senti frusciare la pioggia che è una delizia? Guarda fuori e contempla il Miracolo di tutti i miracoli! Piove soltanto una notte e i pini e gli alberi da fico mettono già le foglie verdi. Per natura, questo avrebbe richiesto diversi giorni”.

10. “Questo è bello e bene, ma ora ciò è secondario. Voglio sapere tutto di Benhadad. Il fatto che mio cognato possa attaccare il nostro debole popolo, lo credo tanto poco quanto il fulmine che ha bruciato l’altare del tisbita”.

-  “Acab!”, l’uomo di corte dimentica l’appellativo regale. “Hai promesso di fare del bene se …”

11. “Non lo sono?”. Ferito nella sua povera dignità offesa, che Acab cerca di coprire tramite un suo andare su e giù, s’infuria: “Sono troppo buono! Ma aspettate, vi raggiungo; anche te!”. Si ferma improvvisamente dinanzi a Obadja. I loro sguardi si misurano.

- L’occhio tranquillo del combattente di Dio mantiene la vittoria. Acab si volta. Obadja fa già un sospiro di sollievo, (si volta verso la porta poiché) vuole andare da Nabot che detiene un’osteria presso la sua vigna. Là sono già andati Elia e gli amici. Isebel lo richiama con modi da dominatrice.

12. “Nabot ha guidato quelli che hanno assassinato la mia gente?”

- “No! Elia li ha messi sotto la sua custodia perché può fidarsi di Nabot. Saphat di Abel-Mehola li ha portati con sé”.

- “Che cosa? I miei sacerdoti devono diventare degli sporchi mangiatori di fieno?”

- “O regina, dove mancano dei contadini, manca il pane! Se si sporcano lavorando, non li renderà impuri. Questi sono degli ordini della loro fatica che DIO ha dato loro. Sporco, è quell‘uomo che pensa, parla e fa del male; oppure uno che per pigrizia non si lava. Il primo lavoro che Dio ha consigliato all’uomo, era il campo e il gregge. Il paese dei campi e dei pascoli è fonte di vita di tutti i paesi! Un popolo può perdere tutto e sussistere comunque, se ha dei buoni contadini”.

13. Obadja parla così seriamente che Acab ne rimane impressionato. Una sola serpe si attorciglia. “Che m’importa? M’interessa Nabot. Lo conosco: un pezzente avido! Certamente ha ucciso i miei sacerdoti per denaro”.

- “Regina, ho già detto che né Nabot né Elia sono colpevoli. Nabot ha subito provveduto ad assistere al meglio i sacerdoti di Baal dopo lo spavento”.

- “Naturale, così, per l’apparenza! Si deve rapidamente issare la bandiera bianca sul tetto di casa. Ora, …Nabot non mi sfugge!” maggiordomo

14. Lei con mano sciolta scrive uno dei giorni più memorabili della storia d’Israele. Tutto ne riceve il terzo occhio. Su Elia, annota: ‘Il tisbita ha macellato ottocentocinquanta sacerdoti di Baal con la sua spada. La scelleratezza di questo atto deve spaventare tutti i popoli!’. Segna diritto il suo nome, firma anche ‘Acab’, che lo fa senza leggere una sola parola, ed invita Obadja a sottoscrivere come testimone.

15. “Vi dico in breve che io sono maggiordomo”, si trattiene lui con intelligenza. “In prima linea, però, sono un uomo di Stato, economo e maresciallo. In una tale posizione sono interdetto di dare una firma cieca. Prima leggerò il rotolo”. Un colpo doppio.

- Anche Acab scoppia subito. “Come re posso fare quello che voglio! Se la regina lo considera buono di prestare per prima la sua firma, allora come re posso ben darle la mia fiducia!”

16. “Tu certamente, re Acab, appunto perché sei re; ma io no, perché il popolo mette nelle mie mani la guida, tutto il suo bene e i suoi guai”.

- “Non farmi ridere!”, grida Isebel con scherno. “Tu sei soltanto servo per nostra grazia, ed hai da fare solo ciò che ti viene ordinato. La guida del popolo riposa su di noi!”. Con arroganza prende posto sul suo trono.

17. “Molto giusto!”, dice sarcasticamente Obadja. “Soprattutto, la guida del popolo poggia allora sulle spalle del re, se egli mi ordina ciò che io gli ho consigliato prima”.

- “Questo è troppo!”. Acab getta le braccia di qua e di là. “Tu, domani ti licenzio!”

- “Se ti piace? Certamente troverai qualcuno per inventare il piano di battaglia che fra breve scoppia. Benhadad, Eth-Baal e trentadue re stanno marciando. Dove? … E chi lo sa?”

18. Acab ridiventa già un omettino. “Tu lo sai, Obadja?”

- “No, ma lo posso immaginare. Ma per occupare un solo posto, e il re è già perduto”.

- “Sì, sì, hai ragione. Ora, …facciamo di nuovo pace dopo il bel giorno di ieri”. Questo è l’autentico Acab.

- Obadja si stupisce. Bel giorno! Altro non è in grado di dire, dopo l’alto santo avvenimento.

19. “Tra breve riporto il documento”. Inchinandosi a mò di uomo corte, già oltre la porta, Obadja è rapidamente corso via. Ma fuori cammina lentamente. La pioggia scroscia, scroscia anche la sua anima. Solo la testa gli è particolarmente pesante. Verso sera lascia il palazzo e cavalca velocemente verso la locanda di Nabot.

 

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Cap. 20

La fedeltà di Obadja vuole aiutare Elia – Nel viaggio, un santo colloquio

1. “Elia, devi fuggire!”. Con questa esortazione Obadja si precipita nella stanza del cortile di Nabot che non si vede né è accessibile dal vicolo né dagli ospiti. I radunati sono presi da una grande agitazione.

- Elia dice calmo: “Amico, l’ultimo tempo ha rosicchiato ai tuoi reni. Vieni, rinforzati col mio vino; Nabot non ci ha fatto mancare niente, per quanta provvista ha ancora la sua dispensa”.

- “O Elia, ora mi meraviglio di te! La tua alta vittoria, anzi la santa vittoria di Dio rende la tua anima ubriaca; e così non senti il sibilo della serpe che si rivolge su di te e, …su Nabot”.

2. “Su di me?” chiede l’ultimo. “Che cos’ha contro di me?”

- “Molto. Lo saprai”. Obabja beve avidamente un sorso ed estrae un rotolo. “Sia detto soltanto la cosa più importante, ascoltate: ‘Nel sedicesimo anno di Acab, re d’Israele, il giorno in cui la natura si è calmata ed ha fatto di nuovo piovere, è successo …’, e così via. – Ora, amici”, racconta Obadja dal rotolo, “tutto viene menzionato in modo che il santo Divino non c’è proprio, in nessuna questione, nemmeno il chiacchierio inutile di ore degli uomini di Baal, ma il profeta avrebbe corrotto la Samaria, facendo otturare l’altare con del fogliame dai sacerdoti travestiti di Baal”.

3. “Ma non c’era proprio del fogliame”, esclama qualcuno.

- “Continuate ad ascoltare: ‘L’acqua versata sulla costruzione del tisbita è corsa via sulle pietre messe di storto, lasciandola asciutta’

- “Che meschinità! Chi scrive questa stupidaggine?”

- “Non interrompete sempre”, ammonisce Obadja, “il tempo stringe. Da queste indicazioni vedete già che la santa Opera di Dio viene diffamata, ed Elia è marchiato come arci ingannatore, per spingere degli innocenti nella fossa.

4. Acab, di nuovo ammaliato da Isebel, non crede più nel fulmine. Ma ora la cosa più terribile: ‘Il tisbita ha macellato con la su spada ottocentocinquanta sacerdoti di Baal!’. Amici, si tratta di Iesreel. Ci si attacca già a Nabot”.

- “Perché? Pago puntualmente tutte le tasse; mio cognato che abita a Tiro, mi aiuta”.

- “Ora sia detto: il tuo vino di Jesreel è il migliore in tutta la zona. Dalla meravigliosa altura della tua collina si può guardare lontano. In alto l’aria è mite e buona, perché il dorso del monte Gilboa trattiene il duro vento. Inoltre confina con la foresta del castello. Acab vuole una strada verso l’altura e far costruire in alto una casetta di divertimento. Ora sai il perché ti si tira dentro alla faccenda”.

5. “Oh, se soltanto l’avessi saputo”, si lamenta Nabot, “quelli di Baal non mi sarebbero venuti in casa! Che devo fare ora?”.

- Elia tranquillizza la schiera agitata. “Dio ci ha dato il grande segno, che LUI solo è la guida! Dove entra la paura, là esce la Custodia di Dio!”

- “Fammi interrompere, caro amico”. Obadja sfiora il braccio di Elia e le lacrime bagnano i suoi occhi. “La cosa più maligna deve ancora venire”.

- Lui legge: ‘Per quanto è vero che io sono Isebel, la figlia del re di Sidone, tanto è vero che gli dèi mi devono fare questo e quello, dove io non pretendo altro che domani, alla stessa ora, l’anima del tisbita, e gli faccio quello che lui ha fatto ai miei sacerdoti! Chi sta dalla sua parte deve subire la morte nel fuoco

6. Ci si allontana timorosi da Elia. Il più pauroso è Nabot. “Sono contento che Saphat sia venuto a prendere i sidoniti”, sussurra al vicino.

- Elia vede intorno a sé la stanza vuota, mentre prima ognuno di loro non poteva essergli abbastanza vicino. Il suo spirito è al di sopra di ogni paura; l’infuriato sbavare di un’anima infernale non sprizza fino a lui. Ma l’umano? Non deve anche questo passare attraverso la profondità dello scoraggiamento, per sperimentare per di più il Dominio di Dio? In lui contendono lo spirito e l’uomo. Vince ancora il suo alto spirito.

7. “Non temete!”, dice lui così bonariamente, che attraverso le fila passa un sospiro di sollievo. Oh, …dov’è il profeta, là c’è Dio; e dove c’è Dio, Satana non ha nessun potere. “Restiamo qui. Di notte, quando la pioggia cade più fievolmente, ognuno va a casa. Fedele Obadja, porta Nabot dall’alto giudice, che Acab non può evitare. Dimostra che ho incontrato Nabot solamente dopo che ho potuto salvare gli ultimi cinquanta. Questo – così penso – è abbastanza come protezione esteriore. Noi possiamo ottenere la santa Protezione di Dio solo tramite la supplica. E in questa, amici, non diventate tiepidi”.

8. “Mi chino fino a terra davanti al tuo spirito”, dice Obadja, “ma ricordati della tua stessa parola, che anche per te il Cielo potrebbe chiudere una volta la sua tenda. E questo tempo è arrivato! Elia, non badare troppo poco alla mia voce: devi fuggire subito, gli altri devono andare a casa. Più sei veloce, meglio è”.

9. “Di chi? Davanti a Dio o davanti alla serpe?”

- “Elia, non ferire il mio cuore! I tuoi peggiori nemici sono fra il popolo, e questo non per cattiveria, ma perché mi preoccupo per la tua povera vita. Li si è visti spingere le vittime, e chi ha alzato una parola contro Baal, lo si è sentito. Per salvare se stessi, si tradisce il nemico e l’amico. Ho atteso gioiosamente che la tua azione ci portasse l’unione; il perché non è successo, lo sa unicamente il SIGNORE.

10. Ho già nascosto molti che erano presso il Kison. Ma voi sapete precisamente che la verde velenosa, …che Isebel non riposerà prima di aver causato un bagno di sangue. Ho una sola speranza: ‘Se Benhadad colpisce presto, allora – almeno per ora – è impedito il cattivo vanto’. – Ma tu, Elia, devi partire; meno per te stesso – perché la Mano di Dio è su di te – che più per via degli amici, affinché a nessuno capiti inutilmente nel pericolo”.

11. Elia si alza. Allora vede tremolare qualche occhio  che si bagna. Obadja ha comunicato la Guida di Dio. Il profeta lo riconosce umilmente, lui che in ogni tempo ha parlato direttamente con suo PADRE. E lui ora vede già un’ombra stare dietro a Nabot. Ah, – come succede in modo meschino in questo povero mondo. Israele non avrebbe potuto essere lieta, ora, …dopo la miracolosa rivelazione di Dio?

12. “Vengo con te”. Sadrach afferra la mano di Elia.

- “Tu?”, chiede Elia commosso.

- Sadrach racconta: “Ho sognato che tu volevi sacrificare la tua santa vita per me; ma il tuo Dio, che ora è il mio, l’ha condiviso tra di noi. Non dovrei condividere anch’io la mia vita con te?”

- “Ragazzo!”, Obadja abbraccia il sidonita. “Uomini di Israele, guardate come ci deve svergognare Iddio che mercanteggiamo timorosamente per la nostra piccola vita, mentre ce n’è una grande in gioco. Un ragazzo pagano ci mostra la fede nel nostro Signore!”.

- Gli ebrei si mordono le labbra. Danno ragione al loro maresciallo, senza il quale nel paese le cose sarebbero andate in ben altro triste modo. Lui è l’unico che tiene ancora nelle briglie il re e la sua prostituta.

*

13. Abdia ha provveduto bene. All’uscita del vigneto ci sono due cavalli. “Ecco, Elia, io già pensavo che Sadrach sarebbe rimasto con te. Prendi il Giordano presso Beth-Sean; l’Altissimo vi guiderà sulle Sue vie“.

- “Grazie, Obadja. tu sei dotato di sapenza, perché il tuo cuore è pieno d’amore. Ci rivedremo di nuovo“.

- “Vai con Dio! Più volentieri di tutto verrei con te. O Elia, perché deve sempre esserci separazione?“ – “Affinché rimanga vivente il desideio, caro amico, la vita qui è breve; di là non ci sarà più nessuna separazione“.

14. Arrivederci. La protezione del Signore sia con voi due!“.

- “Anche con te”, esclama a bassa voce Sadrach. “E nessuna preoccupazione, starò ben attento”. L’abitante di Sidone si lancia al petto. Obadja sorride. Oh, solo il Santo provvederà all’attenzione; ma è bello quando un ragazzo pensa in maniera nobile.

- “La luce del Cielo è il tuo mantello, mio Obadja“. Un bacio di amicizia, …e i cavalli galoppano sotto la pioggia battente nella notte nascente.

*

[1° Re cap. 19,3-8]: Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. [4]Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». [5]Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». [6]Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. [7]Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». [8]Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.

 

15. Ad est del Giordano vanno fino a Beth-Haram nel territorio di Ruben. Sani e salvi prendono l’ultimo guado verso ovest prima dello sbocco nel mare salato, rimangono nella vicinanza della costa fino a Engeddi e girano in stretta curva a sud-ovest nel deserto dei simioniti. Discosti da Beer-Seba trovano una buona sorgente. Lì Elia rimane con Sadrach tre giorni e poi lo chiama a ricavalcare con entrambi i cavalli.

16. Il ragazzo piange. “Voglio rimanere con te, l’ho promesso al maresciallo”.

- “Sei stato bravo, caro ragazzo, ma tua madre sta in pensiero per te. Ti porto in città“.

- In Beer-Seba si raduna proprio una carovana di edomiti che avanza verso Dor e Tiro. Elia prega di portare il giovane dietro il Kison al confine di Sebulon. Il capo della carovana, un venerando sceicco, aderisce subito alla preghiera di Elia.

17. Egli stesso prosegue per un giorno intero. Tutt’intorno solitudine e arido deserto, solo pochi ginepri dispensano scarsa ombra. Perché è dovuto fuggire? È stato giusto seguire il consiglio ben intenzionato di Obadja? Non avrebbe dovuto mettersi davanti ai samaritani minacciati? Essi grideranno: ‘Ah, guardate: il grande profeta scappa, ha paura della mano di una donna!’

18. “Signore, basta! Prendi la mia anima. Io ho abbandonato le pecore smarrite della Tua casa, e le iene le scacceranno. O Dio, che cosa ho fatto? Non come uomo, per lo meno come profeta posso guardare di nuovo qualcuno nell’occhio! Sul Carmel il santo fanale, e ora – bandito da me stesso – un misero fuggiasco nel deserto della più amara afflizione“. Elia si guarda a lungo intorno, tuttavia non si sente la più lieve arietta o la voce di Dio. Egli si sente come battuto e sconsolato a causa di un fallimento, e si addormenta.

 

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Cap. 21

La predica del Cielo al profeta – A colloquio con l’angelo

1. «Elia!»

- Ebbro di sonno, il chiamato salta su. “Cosa c’è? Chi ha chiamato?”

- «Alzati e mangia!»

- “Ah, che ho bisogno di cibo, dato che la mia anima è già morta?”, Elia si volta, e ‘il bello’ di Zarphat sta dinanzi a lui. “Tu…! Sono ancora degno che tu venga da me?”. Una domanda preoccupata.

2. «Ma Elia, chi getta via quel bastone di cui ha ancora bisogno sulla via? Dio ti ha sempre consolato».

- “Che ne sai, tu, celeste, di tutta la fatica di questo mondo?”

- «Più di quello che supponi! Ora mangia e bevi, e sii pronto». L’angelo fugge via. Alla testa dell’uomo stanco si trova un pane arrostito e una brocca di vino chiaro. Sente una fame mordente e l’esile sambuco non protegge dal Sole. Elia si sente arso.

3. Gli rimangono i suoi pensieri tristi. Gli dispiace di aver fallito in questo modo. Tutta la fuga lo fa vergognare. Nasconde il suo volto tra le ginocchia tirate su. “Che cosa devo fare?”, chiede a se stesso. “E’ meglio morire”. Getta su di sé il mantello bianco. Gli ultimi anni gli hanno posto gravi pretese malgrado la figura robusta.

4. Si spaventa un’altra volta. «Elia, alzati e mangia!»

- “Ah, lasciami riposare nell’oscurità della tomba della mia anima, sono del tutto scoraggiato”.

- Il bello si siede accanto all’uomo spezzato. «Fratello», accarezza dolcemente la fronte piegata, affinché da una notte terrena possa sorgere un chiaro mattino celeste. «Il tuo affanno, il tuo sconforto è comprensibile, perché ora non vuoi rubare dalla Luce, per te o per via degli uomini, bensì, appunto, solo per il pensiero di essere stato debole.

5. Ma bada: se un uomo si ferisce solo per via dei suoi errori, allora la ferita viene già guarita dall’errore. Ma vorrei volentieri sapere in che cosa consiste il tuo errore. Allora potrei aiutarti a riparare tutto».

- “O tu, celeste, non c’è più niente da riparare. Ogni uomo può fallire; e la Mano di Dio che si chiama l’eterna BONTA’, copre certamente gli errori, prima che il dispiacere divori la sua anima. Ma io, …il profeta dell’Alto? Ah, nessuno è più riprovevole che un pastore infedele, che lascia andare il suo povero gregge quando abbaiano gli sciacalli. Nenche un timoniere lascia la nave quando è minacciata dalle onde della tempesta. Comprendi bene che cosa ha in me l’Onnieterno!”

6. «Elia, ciò che Egli ha in te, lo rivelerà la tua fine».

- “Non parlare della mia fine! Il Signore è stato pietoso ed ha annunciato che EGLI avrebbe nella Sua mano il mio ritorno a Casa. Allora ero ben consolato. Ma, …ora?”

-  «Non credi più in questo conforto?»

- “Credere? Vorrei, certo, ma non posso. Non che il Padre mi abbia lasciato andare da Sé, Egli non lo fa con nessun figlio in eterno. Ma io gli sono scivolato via”.

- «Lo si potrebbe correggere mentre ritorni indietro. Quello che predichi agli altri, deve valere per te stesso; quello che ordini di credere, lo devi credere fino all’ultimo punto!

7. Ora tolgo il tuo peso che impedisce il tuo procedere. Ascolta: devi camminare! Attraverso Obadja è giunta a te la Chiamata di Dio».

- “Un cattivo segno! L’ho anche creduto, benché finora il Signore non ha avuto bisogno per me di un megafono. Ha dovuto sceglierne uno per indicarmi la direzione”. Elia si deride.

- «Tu offendi Dio se parli così!» dice seriamente l’angelo. «Perché il tuo amico, che è uno strumento di Dio, non deve pure lui sentire la Sua voce?»

8. La preoccupazione di Elia aumenta. “Vedi come sei fatto? Ma guarda il mio cuore, poiché non ho mai approfittato della Parola di Dio per me solo. Il Santo può agire anche tramite degli animali, fiori, vento e tempo, attraverso tutto ciò che la Sua mano ha creato! Non c’è nulla che non annunci il Suo Essere, e la lingua dei miei amici è una Parola dalla bocca di Dio. Perché solamente così siamo uniti nel Suo Cuore”.

9. «E con questa opinione vuoi essere un fallito? Un figlio di Dio deve di certo mantenere pulito un onore, perché ogni disonore sporca anche la Luce. Ti senti sporco perché hai lasciato il povero gregge. Com’è realmente, portalo come peso al monte Horeb; là incontrerai COLUI che porta tutti i pesi. E non portarlo con il desiderio di scambiarci qualcosa. Solo con la dedizione di tutto il cuore sarai un portatore di pesi libero da peso!»

10. “Sull’Horeb?”, il profeta ascolta dentro di sé. ‘Hai lavato il mio cuore affinché io possa di nuovo vedere; ma il santo Monte di Dio sulla Terra … Posso portare la mia notte in questo Chiarore?’

- «Trattieni ingiustamente un errore, Elia. Dalla maestosa Notte della Creazione, dove nessun essere sa ciò che EGLI fa, non dormendo mai, sorge il Giorno: L’Azione santa della Sua Parola! Presso di Lui non esiste nessuna oscurità; le Sue Notti di Creazione sono i generatori dell’Onnipotenza di tutti i Giorni! Soltanto nell’anima di un uomo o in un essere diventato povero giace qualche notte. Questa non è da togliere, se la si porta in un’altra notte, sia pure come una santa, che nessun figlio può comprendere.

11. Ma se si porta la sua notte nella ‘santa Chiarezza’ di Dio, allora giunge l’Aurora, e nella vita di un figlio diventa GIORNO. Porta dunque la tua notte all’Horeb, e il SIGNORE ti toglierà la tua ultima ombra. Mangia ancora del pane che ti ho portato. È dal santo Focolare. E oltre a questo, bevi di questo vino; l’ho preso dall’altare della tua Casa celeste su Midephna» (il Sole della Volontà).

12. “Fratello!”, Elia si appoggia al petto di Luce. “Ora vorrei venire a sapere così tanto da te, perché hai insegnato bene. Quanto ho da imparare! Ma sia: voglio partire e andare da mio Padre e darmi nelle Sue mani”.

- Il messaggero di Luce si distoglie un poco. Elia non deve vedere il Raggio che da una tale umiltà splende celestialmente? Lo riassetta e gli indica con la mano verso sud, dove in alta lontananza, nel buio delle nuvole notturne, stanno quattro stelle come una croce. Il divino simbolo Redentore, guaritore del divino Amore-Compassione. Verso questo s’incammina il profeta.

 

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Cap. 22

Il Monte santo di Dio sulla Terra – Elia-Michael

1. Nella sconfinata solitudine si sposano il Cielo e il deserto. Sovente Elia sente una iena ridere lontano; poi pensa ad Isebel. Lui arriva sul fiume della pioggia Araba fino al lato nord ovest del Seir. Fuori da un baluardo usato dalle carovane trova un buco nella sabbia, riparo per una notte. Ne prende possesso. Qui è quel luogo dove Israele sotto la guida di Mosè aveva trovato fuori dal deserto dopo circa trentacinque anni di cammino. E da qui andò per cinque anni intorno al Seir fino al passaggio del Giordano.

2. Trascorsero trent’anni permanendo presso il Sinai e sulla via fino al lembo nord ovest del Seir. Strano: da Beer-Seba ha camminato dieci giorni, con una sola notte di riposo. Deve lui – corrispondendo alla via di Grazia del popolo – aver bisogno ancora di trenta (giorni) fino all’Horeb? In totale, quindi, quaranta giorni, come una volta sono stati quarant’anni?

3. “Signore, la Tua Luce splende con Grazia; il mio merito non si può misurare con la Tua Bontà. Mi sentirei più leggero se Tu non fossi del tutto scontento di me”. Ascolta e, …sospira: “Portatore di pesi senza pesi! Quando, lo sarò?”. Da Zephat cammina passando da Kades e da Hazeroth fino al Sinai: la carovana d’Israele di un tempo. Qualche volta crede di essersi smarrito, sopra di lui l’Infinito di un Cielo incommensurabile, sotto di sé la povera sabbia del mondo, che corrisponde agli uomini e al loro essere legato.

4. In tutto impiega trentacinque giorni fino al bordo della regione del Sinai. Sul bastone incide i giorni. Riflettendo osserva le rune. Come si sente? Fin dal cibo che gli ha portato ‘il bello’, non è passato più nulla sulla sua lingua. Si tocca, ma constata che il suo corpo non ha nessuna mancanza eccetto quella che si mostrerebbe anche con sufficiente cibo dopo un tale cammino forzato.

*

[1° Re cap. 19,9-18]: Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». [10]Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». [11]Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. [12]Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. [13]Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». [14]Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». [15]Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Hazaèl come re di Aram. [16]Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. [17]Se uno scamperà dalla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà dalla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo. [18]Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l'hanno baciato con la bocca.

 

5. “O Padre! Che cosa fai con me? Il Tuo conto sale troppo, non lo posso pagare”.

- Intorno a lui sussurra una Parola: «Elia, ti ho presentato un Conto? Oppure prendi inutilmente dalla Mia santa Cassa».

- “Signore?”, Elia si guarda intorno, ma è certo soltanto della percettibile vicinanza di Dio. Grato, si accontenta. “Padre, fammi ora essere Tuo figlio, e non il Tuo profeta. Ma anche come figlio non sono all’altezza del Conto, soprattutto se vi ho teso inutilmente la mano. Ma tu, Padre, mi hai insegnato a contare. Allora non procedere malamente con me, se inutilmente cerco di pareggiare il Tuo Avere e il mio dare”.

6. «Il Mio grande figlio deve ancora imparare, finché non comprende il Conto paterno».

- “Padre”, Elia si china umilmente, “la Tua Parola non vale un rimprovero, mi è piuttosto un’inimmaginabile Fonte di Benedizione. Così rimango nella Tua scuola, dove c’è da riconoscere del Nuovo dopo tutte le perfezionate Perfezioni dalla Profondità del Tuo Essere-Ur, che colma i Giorni della Tua Creazione”.

- «Elia, cammina dalla perfezione al perfezionamento di ogni giorno; e sull’Horeb troverai poi molta chiarezza».

7. “Signore, Ti ho promesso di seguire la Tua Volontà, perciò muovo la Tua Parola”. – Benché la sabbia raddoppi l’incandescenza, che l’atmosfera getta giù in modo cristallino, il profeta percorre gli ultimi cinque giorni e notti senza sosta. Giunto al monte, si ferma per delle ore nella preghiera più interiore. All’improvviso vacilla, gli occhi gli scintillano, gli orecchi frusciano, e sente un dolore pungente nelle spalle, nei fianchi e sui piedi. Nell’accasciarsi, pensa ancora: ‘Un profeta che segue la Volontà del Signore in tutte le parti, non deve fallire alla vista del santo Monte’. Esposto al Sole bruciante, lo circonda un profondo svenimento.

*

8. «Elia!»

- “Che cosa… Chi …”

- «Elia!»

- “Signore, mi chiami Tu?”, il profeta si sveglia.

- «Che cosa fai sul Mio santo Monte?»

- “Giaccio solamente al suo piede nella debolezza della mia imperfezione”.

- «Ah, è così? Guardati intorno!»

- Ancora debole, Elia si contraddice: “Non oserei mai mettere piede sul Tuo Monte; almeno che TU mi porti su”.

- «Lo avrei allora fatto Io, perché sei già in alto».

- Gettando via da sé la debolezza, Elia salta in piedi. Si vede nella protezione di una caverna che si trova sulla vetta più alta dell’Horeb. Sotto giace il mondo, l’umano; il Cielo invece pende come un cappello sul monte di Dio.

9. Egli allarga le sue braccia. “Oh, Tu, mio altissimo Signore, come sono mai arrivato in alto? Mi sono arrogato di prendere d’assalto la Tua santa Altura?”

- «Sì, lo hai fatto!» Nonostante la pesante Parola, davanti a lui sta la Luce come Figura, vicino, da toccare.

- Cadendo sul suo volto, l’uomo supplica: “Maestoso, perdona!”

10. «Se parli così, Mio grande figlio, allora devo farti sentire il Potere della divinità. Ed Io ti dico: nasconditi, affinché il Mio Fruscio non ti stenda!»

- “Signore, Ti ho cercato con fervore perché Israele ha abbandonato il Tuo Patto, ha spezzato i Tuoi Altari, ha strozzato i Tuoi profeti, ed io solo sono rimasto. Si cerca di rovinare la mia vita. Forse sarebbe stata la cosa migliore, che presentarmi ora davanti a Te sul Tuo monte”.

11. Allora si avvicina un’improvvisa tempesta turbolenta che getta giù con forza dei pezzi interi di roccia, che la Terra rumoreggia lontano. Elia salta su spaventato, cade di nuovo ed esclama: “Onnipotente Creatore, sei irato con me con ragione. Ero pigro ed ho fatto solo ciò che dovevo. Sgridami, Signore; ma non togliere la Tua Bontà dalla mia vita”.

12. «Credi che il Mio santo Conto sarebbe concluso così?» Poi il Monte trema.

- Elia continua a fuggire all’interno della roccia, si umilia dinanzi all’Onni-Forza e dice: “Non sei Tu, Santo, il Sacerdote dall’eternità, che Abram ha incontrato dopo quella grande battaglia? O alto Melchisedec, fammi espiare i miei errori e purificami. Solo, non togliere la Tua Grazia dal mio spirito”.

13. «Ti voglio purificare, finché ti duole!» Subito un Fuoco avvolge la punta del Monte, e dei fulmini saettano qua e là.

- Ma ora Elia non fugge più nella pietra, ma avanza, s’inginocchia per la terza volta, tende in alto le mani e dice: “E’ salubre essere purificati. Ma sia che venga purificato oppure consumato, io chiedo: mio Dio, toglimi tutto, soltanto, non la Tua Longanimità dal mio cuore!

14. Ho resistito al potere della tempesta, del tremore della Forza del potere del Fuoco. Non vuoi dunque fare di me un figlio compiacente?”

- «Come dovrai sperimentare ciò che è sempre stato con te?» chiede il Santo, ancora invisibile durante la triplice Rivelazione.

- “Ma Signore, quale prescrizione potrei farTi, …come la faresti Tu? Comunque, mi verrai anche incontro: in qualunque cosa vedo la Tua santa Mitezza, eterno buon Padre”.

15. «Recati sul costone libero, e dovrai sperimentare ciò che sempre stato con te!»

- Sorpreso, Elia obbedisce. Quando si trova sulla stretta sporgenza, la cosiddetta ‘salita di Mosè’, il Cielo si è magnificamente ampliato. Dal blu azzurro il Sole splende soavemente. Tutt’intorno è silenzio. Nel cuore di Elia entra una grande pace. I pesi sono caduti da lui. Ecco: è come se una Mano – venendo da destra – lo afferrasse e soffiasse un vento soave, …come una Figura.

16. “O Padre celeste, ora sento quello che il Tuo Conto ha da dirmi. Non mi sono mai infiammato per Te come in questo luogo. Tu mi hai portato su quella parte di Altura che un uomo può riconoscere. Passa davanti a me, Luce maestosa, e fammi sempre vedere la Tua Schiena”.

- Il soave Soffio di Vento diventa una Figura di Luce. Senza voltarSi, il Signore domanda:

17. «Perché soltanto la Schiena?»

- “Affinché impari a seguirTi di tanto in tanto”.

- «E non vuoi più vedere il Mio Volto?»

- “Questo sì, Padre; ma sulla Terra è meglio che io veda soltanto ancora la Tua Schiena. Così è certo che non perdo le Tue Tracce”.

- «Va bene, figlio Mio. Però: come ti devo guidare? E che cosa è più importante: seguire il Mo piede, oppure tenere la Mia mano?»

18. “Di nuovo un compito difficile e il risultato è incerto. Se penso che si rimanga per metà alla Tua buona Mano e si segua a metà i Tuoi santi Piedi, allora questo è possibile solo nel pensiero. Ma la via del mondo è una via d’opera! Se cammini davanti a me, allora non posso contemporaneamente camminare al Tuo fianco. Persino se mi fai camminare accanto a Te nell’ultragrande amore, vedi – dovrei rimanere comunque un piccolo pezzettino dietro a Te; perché TU sei il SIGNORE!”

19. «Figlio Mio!», la Sua Figura si volta, e il profeta vede Dio come non Lo ha mai visto nonostante tutta la rivelazione.

- “Padre!”. Di più non riesce a dire. Sulla stretta sporgenza s’inginocchia ed affonda le due mani saldamente nell’abito di Luce.

- «Vieni, Michael, parliamo insieme davanti alla caverna, sulla spiazzo dove ho consegnato le Leggi a Mosè». Il Signore conduce colui che è del tutto strabiliato, verso l’ingresso della roccia ad una pietra, sulla quale sono visibili le rune della tavola.

20. “Michael?”, chiede Elia titubante: “Signore, perché mi chiami così?”

- «Perché lo sei. Ma solo sul Mio monte vale il nome dello spirito. Nascondilo davanti al mondo e non farlo sapere a nessuno».

- “Non lo comprendo del tutto, vorresti spiegarlo?”

- «Non sarebbe proprio necessario, perché anche un Elia lo può comprendere. Ma l’umiltà ti ostacola di afferrarlo. Vedi, nel Mio Regno, tu sei il principe della Mia Volontà, colui che combatte con la spada a due tagli. Ma ovunque, tu hai impiegato la volontà di Michael, …non ti sei mai chinato diversamente dinanzi a ME che umilmente, adorando per vero amore. Perciò dal Potere della Mia spada può succedere quello che vuoi.

21. Ad Elia manca ancora qualcosa. Sul Mio santo Focolare la tua umiltà è una preziosità che si trova sotto il Segno del Giorno: della CROCE! Nemmeno una volta nel Regno puoi diventare più umile di quello che sei. Mi compiace la severità con cui controlli il tuo conto».

- “Questo sarebbe nuovamente ‘un più’. Ah, Signore, Tu alleggerisci pietosamente la mia anima spezzata. Non era certamente soltanto il peso, Padre mio, che mi doveva schiacciare, quando ho visto la miseria di questi anni. No! – Dove la mia mano si stendeva, era la morte! Come verrebbe ciò da Te, che TU, o Padre, essendo l’eterna BONTA?”

22. «Elia, tu confondi di nuovo il dare e l’avere. La spada esiste per proteggere e per battere. Tu hai battuto il sidonita per salvare la povera figlia Ruth. Tu hai protetto la casa di Saphat, e per questo la giustizia doveva uccidere i ladri. Tu hai salvato l’Asdodja insieme al suo giovane figlio, ma coloro che hanno infranto la legge, per questo, dovevano subire grandi dolori».

23. “Signore, non vedo ancora chiaro. Se in ogni rivelazione del Tuo potente Amore la Giustizia sottolinea il Conto, allora sembra come se la Tua Bontà non agisca mai senza pareggio di Giudizio”.

- «Elia, potresti veramente guardare un po’ più a fondo. Non lo fai perché contempli la Mia schiena e il Mio volto solo di lato. GuardaMi pienamente negli occhi, e saprai come stanno le cose».

- “Lo posso fare, o Signore, anche da uomo? Da spirito, è possibile. E, …Padre, …veramente dovresti anche Tu guardare un po’ più a fondo in me. La grande nostalgia di Casa che arde in me, stare di nuovo accanto a TE e, poter agire come, …il Tuo Michael, come il principe della volontà al santo Focolare”.

24. «Detto bene!» Dio stringe Michael al Cuore.

- “Cosa succede con me?” sussurra il profeta. “Questa è la delizia di tutte le Delizie!”

- «Ti voglio consolare eternamente a Casa, e il tuo spirito stenderà le sue ali. Ma ti sia ancora detto che tramite la Mia spada non si esegue mai il bene e il male contemporaneamente, ma solo perché nella materia vivono entrambi uno accanto all’altro. Non Io ho dato la condizione, l’ha provocata la caduta, anche se inconsciamente e non voluta, ma determinata dall’azione.

25. Hai pensato che fosse sbagliato seguire l’indicazione di Obadja, che era la Mia. Non sei un pastore infedele, benché le pecore siano senza sorveglianza. Loro si devono decidere, se oramai si vogliano confessare per Me oppure no. Se stai con loro, allora stanno saldi, perché il tuo grande amore li sostiene in ogni punto di vista. Ma Israele giace nel colino! Per questo ti ho portato via.

26. Il meglio non era chiedere: ‘Perché il Carmel non ha rovesciato l’inferno in modo che Israele Mi potesse servire pacificamente?’. Perfino Obadja ha taciuto. Ma Ruben-Heskael, anche se umilmente, ha chiesto. Per la maggior parte è una cosa secondaria se in genere Io esista ancora. Il Carmel ha impressionato alcuni che, appunto, hanno interiorizzato seriamente. Tutti – il popolo visto nell’insieme – preferiscono pagare le tasse mondane, piuttosto che offrire a Me il voto che renderebbe beata la loro anima. Questo li legherebbe certamente ad una vita casta, al Mio Ordine, all’amore, all’umiltà, all’adempimento dei Comandamenti, alla preghiera e al servizio del prossimo.

27. Se almeno si fosse risvegliata la Mia ‘decima’ (parte) in Israele, ora ci siederebbe un re buono sul trono di Davide al posto del diavolo. Il popolo ha ricevuto il nome d’onore ‘GESURUN’. Pochi hanno afferrato questo senso. GESU’ è il Mio Nome da Uomo, quando la Redenzione aprirà la sua ultima Porta; RUN, l’inserimento in questo Nome, significa il ‘riparo’, il ‘conforto’ a Casa! Questo dovrà avvenire per tutti gli uomini da questo popolo eletto.

28. La storia insegna che la scelta non è avvenuta perché questo popolo stava più in alto dinanzi al Mio volto. Allora, come DIO, avrei veramente scelto male e dovrei ammettere d’aver scelto male. ISRAELE significa ‘il Salvato’, tolto dall’oscurità verso la Luce. È questa la Mia scelta, che ho fatto pietosamente dalla caduta di Lucifero! Nel Regno non esiste nessuna differenza tra coloro che sono rimasti fedeli alla Luce e coloro che diventano dei fedeli sulla via della Mia sola Scelta di Grazia. Entrambe le parti devono essere GESU-RUN».

29. “Padre compassionevole, che cosa c’è da aggiungere affinché dal ‘deve’ avvenga un ‘diverrà’? Io faccio ogni sacrificio, persino…”, – Elia indugia, “…con la mia spada da Michael, affinché il Tuo JESURUN si compia. Io sento il maestoso sacrificio del Tuo Cuore, che attende il libero divenire, dove meno che un Soffio del Tuo soave bisbiglio che mi ha portato la più beata ora terrena, lo ha fatto avvenire. Togli da me, e sono certo che i miei alti fratelli sono pronti a sacrificare pure per il Servizio del Tuo Amore, al ‘sia fatto’!”

30. «Michael, Io ti ho dato la spada in quel Giorno della Creazione (2° Giorno della Creazione - vedi “Opera UR”), dove la Mia Volontà per l’Opera è giunta alla Rivelazione. Non è necessario che te la offra per la seconda volta. ondimeno – per via della tua parola – te la spingo ancora una volta nella tua mano. Nessuno è più degno di te di portarla fino alla fine di tutti i Giorni, che nessun figlio sperimenta perché in tal senso non esiste nessuna fine, dato che ogni Sera porta un nuovo Mattino! Vuoi essere anche come uomo il Mio portatore di spada?»

- Elia, piegandosi, mette entrambe le mani nel Grembo dell’Onnipotente. “Padre, dà a me il Tuo Dono, e lasciami fare il mio da lui”.

- «Amen!»

31. Dio indica verso nord. «Cammina verso Damasco e ungi Hasael re sulla Siria. Il tempo di Benhadad sarà presto trascorso, tuttavia giungerai pure a conoscerlo quando la Mia mano lo colpirà dall’Amore del Mio cuore. Lui farà ancora meglio e sarà molta luce nel suo governo. Per Israele ungi Gehu, il figlio di Simses; tuttavia deve attendere finché non sarà chiamato. Sulla via del ritorno entra ad Abel-Mehola. Eliseo ha sentito la Mia voce e ti attende; lui diventerà profeta al tuo posto.

32. Deve avvenire che, chi sfugge alla spada di Hasael, lo deve colpire Gehu, e chi sfugge alla spada di Gehu, deve essere colpito da Eliseo! Ma non per via di una morte, non per il Mio Potere irresistibile, ma perché i fatti hanno le loro conseguenze. Voglio salvarne settemila in tutta Israele; tutte le ginocchia che si piegavano davanti a Baal, ogni bocca che lo baciava, e coloro che sono venuti alla conoscenza sul Carmel. Quattro volte deve sorgere dal resto del popolo una nuova fioritura, finché verrà il tempo d’Israele per l’eterno sollevamento oppure – per la caduta su questo mondo!”

33.Elia si getta al santo Cuore; non può più dire nulla. Ancora una volta soffia intorno a lui un soave Bisbiglio, in cui DIO nella Sua Figura se ne va. L’uomo Elia non Lo sente; ora percorre la sua via, con LUI.

 

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Cap. 23

Il profeta viaggiatore – Una stolta caparbietà del contadino Nabot – La chiamata a Eliseo

1. Il settimo viaggio di Elia conduce a Gerusalemme. Nella Giudea è conosciuto quasi soltanto per via del nome. Non si ferma nemmeno, ma domanda a re Giosafat se dovesse portare un messaggio a sua figlia Giuditta. Costui si serve volentieri dell’uomo di Dio; perché anche se zoppicando ‘sui due lati’, egli riconosce Elia come finora uno dei messaggeri più grandi.

2. Nella nuova scuola per insegnanti e profeti in Gerico fondata da Ruben-Heskael e nella stessa presso Silo dove abita l’alto sacerdote, egli entra ovunque cordialmente salutato. Fa visita all’artigiano Sumnassa in Ophra, anche al commerciante Tusbala in Enon, e ad altri. Va presso Enon attraverso il giordano e trova sul lato est la coincidenza con una carovana fino a Damasco.

3. Con il re Benhadad ha un serio dialogo; ma il siriano si fida più dei suoi patti che della Parola di Dio. Il tisbita ottiene una cosa: Giuditta può servire Dio di nuovo, pure così gli ebrei abitanti, ma con molte limitazioni e qualche alta tassa. Lui nel congedarsi dice avvertendo: “Re Benhadad, ho unto Hasael su incarico di Dio come tuo successore, e fai bene a riconoscere il figlio di tuo fratello. I tuoi re ti tradiscono; Eth-Baal li ha corrotti.

4. Quando avrai perduto la battaglia, allora pensa a queste parole e fa che il Dio di Giuditta diventi di nuovo il ‘tuo Dio’. Segui la Sua voce; io ti ho annunciato di Lui quello che un uomo può comprendere del celestiale. Pensa ai miei fratelli nel tuo paese, e non li strozzare, affinché non ti capiti un male maggiore come nella futura guerra il pesante fallimento. Sarebbe meglio che non ci andassi!”.

-  Ma Benhadad è diventato troppo orgoglioso, piuttosto che scoprirsi per via del profeta davanti ai suoi alleati.

5. Elia va a cercare gli amici in Zarpath, a Sebulon e a Meghiddo, va anche a Samaria, dove fa sosta per la grande gioia nella casa di Som-Hasad e Rebora. Tuttavia lo Spirito di Dio lo spinge attraverso il paese. Lui coglie ogni occasione per raccogliere gente intorno a sé. Lenisce le afflizioni, e qualche malato guarisce non appena lui lo tocca. Oh, si vorrebbe volentieri seguire la pura Parola del Cielo, ma il tendere alle cose materiali trattiene la maggioranza. Non superano se stessi di scambiare la vita transitoria, per loro una realtà, con l’essere imperituro, di cui ‘nessuno ne ha mai visto niente’.

*

[1° Re cap. 19,19-21]: Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. [20]Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Và e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te». [21]Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

 

6. Elia Compare ad Abel-Mehola laddove una volta aveva visto l’ingiustizia. Lui ringrazia ad alta voce: “Padre, fin dall’Horeb ho ricevuto un vaso traboccante della Tua Bontà e Misericordia, ora ungi il Tuo figlio, affinché il povero gregge non rimanga d’ora in poi senza pascolo”.

- «Ti conduco qui, Elia», sente dire da Dio. «Va a prendere Eliseo. Lui è dal Regno, uno spirito di Luce nato sotto la tua spada. Benedici la casa di Saphat». Elia raccoglie il mantello, il bastone e la sacca. Ecco che arriva Eliseo dal lontano campo, arando con dodici buoi nel giogo. Sono gli stessi una volta salvati. Vedendo Elia, Eliseo getta al suo servo la corda di guida, accorre, si china e dice:

7. “Finalmente arrivi! Il Signore mi ha chiamato otto giorni fa; allora ho pensato a te”.

- “E tu vuoi seguirmi?”

- “Sì!”

- Il profeta benedice Eliseo e gli mette intorno il suo mantello. “Ma Elia”, si difende il più giovane, “io stesso possiedo un mantello”.

- “Uno terreno che ti serve solo fisicamente. Questo portato finora da me era nella mano di Dio. Solo con esso sperimenterai la Forza di Dio”.

8. “Entra, Elia, affinché noi tutti abbiamo la tua benedizione, e fammi congedare”.

- “Dio è pietoso”, dice Elia soavemente. Presto la gente si raduna, anche i cinquanta di Baal, che sono diventati diligenti, fedeli e credenti. La moglie di Saphat, Pelega, serve gioiosamente il profeta e ordina di deporre ogni lavoro. Saphat fa macellare la prima coppia dei dodici buoi e preparare un lieto pasto a tutto il villaggio. Vengono dette molte parole di benedizione, perché ad Abel-Mehola vengono osservati i santi Comandamenti di Dio. Inoltre, la gente è lieta e canta dei canti durante il lavoro. In verità è un paradiso in mezzo al povero deserto di Israele, vuoto nella fede.

*

9. I profeti camminano. A Jesreel vanno da Nabot. La sua gioia è ambigua, eppure li invita generosamente a un pasto. Elia gli chiede seriamente: “Ora dimmi chi è il Signore: Baal oppure il nostro Dio?”

- “Ah, Elia, naturalmente il nostro Dio è il Signore, ma purtroppo non viviamo nel Cielo, ma del tutto naturalmente nel mondo e dobbiamo fare i conti con il potere del mondo”.

10. “Tu sei intelligente, Nabot, a me è noto che ti manca solo la sapienza”.

- “Che intendi?”. Il contadino non è ferito, poiché Elia lo ha espresso tranquillamente. Solo che la sua anima vincolata si scioglie male. La figlia più grande di Nabot, Rebecca, una ragazza graziosa di ventidue anni, sta seduta nella stanza. Avvicinandosi e chiedendoci se potesse dire qualcosa, si dimostra che è ben capace di pensare in modo logico. Elia la conduce delicatamente al tavolo.

11. “Ora il padre si guarda timorosamente intorno verso ognuno, tutta la casa ne soffre. Nessuno entra qui più volentieri; lui caccia via ognuno formalmente, non appena ha sorseggiato un poco”.

- “Che cosa capisci tu, giovane, del pericolo nel quale ci troviamo?”. Al momento Nabot non è ben disposto verso sua figlia. Che larva! Che cosa deve pensare Elia di lui?

12. “Lo comprendo bene”, gli risponde lei. “Quello che succede a te, colpisce la madre e noi figli. A te manca la fiducia ed io vorrei aiutarti, padre”. Delicatamente afferra la sua grande mano, che riposa inquieta sulla tavola.

- “Non puoi aiutare”. Nabot si rivolge ad Elia: “Non te ne faccio nessun rimprovero; soltanto, non è stato un bene portare nella mia casa la gente di Baal. Acab ha già preteso tre volte la mia vigna. Io non la cedo, è il terreno dei miei padri da quando Giosuè ha distribuito il paese”.

13. “Visto dal sangue, ti fa onore che rispetti l’eredità dei padri”, dice Elia. “Abramo non dovette sacrificare nessuna vigna, si trattava del suo unico figlio. Lui era pronto a riscattare la richiesta di Dio”.

- “Oh, forse prima ha sognato che fosse una prova e che lui potesse tenere il figlio. Ma se Acab stende la sua mano al mio monte, non mi servirà certamente nessun sogno”.

14. “Padre!”, esclama Rebecca spaventata, pallida fino nelle labbra. “Si può confrontare una terra con un proprio figlio? Sacrificheresti piuttosto me, che il monte?”. Delle lacrime sgorgano dai begli occhi. La sua pura anima non sospetta quello che (nel frattempo) viene tessuto. I profeti lo vedono, Nabot trema. Lui si guarda intorno sconsolato e dice più rude di come era nella sua intenzione: “Va, lasciaci soli noi uomini!”

- Rebecca getta uno sguardo ad Elia cercando l’aiuto. Costui conduce la figlia della casa alla porta, le impone benedicendo le sue mani e dice: “Sta tranquilla, sei sotto la protezione di Dio. Ho visto raramente come Rachele di Meghiddo, un puro fiore di ragazza come te. E’ bene se ora vai da tua madre”.

15. Dopo afferra il contadino, che tenebroso dinanzi a sé, rimugina duramente alle sue spalle. “Nabot, perché hai fatto questo?”

- “Che cosa?”, s’inalbera l’interrogato. “Si può fare qualcosa se dei pensieri ci sopraffanno?”

- “No, i pensieri sono delle forze che spesso vanno e vengono senza essere stati chiamati, sovente senza aver chiesto nulla e difficilmente allontanabili. Dipende solo se si affronta un tale attacco, o se lo si evita per comodità, oppure, …se lo si segue perché è una promessa tentatrice. Tu hai fatto quest’ultimo; e perciò il tuo pensiero è un peccato”.

16. “Io, io ho…”

- “.. parlato con Acab se non volesse prendere ai suoi servizi la tua cara figlia, per lasciarti per lei la tua vigna!”

- Nabot si divincola: “A corte vivono molte ragazze. E’ un onore, quando un membro della famiglia serve là”.

- “Vorrei deriderti, ma – posso solo ridere amaramente”. La mano preme più pesantemente la spalle del misero uomo d’intelletto.

17. “Nabot, ti devo dire prima ciò che tu stesso sai? Nessuno va liberamente a corte, eccetto i rigettati, che rimangono con Acab nel peccato fin oltre la loro morte. Di certo ce ne sono alcune che – sedute al bordo della strada, dapprima abbandonate – raccolte dal ladro quando gli piacevano. E queste povererette non ne hanno nessuna colpa. Ma esporre la tua pura figlia alla lussuria del re degli idoli, solo per conservare la morta eredità di avi morti, spiritualmente è usura. Lo dovrai pagare gravemente!”

18. “Acab mi ha fermamente promesso di non toccare Rebecca”.

- “Non lo credi nemmeno tu! Tu hai coperto la tua conoscenza con l’avarizia del denaro, e pensi: ‘Io ho la parola del re! Se avviene diversamente, allora sono privo di qualsiasi colpa’. Elia va velocemente su e giù. Eliseo dice bene: “Regalerei i miei monti, se potessi salvare una mia figlia dalla rovina”.

19. “Ah, voi profeti. Voi vivete solo alla giornata e conoscete della vita appena quanto un piccolo bambino”.

- “Lo pensi? Elia ha lavorato molto, ed io ero come figlio e servo sulla grande fattoria di mio padre. Anche i ladri sono venuti da noi”.

- “Ah sì, e lui vi ha protetto? Però a me – mi sembra – a consegnarmi alla rovina!”. Uno sguardo cattivo colpisce Elia.

20. “Hai ottenuto una strana opinione su di me, Nabot. Se non fosse l’incarico di Dio di aiutarti ad uscire dalla tua notte, abbandonerei la tua casa, dato che mi hai offeso”.

- “Non era inteso così”, ripiega Nabot del tutto spaventato. Lui conta sulla Forza miracolosa di Elia. “Se quelli di Baal non fossero entrati da me, Acab non avrebbe nessun punto d’appoggio per strapparmi la mia eredità”.

21. “Se t’interessa il mondano, Dio non ti aiuta, perché così perdi Dio, senza collegamento con Lui. Puoi portare con te nell’aldilà i tuoi terreni? Si tratta di questo: qui ricco, …là povero!”

- “Non posso nemmeno portare mia figlia?”, s’insuperbisce il vignaiolo, anche se più per caparbietà. “Tuttavia! Il Signore la può venire a prendere persino prima di te, perché sei indegno di avere una figlia così pura!”. La frase grava nella stanza bassa di Nabot. “Ascolta come andranno le cose”, dice Elia.

22. “Acab ha sottoposto la tua frivola offerta alla serpe. Questa gli ha detto di ‘sì’ per ingannarti. Prima si prenderà la vigna, poi la figlia, che non puoi più proteggere. Ma non per Acab, no – per i suoi di Baal!”

- “Non lo credo! Elia, mi vuoi spaventare. Il re mantiene la sua parola”.

- “Certo! E questo dalla sua mano destra nella sinistra. Non oltre”.

23. “Lasciamo stare le cose spiacevoli”, Nabot all’improvviso rivolta il discorso. “Devo studiare una via d’uscita, affinché Acab non tenda al mio patrimonio. Hai detto che Maggot sarebbe libero, sarebbe il Dito di Dio contro Acab. Ancora oggi trascina pietre”.

- “Ma è credente, e presto arriverà la sua ora, ma se non ti rivolgi a Dio, allora cadi nella fossa, che non ti lascerà mai più”.

24. “Tu parli molto, Elia. Anche al Carmel è stato un colpo nell’acqua. Da Sidone erano venuti dei nuovi di Baal. Ognuno che vi ha partecipato fu afferrato, anche se aveva detto una sola parola. L’ingiustizia fiorisce nel paese come la gramigna dopo la prima pioggia. Avevo davvero la fede, ma mi è passata, perché era tutto inutile. Se esiste un Dio, …ed io non voglio mancare di credere in una qualunque Forza, perché non c’è stata una svolta?”

25. Il profeta risponde in modo duro: “Questo ti sia detto, ebreo! Più del nove percento la pensa come te. A voi non importa nulla se soltanto potete pensare al buon cibo e a molte monete! Se Dio ve lo desse in abbondanza, andreste persino nel tempio il sabato per ringraziare. Magari dimentichereste anche il ringraziamento, e soltanto con nuove richieste per maggior guadagno ferireste la Santità del Signore

26. Prima eri orgoglioso perché un Elia aveva prescelto proprio te per assistere quelli di Baal. Oh, questo sarebbe stato un’onorificenza, se il Carmel avesse portato la libertà senza fatica. Bene, tu dai, Nabot, ma conti precisamente affinché della decima sia soltanto la decima. Chi si perde nei beni di questo mondo, perde tramite questi la vita della sua anima, presto o tardi, in questo o in quel modo. – Bada a te: Dio non si lascia deridere! E’ la Sua ultima chiamata per te. E ricorda: da oggi Rebecca è sotto la mia protezione!”

27. “Hai tu un diritto di togliermi mia figlia? Ti denuncio all’alto giudice!”. Il pugno del contadino batte sul tavolo, tanto che il suo bicchiere si rovescia e il vino bagna le righe del pavimento.

- “Fallo e la tua vita scorre nella terra come il vino!”

- “Non devi rubare mia figlia!”

- “Non sono un ladro, ebreo, ma un profeta! Ancora oggi Rebecca viene ad Abel-Mehola”.

28. “Come la tua amante, eh?”. La domanda sgocciola di scherno.

- Eliseo, saltando su, stende il mantello bianco davanti a Elia. “Nabot, vergognati! Dio ti ha inviato un aiutante per preservare te e tua figlia da cani di sangue senza protezione, e tu non hai altro che soltanto diffamazione e stupida ira”.

- “Ah, è così? Tu chiami stupida la mia ira? Sei appena scappato dai tuoi buoi e già pensi di essere un profeta?”

- “Nabot, sei stupido quanto sei lungo. E questo è ancora la tua fortuna, altrimenti il tuo discorso sarebbe maturo per un giudice. Tu ammetti l’insensata chiacchierata, ma eviti caparbio e senza fede ogni buon costume”.

29. Senza alcun controllo, Nabot urla divampando d’ira: “Qui sono io il padrone in casa! Sparite subito, gentaglia qualsiasi, e pagate il mio vino e il buon pane! Non io ho offeso voi, ma voi avete offeso me. Togliermi l’autorità paterna sui miei figli!”

- La moglie di Nabot, Simalah ascoltava alla porta. Lei adora Elia ed ha gravemente da soffrire sotto l’essere imprevedibile di Nabot. Ora irrompe fra gli uomini,

30. “Marito, ti scongiuro per il Dio vivente: non tendere né la tua mano né la tua lingua contro i profeti, altrimenti il Signore ti punirà!”

-“Mi ha già punito mandandomi questi galli da combattimento”. Appena la parola è scappata, Nabot sente che è andato troppo oltre. Ma la sua caparbietà da contadino non permette nessuna richiesta di perdono. Simalah cade piangendo davanti ad Elia:

31. “O Elia, sono innocente di questo oltraggio! Nabot ha anche delle ore buone in cui ci unisce dell’amore di cuore. Solo quando è attaccato dal suo demone, allora è finito. Quante cose ho già subito! Io conosco la sua intenzione e non mi stupisce che faccia questo; già da venticinque anni conosco luci ed ombre della sua anima. Aiuta, per salvare la figlia!”. Nell’amore passionale di madre, con le mani alzate nell’ira, grida a Nabot: “Solo sul mio corpo puoi sacrificare Rebecca alla tua brama di avere; e devi essere maledetto, se…”

32. “Non così, buona figlia di Israele”, interviene Elia nella frase della madre agitata. “Nessun uomo ha il diritto di bestemmiare, perché da sé non possiede nemmeno il diritto di benedire. La vostra Rebecca va come figlia di casa dalla moglie di Saphat, dove sarà custodita al meglio. Su di voi cadrà un grave peso, povera Simalah; ma la Grazia di Dio sarà la parte maggiore in questa tua preoccupazione. Confida in Lui, sul SALVATORE d’Israele.

33. Ma tu”, il tisbita si rivolge all’oste, “hai provocato la Giustizia di Dio; sarebbe meglio per te se confidassi nella Sua Grazia. Il monte ti ha confuso! Dato che nutri pensieri oscuri di dare per un pezzo di terra tua figlia innocente, nella morte del corpo e dell’anima, cosicché solo tu sia salvato, per questo il Signore passa oltre a te! Dipende da te di cercarLo e, …trovarLo. Ma per questo ti rimane poco tempo. – Eliseo, paga il nostro debito, e poi vogliamo scuotere la polvere dai nostri piedi”.

34. Eliseo mette due monete sul bordo del tavolo, mentre Elia benedice la donna di casa alla porta. Si guarda ancora una volta indietro, attende ancora un attimo se Nabot non giungesse alla comprensione, poiché se fosse troppo orgoglioso per mostrarlo, Elia chiuderebbe volentieri un occhio su questo suo stupido orgoglio, perché è troppo umano. Ma Nabot si è fissato nella sua idea; e l’idea è il suo demone.

35. I profeti lasciano Jesreel col cuore rattristato.

 

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Cap. 24

Come Israele con Obadja vince nella valle del Pharphar – Due profeti osservano dall’Hermon

1. La battaglia ha oscillato a lungo in qua e in là. Le deboli schiere di Acab si spingono avanti coraggiosamente. Il re sente la solida guida di Obadja che con grande audacia sa affrontare i giusti avversari. Dove si mostrano dei punti maligni, getta in mezzo dei coraggiosi principi. Nei posti più minacciati accorre lui stesso. Allora Acab ha ogni volta paura. C’è da sostituire un predominio dieci volte più forte. Sospira sempre di sollievo quando, accanto al suo grande combattente, compare l’instancabile cavallo del suo maresciallo al campo.

2. Benhadad ha lasciato dietro di sé gli alleati. Un errore grossolano. Lui si fidava di loro come della sua superiorità. Eth-Baal ha inviato solo un paio di mucchi. Il suo maresciallo al campo odia i siriani e gli israeliti. Per via di Isebel è più incline verso gli ultimi. Non sospetta che Eth-Baal sotto la sua influenza gli ha trasmesso una tale secondarietà, che rode il fiero maresciallo al campo. Piuttosto, combatte da solo. Perciò è di poco sostegno. I re alleati, inebriati dal vino della vittoria, che all’inizio era stato assaporato abbondantemente, hanno già portato al sicuro i sicli di Eth-Baal; e molto presto anche loro stessi si ritirano nella regione, che per Benhadad dà una cattiva svolta alla guerra che si stava svolgendo favorevolmente per lui.

3. Sull’ultima contrafforte a sud dell’Hermon, il ‘Pharpharkopf’, si trova un’alta figura. Ombreggiando gli occhi, lui guarda la battaglia che riempie lo stretto spazio fra le due fonti del Pharphar. Il vento gioca con l’abito blu, ricco di pieghe. Un uomo, vestito con una veste di lino non sbiancata, sale rapidamente verso la figura. È Elia che chiede: “Eliseo, hai potuto parlare con Obadja?”

4. “Se fossi un povero uomo privo di pensieri come questi che pensano di morire nel groviglio…”, Eliseo indica la valle, “…allora direi: ‘Mio buon maestro, da quando chiedi di cose che lo Spirito di Dio ti rivela già?’. Tuttavia riconosco il tuo sentimento. Il Signore mi ha dato in una buona scuola”,

5. Con sguardi chiari ‘l’uomo di Dio’ guarda il discepolo, e nella sua risposta arde l’amore: “Eliseo, il tuo cuore si è prestato della vera umiltà dai ricchi Tesori di Dio. Diventerai grande! Ma guarda, davanti al Santo noi siamo fratelli. Sia un segno fra noi, in modo che noi due stiamo in una Mano del nostro onnieterno Padre”. Elia solleva il mantello bianco e lo mette intorno ad Eliseo e a sé, celandosi così insieme. “Ma ora riferisci; voglio sentire volentieri quanto pietosamente il Signore ci tratta”.

6. “Mi hanno risparmiato quando hanno visto che io, il portatore dell’acqua, camminavo in mezzo a loro. Solo la mia testa calva dava nell’occhio. Ma ognuno era occupato di uccidere il nemico, per sfuggire sano alle uccisioni. Obadja aveva appena colmato una rischiosa lacuna. Vedendomi, si è fermato. Ho visto che non ha ucciso nessuno. Mi ha abbracciato tra lo stupore di tutti, e i siriani – sfruttando il momento vantaggioso – si sono allontanati da lui perché ognuno temeva l’uomo del cavallo. Ai nostri, gli si sono fatti gli occhi a palla, perché il loro primo maresciallo al campo mi ha abbracciato. Ma molti assetati tendevano alla mia grande brocca d’acqua.

7. Obadja ha esclamato: ‘Signore! Oh, santa Fortezza e Sicurezza. Tu hai mandato ai nostri mucchietti i giusti combattenti. Perché dove sono un Elia e un Eliseo, là stai Tu stesso e custodisci il Tuo gregge!’. – Quando lo hanno sentito i nostri, colorati di Baal, furono sorpresi; ma si sono chinati. Un soffio è passato sui loro cuori, Obadja ha chiesto la nostra posizione. Egli salirebbe quando sarà la Volontà di Dio”.

8. “Allora attendiamo”. Una sporgenza di roccia che veniva ombreggiata da un cedro, offriva un buon posto. La battaglia si avvicina alla fine, Elia pone una mano sul capo di Eliseo: “Non prendertela se non hai capelli. Il bene dei tuoi pensieri rimane ineguagliabile in confronto a ogni cosa esteriore che impallidisce quando l’uomo viene colpito dalla morte. La ricchezza dello spirito, la cui bellezza adorna la sua anima, la cui forza rende il suo cuore volonteroso legato a Dio, cresce nello Spazio del Cielo. Là non c’è decadenza; là la Magnificenza dell’Altissimo si accresce nello splendore di Luce della Sua Maestà, e benedice tutti coloro che LO servono”.

9. «Riconosciuto chiaramente, Elia», dice una Voce dietro di lui.

- Saltando su, i due uomini si voltano umili e gioiosi. “Il Signore!”, esclama Elia.

- “Il Padre!”, completa Eliseo.

- «Sono entrambi! Ma sedetevi ed Io rimango fra voi», dice Dio. «Voglio vedere se i re del mondo si chinano dinanzi a Me».

- “Non ce ne sarebbe bisogno, o Signore”, dice Elia, “che Tu debba assistere, per sapere che cosa succede”.

10. «Certo. Ma qui lo tengo come te. Lo dico anche solo per via dei figli, dove nel Cielo vale come sulla Terra, perché anche gli angeli, nonostante la perfezione, hanno bisogno della Mia parola. E l’utilità del Mio santo operare sorge nella beatitudine che Io in tal modo preparo ai Miei. Come sarebbe se Io facessi riconoscere sempre che cosa sta succedendo dal Mio maestoso Sapere-Ur? Essi rimarrebbero muti; anche la loro beatitudine sarebbe muta! Mi farei dire piuttosto, questo o quello di ciò che Io so; perché in questo lo imparano tutti i figli. Anche voi. E per questo motivo assistiamo ora a ciò che succede tra di noi».

11. Quale beatitudine essere presso il Signore, oltre ogni malvagità, elevatissima per coloro che sono nell’abisso, con il loro affaccendarsi mondano. Suscita poi altro, che esplorare nuvole, vento e Stelle? Del Cielo interiore non sanno quasi nulla. Solo uno tra i cavalli erranti e gli uomini piangenti vede l’Hermon. Obadja, e con lui i pochi ai quali lui dà delle indicazioni. Anche costoro decidono terrenamente la battaglia; fanno in tutto, i particolari come lo ha chiesto Obadja.

12. Acab viene a sapere che i profeti si trovano sul Pharphar. “Lassù?”, lui guarda in alto. “Che cosa ci fanno?”

- “Litigano!”

- “Maresciallo, oggi mi hai dimostrato un servizio che cancella le tue contrarietà che mi rendevano furioso. Ma quello che ora dici mi rode molto, perché il tisbita è il mio nemico”.

- “Perché? Perché lui deve dire ciò che DIO vuole comunicare?”

- Acab stringe strettamente i suoi occhi, dato che non accorda ad Obadja la capacità di maresciallo da campo: “Tu pensi che avresti fallito se lassù non ci fosse stato nessuno a guidare i combattimenti?”

13. “Mio re, è l’UNO che conduce oltre e guida tutto, molto al di là delle capacità degli uomini. Se secondo il tuo punto di vista non ho ottenuto nessuna vittoria, come nonostante il coraggio né tuo né di nessuno dei tuoi principi, ma noi tenevamo già la speranza nelle mani che oggi Israele sarebbe rimasta indenne, allora la Mano superiore è senz’altro dimostrata. Noi dobbiamo ammettere con e senza volontà, che esiste il Vivente del Cielo e della Terra! Se abbiamo la comprensione, allora di conseguenza dobbiamo formare la fede. Se non lo facciamo, allora pecchiamo con consapevolezza contro Dio! E questo è un peso, o re Acab, che rende oscure le vie nell’aldilà. Là non esisterà nessuna Luce; là staranno ombre accanto ad ombre!

14. Secondo: il santo Iddio opera preferibilmente tramite i Suoi figli, anche tramite gli uomini, tanto più quanto si rivolgono nella fede a Lui. E questo l’ho fatto prima della battaglia. Per questo, Iddio ci ha mandato i profeti, così che dal Suo Spirito ottengano per noi la Sua Grazia. Da questo Spirito ho ricevuto la mia facoltà di aiutare il popolo eletto in questo tempo di destino.

15. Poiché oggi, o re, che tu hai avuto bisogno di me, non temo di dire: ‘Non esiste nessun territorio in cui io non sia stato assolutamente utile!’. Sporcandomi nel lavoro, ho riportato solo delle vittorie, e indicami delle trattative con qualunque re nell’ampio circondario, con il quale non abbia portato nessuna utilità, che ho potuto eseguire secondo la mia volontà. Così so che il SIGNORE mi dà oggi la vittoria nelle mani, e per questo a te; e sarebbe bene che tu Lo riconoscessi e Lo servissi”.

16. “Di questo ne parliamo quando avremo finito”, svia Acab. Ma nell’ultimo tumulto più duro guarda più sovente in alto. Del tutto confuso fa svoltare e va verso il terreno più retrocesso. Non partecipa mai agli inseguimenti dei nemici, perché è difficile manovrare con otto cavalli selvaggi, senza danneggiare la propria gente. Obadja fa suonare per il raduno, e non per l’inseguimento. Egli conduce il suo esercito in buon ordine a sud del Pharphar e lo mette in marcia verso casa. Agli ufficiali Lubbar e Chrabot consegna la sorveglianza; ambedue sono fidati. Perché dopo aver parlato più sovente con Elia, sono diventati saldi nella fede.

17. Da vincitore, Acab si mette alla testa dei suoi guerrieri. La gente giubila. Ognuno sa che ha combattuto instancabilmente. Inoltre, si sa che l’umore del re, da vincitore, non deve essere rovinato, adulando lui e contemporaneamente il vero vincitore. Dove Obadja si mostra senza re, il giubilo non vuole proprio cessare. Acab sta di nuovo studiando una di quelle cavillosità, da spaccare. Non può fare altro che onorare Obadja pubblicamente, facendo cavalcare il maresciallo accanto a lui, ma vorrebbe incassare da solo l’onore. Invece Obadja non lo si vede da nessuna parte. Acab include maggiori intervalli di marcia, anzi lo fa cercare con una certa preoccupazione. Infatti, lui lo sa fin troppo bene che il giorno di oggi avrà un seguito, per cui ha bisogno del suo generale.

18. Gli israeliti entrano felici in Samaria, con il re, ma non con il vincitore (Obadja).

 

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Cap. 25

Il Signore e i profeti attendono Obadja - Un intimo colloquio

1. Nascosto tra i cespugli di un’altura, Obadja guarda il ‘serpentone’ dell’esercito. Quando un’elevazione del terreno inghiotte il seguito, fa un sospiro di sollievo. Salta giù dal suo cavallo e lo lega su un pascolo di un monte diventato santo per lui, pascolo che offre all’animale esausto del cibo, acqua e ombra. Getta da sé il proprio sfinimento dopo tutte le fatiche. Lassù lo attendono i profeti; tutto il resto sono cose secondarie. Non ci pensa minimamente di perdere il meritato giubilo.

2. Si arrampica senza fiato, tagliando in qualche punto.

- Lassù Dio dice gentile: «Obadja ha fretta di vedervi».

- “Signore”, risponde Eliseo, “se lui sapesse che TU sei qui sopra, non perderebbe un solo pensiero per noi”.

- «Va bene, Eliseo, ed Elia Mi ha guardato abbastanza di storto perché ho detto questo. Ma quando i Miei figli, amandosi così di cuore, accorrono in nostalgia reciproca, allora l’amore è quel motivo che Mi rallegra molto profondamente».

3. “Oh, la Tua Parola è una dimostrazione dell’Amore di cui Tu – così sembra – ne hai con Te sempre una manciata. Tu lo spargi e noi ci troviamo sotto questa Semina dorata”. Elia mette la sua destra nelle mani del Padre. “Ma non Ti ho guardato in modo riprovevole; ho solo pensato che …”

- «…tutto l’onore, tutto l’amore, ogni nostalgia deve essere solo per Me! Tu vorresti consegnare a Me, il Signore della Creazione, i pensieri più alti di tutti quegli uomini che fanno riferimento a Me».

4. Qual Raggio tra figlio e Padre spinge le dita nella mano sinistra di Dio? Seduti così, attendono l’uomo che sulla Terra ha più che tutto da eseguire; essendo minacciato di essere mangiato dalle preoccupazioni, e che comunque confida in DIO, che comunque aiuta i poveri, che salva dei minacciati, consola i prigionieri, in breve, …che adempie l’opera d’amore della Misericordia, che significa solamente, Forza della Grazia di Dio con la quale lui trascina i suoi molti pesi.

5. L’armatura è appiccicata al corpo di Obadja, l’appendice dell’arma si trascina; lui non vi bada. Appende l’elmo alla cintura.

- «Eliseo, aiuta a portare l’armatura a tuo fratello!». In lunghi salti, Eliseo scende. Sospirando profondamente, il combattente si ferma. Il vento passa rinfrescando dall’Hermon. Eliseo lo avverte che sostano in alto, che hanno un buon posto. Accentua oltremodo il ‘buon’. Obadja drizza subito gli orecchi.

6. “Lassù i venti sono più duri che al di sotto del cono”, dice lui, “ma se lo dici tu, Eliseo, sarà ben giusto”. Anche dove ci si può attendere il contrario, Obadja è lieto di credere. Eliseo lo precede, appoggia l’armatura ad un cedro e si siede di nuovo accanto a Dio. Al maresciallo si mostra quest’immagine, quando mette il piede tremante sul piano. Rimane indescrivibile ciò che gli passa attraverso alla velocità del fulmine. Riconosce subito il Signore, ma è incapace di muoversi. Anche il corpo esausto richiede il suo diritto. Si rende solo conto: ‘Il SIGNORE mi ha aspettato, …me!’. L’umiltà seppellisce la sua anima nel Raggio di Luce della bontà Paterna.

7. Elia ed Eliseo afferrano rapidamente l’oscillante e lo conducono dalla parte destra di Dio. L’Onnipotente mette amorevolmente il Suo braccio intorno all’indebolito, che lo ha abbattuto più l’avvenimento-santo, che la sua totale spossatezza. Ma presto fluisce attraverso di lui una deliziante fortificazione. Il Signore tiene pronto un pezzo di pane e dice:

8. «Mangia, figlio Mio, il corpo vuole il suo».

- Nella confusione, che ancor più fa riconoscere il grande amore del maggiordomo, dice: “O Santo, Tu sei veramente in eterno, il solo PADRE per tutte le creature! Come potresti altrimenti ricordare con mitezza la mia indigenza, con la quale posso star seduto presso di Te? Mi puoi anche fortificare con le Tue parole dopo la difficile lotta che degli uomini hanno provocato, per uccidere altri uomini? Oh, …quanto è crudele.

9. Signore, Ti ringrazio di cuore che oggi la mia mano non ha ucciso dei nemici. Ma guarda, ora non mi vergogno di dire: ‘La sete è più grande che la fame’. Non hai Tu, amorevole Padre, niente da bere?” Durante questi dialoghi i profeti hanno appeso il mantello siriano al cedro per l’ulteriore protezione contro il vento e il sole.

10. Il Signore dice a Obadja: «Ho anche da bere. Dapprima il sorso della Benedizione perché tu Mi ami così, ma in modo terreno devi dapprima consumare il pane asciutto, affinché i vapori del tuo corpo accaldato non ti possano nuocere. Noi intanto ti facciamo compagnia». Il Signore spezza il pane in quattro parti, spezza nuovamente il Suo Pezzo in due e sporge la metà in più a Obadja. Ognuno percepisce la Grazia di quest’opera con cui Dio comunica qualcosa di grande.

11. Elia ed Eliseo ricevono grati la loro parte, animati dalla purissima gioia che Obadja ha ricevuto di più. Costui invece pensa con umiltà: ‘Perché mi manca ancora così tanto di spirito’.

- Il Padre guarda con Bontà i Suoi figli pronti al servizio e li benedice in segreto. Dopo il pane Egli fa bere Obadja da un calice d’oro, poi i profeti, ed Egli stesso beve per ultimo. Quando l’uomo stanco è di nuovo padrone dei suoi pensieri chiari, vorrebbe spingersi più in là; si sente indegno di stare appoggiato così vicino al Braccio del Signore. Ma Elia è seduto al suo fianco.

12. Il Signore dice sorridendo: «Il nostro amico si sente di nuovo forte, ho bisogno di Elia per trattenerti con Me».

- Con improvviso scatto, Obadja si volta verso il Padre e, …adagia il suo capo nel Suo grembo. Come dei bambini singhiozza forte: “O Padre. Grande, potente Misericordia! Il meno che abbia meritato! Come posso esprimere ciò che mi commuove? OnniSanto, Tu conosci tutte le cose, Tu sai anche che Ti amo. Se mi sono scostato un poco, allora è solo perché voglio rimanere in umiltà dinanzi a Te. Ma la Tua Parola buona-gentile mi fa riconoscere quanto segue:

13. L’umiltà Ti compiaccia, essa è la via della Grazia che conduce a Te. Senza di questa, un figlio Ti sarà eternamente lontano. Deve diventare la ragione dell’AMORE, poiché Tu ci hai dato due mani per compiere il nostro lavoro. Ah, …se potessi lasciare adagiata per sempre la mia testa nel Tuo grembo! Padre, meraviglioso Amore di Grazia, io sono pari a un granellino per il Campo della Tua Creazione”.

14. «Lo sei!». Il Signore parla così gentile, come sempre ai Suoi figli che sono volonterosi di porre il loro piccolo io nel grande ‘Io’ di DIO. «A te posso dire che sei un granellino d’oro, perché la tua umiltà comprende in te tutto ‘l’uomo’ come anche ‘il figlio’ del Cielo. Da ciò è cresciuto per Me un amore, come un uomo nella tua posizione, con i tuoi talenti, conquista raramente, perché lo splendore del mondo affascina, mentre la Luce del Cielo – procedente da Me – non vuole quasi essere riconosciuta. Ma se avviene veramente, allora ciò che è riconosciuto viene immerso per falsa vergogna ed è difficile penetrare fino alla vera resurrezione.

15. Tu sei già risorto, anche se la morte è ancora davanti a te. Verrà a te in modo soave, e ti sembrerà come appunto adesso, dove ti senti come se stai sognando».

- La gratitudine di Obadja trabocca di lacrime, gioia ed adorazione. Preferirebbe rimanere sempre così.

- Il Signore risponde insegnando: «Una permanenza esteriore al Mio fianco ha di certo una straordinaria Benedizione, ma su questa Terra c’è da compiere la prova fino alla fine e portare il servizio in sacrificio. Anche voi siete diventati servizievoli, altrimenti nella vita terrena non Mi potreste avere così vicino Personalmente come vi è capitato oggi.

16. Rimanete nell’umiltà, la quale nutre l’amore. Dove muore l’umiltà, là si secca l’albero dell’amore! Chi si sente abbattuto per via delle sue manchevolezze, chi Mi porta la sua imperfezione, a costui il Mio Candelabro illumina il suo sentiero. Ed anche non visto, Io sono con voi in ogni tempo. La Mia voce è la Campana dei vostri cuori!» Ai profeti ordina:

17. «Rimanete nel paese, perché le pecorelle hanno bisogno di voi; ed Acab presto è maturo per la mietitura. Egli berrà il suo bicchiere, per lui stesso di veleno, per la donna di Baal, la rovina. Non siate nemmeno spaventati quando uno che si è ascritto al denaro, sarà mangiato dal denaro; ma voglio salvare la sua anima. Allora tu, Elia, devi preannunciare ai maligni possessori del trono la loro punizione, che poi sarà inevitabile. –

18. Eliseo, va ancora una volta a casa dove appunto hanno bisogno di lui. Obadja ha da sorvegliare Acab fino alla fine della sua misura. Vincerai ancora l’ultima battaglia. Poi il maligno sceglierà un altro. Costui gli darà il resto. Ti libererò dal cattivo operare degli uomini che non vogliono comprendere come Abramo ha conteso con i re. Ti riuscirà ancora qualche opera di pace; poi ti invierò uno che ti condurrà a Me. – Ora ognuno vada per il suo sentiero e rimanga sempre nella Mia via, che è sotto i vostri piedi. Vi accompagno con la Mia benedizione, con la Mia pace vi copro».

19. Gli uomini hanno affidato le mani a Dio. Il Sole manda fra le cime dell’Hermon un ultimo oro al mondo ed avvolge con il suo splendore il Creatore e i Suoi figli. Con il suo calare, anche il Signore si separa. Egli se ne va come un uomo, e poi sale in alto come un Fulmine. Anche il crepuscolo cala, mentre gli amici restano in preghiera sul Pharphar. Non vorrebbero separarsi dal posto di Dio. Un esercito di stelle popola la cupola del Cielo scuro come il velluto, quando finalmente si preparano per la discesa.

20. Fino ad Akon camminano in tre; Obadja non vuole lasciare gli amici prima che sia necessario. Perciò ad Akon prende dei buoni cavalli e cavalcano insieme, diritti verso Abel-Mehola.

 

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Cap. 26

[1° Re cap. 21,1-16]: In seguito avvenne il seguente episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. [2]Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale». [3]Nabot rispose ad Acab: «Mi guardi il Signore dal cederti l'eredità dei miei [4]Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: «Non ti cederò l'eredità dei miei padri». Si coricò sul letto, si girò verso la parete e non volle mangiare. [5]Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: «Perché mai il tuo spirito è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?». [6]Le rispose: «Perché ho detto a Nabot di Izreèl: Cedimi la tua vigna per denaro o, se preferisci, te la cambierò con un'altra vigna ed egli mi ha risposto: Non cederò la mia vigna!». [7]Allora sua moglie Gezabele gli disse: «Tu ora eserciti il regno su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la darò io la vigna di Nabot di Izreèl!». [8]Essa scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai capi, che abitavano nella città di Nabot. [9]Nelle lettere scrisse: «Bandite un digiuno e fate sedere Nabot in prima fila tra il popolo. [10]Di fronte a lui fate sedere due uomini iniqui, i quali l'accusino: Hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia». [11]Gli uomini della città di Nabot, gli anziani e i capi che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedite. [12]Bandirono il digiuno e fecero sedere Nabot in prima fila tra il popolo. [13]Vennero due uomini iniqui, che si sedettero di fronte a lui. Costoro accusarono Nabot davanti al popolo affermando: «Nabot ha maledetto Dio e il re». Lo condussero fuori della città e lo uccisero lapidandolo. [14]Quindi mandarono a dire a Gezabele: «Nabot è stato lapidato ed è morto». [15]Appena sentì che Nabot era stato lapidato e che era morto, disse ad Acab: «Su, impadronisciti della vigna di Nabot di Izreèl, il quale ha rifiutato di vendertela, perché Nabot non vive più, è morto». [16]Quando sentì che Nabot era morto, Acab si mosse per scendere nella vigna di Nabot di Izreèl a prenderla in possesso.

 

In Jesreel, Nabot viene giudicato male nel modo di Sidone

1. Il popolo si stringe in fitti mucchi nei vicoli di Jesreel. Dei commercianti offrono della merce. C’è il digiuno di cui nessuno tiene più tanto. Isebel l’organizza per il suo vantaggio, mentre tutto va sotto sopra. Nella grande casa della città viene dichiarato contemporaneamente il giusto e l’ingiusto, come viene. Fra i superiori sta accovacciato Nabot. E’ venuto malvolentieri, perché giorni fa Acab lo ha di nuovo oppresso per via del monte. Sta seduto nel Consiglio con sguardo scintillante, e non è in grado di tenere ferme le sue mani, meno ancora il suo cuore.

2. Simalah minaccia di abbandonarlo se non getta la ‘mangiata’ dinanzi ai piedi del re. Lei non sa che Nabot ha cercato di attirare Rebecca e rapirla sulla strada per Samaria. Questo doveva succedere con fortuna ieri; così era stato accordato con Acab. I servi sono venuti senza la ragazza ed hanno riferito che il giorno prima il tisbita l’avrebbe portata via. Persino Saphat non sapeva per dove.

3. Nabot si avventa con ira contro il profeta. Non ne ha nessuna utilità! L’ultimo termine posto da Acab è scaduto. Non gli viene nessun pensiero di salvezza, per conservarsi il monte della vigna; ed ha ucciso l’ultimo retto sentimento. Allora si accorge all’improvviso, di come i giudici si sforzano di scostarsi da lui. Lo fanno come senza intenzione. Ma Nabot percepisce il pericolo come la selvaggina in trappola.

4. Proprio ora erano stati giudicati due uomini da Dothan, con la scusa che avrebbero aiutato Elia nella costruzione dell’altare. Per via del Carmel a lungo non c’era stata calma; Acab ha certamente ammesso che non a tutti si sarebbe potuto fare un processo, perché in quel giorno di Dio della massima importanza erano radunati in tanti. Ora si comincia nuovamente? A Nabot scoppia il sudore freddo. Il dibattito è un pretesto per un atto unico, e quest’atto unico …

5. “Nabot”, il comandante della città si rivolge a costui, “qui c’è uno scritto dalla Samaria che ti riguarda”.

- “Me?”, il contadino finge stupore. “Non saprei chi mi avrebbe da inviare da lì un messaggio”. Tutti gli occhi si sono rivolti a lui. C’è anche molta gente nella sala a sentire chi e che cosa si giudica. Delle voci si alzano; una loda, l’altra rimprovera. L’uomo di Jesreel si alza lentamente dalla sedia d’anziano e si reca dinanzi al tavolo del giudice dove deve stare ogni accusato. “Credo che sia meglio”, ride amaramente, “di occupare da me il posto d’accusa che mi è stato assegnato”.

- “Sembri avere una cattiva coscienza”. Il giudice superiore di Sidone si siede ghignando sulla sedia di Nabot.

6. La stizza colora il volto di Nabot. “Non ci vuole una cattiva coscienza, se è già stabilito un giudizio in precedenza”.

- “Tu pensi che qui non c’è un tribunale regolare? Allora sei punibile perché tu stavi seduto nel Consiglio”.

- “Ah, è così! Perciò d’un tratto dovrei anche essere uno dei più anziani della città? Ora mi è chiaro”.

- “Presumo piuttosto, che la chiarezza debba ancora arrivare”, risponde perfido il sidonita.

7. “Vediamo la questione: il re Acab e la regina Isebel – Baal-Sebub di Ekron li voglia incoronare sei volte – mi hanno offerto l’occasione per far espiare il tuo crimine, esercitato su ottocento sacerdoti di Sidone. È preteso qualcosa di poco prezzo: il monte della vigna dell’uomo di Jesreel che sporge sfavorevolmente nei giardini del re. Dovresti persino essere risarcito, anche se il favore regale è del tutto fuori luogo. Tu hai rifiutato!

8. Perciò trattiamo soltanto l’omicidio dei nostri sacerdoti”.

- “Protesto…”, grida selvaggiamente Nabot.

- “Se l’accusa è da confutare…”, viene malignamente interrotto, “…si dimostrerà! Ora puoi parlare solo quando sei interpellato. Ma non voglio esercitare nessuna durezza…”, il sidonita rende saporita la faccenda, per il popolo, “…e ti domando per l’ultima volta: ‘Vuoi lasciare al re la tua vigna sul monte?’. Se tu fossi stato intelligente, avresti venduto subito il monte. Col denaro potevi comperare due giardini”.

9. “Va bene, ma non il terreno dove stavano seduti i miei avi fin su a Giosué. L’eredità dei miei padri non è in vendita, non per il re né per Baal e, …né per Dio! Inoltre, re Acab sa bene quale vino cresce su questo monte. Lui ne sta cercando in lungo e in largo inutilmente uno simile. Ogni anno gli ho portato qualche otre colmo come libero dono. Non si taglia nemmeno da nessuna parte tali grappoli della grandezza di un bambino, i cui chicchi sono come mele. Il monte è la mia miniera d’oro. E persino con quattro altri giardini avrei venduto a mio svantaggio. Chi lo può pretendere da me?”

10. “Le scuse non valgono! Il prezzo o lo scambio offerti erano abbastanza alti per risarcirti. La questione dei padri, per me non ha nessun senso. Dato che non hai orecchie, passo all’accusa. E’ dimostrato che nell’uccisione dei sacerdoti sei stato un capo principale. Tu hai giocato nella mano dell’omicida del paese ‘Elia di Gilead’, chiamato ‘il tisbita’. Per il massacro hai convocato della gente – con la tua ricchezza non ci vuole dell’arte – lo hai sparso ben saggiamente tra la folla, ma in modo che come una tempesta fossero i primi. Che con questo massacro di massa crudele ne sono stati salvati pure cinquanta, lo si deve al maresciallo Obadja.

11. Dato che il popolo era troppo agitato dagli anni di siccità dovuti alla natura, hanno creduto al miracolo immediato. Obadja non ha eseguito nessun arresto. Era ricercato unicamente l’omicida del Paese, ma lui si è ben coperto l’uscita. Lui, da Damasco – dove ha il piede fraterno con Benhadad avverso al nostro re, e quindi è anche una spia – aveva portato delle sfere di fuoco a noi ignote, dalle quali sono sprizzate improvvisamente dei raggi di fuoco che nessuno ha visto da dove venissero. Ecco: – questo è stato il ‘miracolo del Carmel’! Hahaha!

12. Ora, cosa m’interessa se voi, stupidi israeliti, credete che questo lo avrebbe fatto il vostro Dio invisibile? Per noi non esistono degli dèi invisibili. Però, …è stato visibile che tu hai precipitato i nostri sacerdoti a file dalla roccia del Kison. Più miseramente gridava una vittima, più spietatamente li hai strozzati insieme ai tuoi servi. Che cosa hai da dire di questo?”

13. Nabot si asciuga la fronte: “Sono giunto troppo tardi al Carmel, mentre passavo al di sotto di Meghiddo attraverso la gola per accorciare la via, allora ho sentito delle grida d’aiuto. Le ho seguite e allora ho incontrato il tisbita. Sia maledetto il giorno quando l’ho incontrato! Mi ha fermato e ha detto che quello che stava succedendo non era nella sua intenzione, e mi ha affidato secondo la sua dichiarazione i cinquanta sacerdoti di Baal salvati da lui, con l’istruzione di prendermi cura di loro finché non sarebbe venuto Saphat a prenderli. Ognuno ha ricevuto un pezzo di pane e un bicchiere di vino di Jesreel, gratuitamente. Inoltre, – ancora oggi abitano presso Saphat; non sarebbe più semplice chiedere loro la Verità

14. “Impossibile! Verso di me sarebbero timidi. Ma se ti difendessero, allora sarebbe soltanto per rimanere presso Saphat. Perché se allora sono diventati agricoltori, anche se solo per paura, per loro non si aprirà mai più la via per il sacerdozio in Sidone. Perciò ogni giuramento sarebbe ingiusto. In questa faccenda saranno ascoltati ancora solo dei testimoni, perché re Acab lo desidera con la massima indulgenza, affinché Isebel non dica che qui regna un tribunale sidonita, a lui estraneo.

15. “Sono innocente”, lotta disperato Nabot. “Credo, come tutti, che sul Carmel sia avvenuto davvero un’Opera di Dio. In seguito a questo ho confidato nel tisbita quando lui mi ha consegnato i sacerdoti, che sono rimasti con me solo poche ore completamente intoccati. E’ forse questa una colpa? Se avessi partecipato all’uccisione di massa, che mi ha eccitato nel modo più veemente, quanto facilmente avrei potuto far uccidere i restanti cinquanta nella mia casa. Il tumulto è durato molti giorni”.

16. “Il tuo chiacchierio è goffo, contadino, dato che sapevi che Obadja era il salvatore, il colletto ti si sarebbe subito ristretto”.

- “Non l’ho saputo fino ad oggi”.

- “Tu menti! Bada a te!”

- “Non mento! Oggi mi stupisce certamente molto che ho avuto tanta fiducia nel tisbita. Ma questa non è una colpa”.

- “Taci, beone di vino, ed io non ti pulisco lindo! Io faccio un breve processo con te e convoco due dei molti testimoni, che allora hanno informato il maresciallo”.

17. Nabot oscilla, quando si portano gli uomini davanti al giudice. Qualcuno gli spinge uno sgabello. Oh, lui conosce i due che lo hanno derubato abbastanza sovente, finché ha comperato dei cani da sangue. Da allora quegli uomini sono i suoi nemici. L’ultimo atto si è svolto così in fretta, che Nabot si riprende di nuovo solo quando – stando in piedi – deve ascoltare il verdetto: ‘Lapidazione in Samaria davanti alla fortezza regale’.

18. S’inalbera, pallido come la neve. Ad alta voce bestemmia contro Dio, maledice Elia, Acab, il tribunale e Israele. Il giudice superiore dice: “Nabot, se credi di essere stato giudicato in modo sidonico, allora aggiungo al verdetto che hai bestemmiato il tuo Dio. Su questo ti spetta la lapidazione ebrea. Con giustizia subisci questa morte, che è alla base della vostra legge!”. Il sidonita spezza il bastoncino nero da giudice e getta i pezzi davanti ai piedi di Nabot.

19. Dei soldati lo legano. Un dignitario si spinge in avanti e dice senza paura: “Signore, il re deve firmare ogni verdetto. Il prigioniero è da trattenere, non da condurre al luogo d’esecuzione”. Il sidonita getta uno sguardo scintillante di cattiveria: “Tu? Se vuoi dividere la via con Nabot, devi solo dirlo. Inoltre, …guarda qui”, apre il rotolo del verdetto di Nabot, per ingannare il popolo, “qui è impresso il sigillo del re”.

20. Per l’emozione, nessuno si accorge che Acab ha firmato contro ogni giustizia un verdetto non ancora formulato. Solo l’anziano lo vede. Ma l’animale da preda di quel dignitario ha spaventato troppo il suo cuore. In silenzio corre fuori dalla sala del tribunale.

 

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Cap. 27

[1° Re cap. 21,17-26]: Allora il Signore disse a Elia il Tisbita: [18]«Su, recati da Acab, re di Israele, che abita in Samaria; ecco è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderla in possesso. [19]Gli riferirai: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue». [20]Acab disse a Elia: «Mi hai dunque colto in fallo, o mio nemico!». Quegli soggiunse: «Sì, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. [21]Ecco ti farò piombare addosso una sciagura; ti spazzerò via. Sterminerò, nella casa di Acab, ogni maschio, schiavo o libero in Israele. [22]Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebàt, e come la casa di Baasa, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. [23]Riguardo poi a Gezabele il Signore dice: I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl. [24]Quanti della famiglia di Acab moriranno in città li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna li divoreranno gli uccelli dell'aria». [25]In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele. [26]Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva distrutto davanti ai figli d'Israele.

 

L’infame lapidazione di Nabot – L’ira dei cani

L’appropriazione indebita e l’ultimatum di Obadja – Il tisbita e la colonna di fuoco di Dio

1. “Perché prima a Samaria? In Jesreel esistono abbastanza pietre e sarei morto da tempo!”, piange Nabot a voce alta. Giace su un carro da mulo. Il sole gli brucia inesorabilmente il viso, e lui soffre la sete. Le catene tagliano tanto che il sangue gocciola fino a terra. La sua testa batte continuamente sugli assi, perché nemmeno una fascina di paglia copre il pavimento del carro. I suoi guardiani cavalcano accanto, muti e insensibili.

2. Dopo ore tormentose compare la Samaria. Sulla parte posteriore della fortezza si trova il cortile di pietra. Là viene buttato Nabot. Lui piange amaramente, ma più non per la sua morte, non per il mondo. Su questo viaggio di morte ha riconosciuto che la sua ricchezza era per lui un idolo. Ora conosce ancora una sola richiesta: “Signore, sii pietoso, e perdonami ogni mia colpa!”. Questa è la sua ultima breve preghiera.

3. Isebel si trova nella loggia, i suoi occhi verdi guizzano come negli animali cattivi. “Ah”, si volta sorridendo astutamente, “guarda, Acab, ho catturato un nemico”.

- “Il tisbita?”

- “Ma che dici! Lui è un diavolo che lo cattura solo il diavolo. È Nabot”.

- “Hm, sì, ho firmato il verdetto, che …”

- “… ho formulato io”, schernisce apertamente Isebel.

4. “Dov’è Obadja?” chiede lei a un servitore.

- “È cavalcato a Silo”.

- “Quello si fa dei buoni giorni a mie spese”, sgrida il re. “Ma è bene…”, sussurra, mentre assiste alla lapidazione. Il torturato ora, con un forte grido, è appena crollato cosparso di sangue. Quando un’ultima pietra gli straccia ancora il volto, anche Acab ed Isebel gridano. L’ultima, perché le bruciano pazzamente i marchi da catena come non mai; e ad Acab, perché oltre il muro della coorte corrono dei grandi cani selvaggi. Saranno forse i cani di sangue di Nabot?

5. Lo sono. Simalah, avvertita da quell’uomo che aveva osservato la firma di Acab e dopo aveva abbandonato Jesreel fuggendo. I cani, liberandosi da sé, avevano seguito la traccia del loro padrone. Ora si precipitano infuriati sui lapidatori, che si difendono inutilmente. Nessuno osa scacciar via le bestie. Quando rimangono ancora solo delle ossa degli sgherri, i cani cominciano a leccare il sangue di Nabot, come se gli volessero lavare le ferite, ululando terribilmente e correndo come dei demoni verso la foresta del monte. Notte per notte arrivano al luogo di morte del loro padrone e gettano dei lamenti alla loggia, dove Acab ed Isebel avevano assistito spietati alla lapidazione.

6. Nonostante ciò, il giorno successivo questi cavalcano con grande seguito verso Jesreel, per appropriarsi della proprietà di Nabot. Israele drizza le orecchie; ma già da tempo è abitudine che il patrimonio del condannato vada al re. Ciascuno ha a che fare con se stesso. Che importa a ciascuno dell’altro? E chi ne parla contro, viene perseguitato. ‘Solo DIO può aiutare’, sospirano in segreto, oppure … Sì, lo potrebbe ancora ‘l’uomo di Dio’.

7. Sull’altura del monte della vigna si trovano dei lunghi tavoli. Viene servito ciò che celano le ricche stanze di Nabot. Acab ha invitato metà di Jesreel, ma attende inutilmente i suoi ospiti. Di malumore giura : “Jesreel dovrà imparare a conoscermi!”. Fa chiamare dei soldati, e anche degli giovani cavalieri che però alla sua tavola si comportano da villani. Ed è proprio quando si sta per mangiare, che arrivano tre cavalieri sul monte, il primo su un cavallo morello.

8. Acab accorre ultra felice verso di lui: “Obadja, finalmente ci sei! Ma dove sei stato? Ora Nabot ha ceduto, e il bel monte è capitato a me per poco. Noi festeggiamo e …” Ammutolisce.

- Obadja lo guarda duro come una pietra. “Re, se non vuoi che io dica davanti all’ultimo stalliere ciò che deve essere detto, allora manda via questi”, indica i crapuloni, “e vieni con me nella camera d’albergo di Nabot che è vuota!”.

- Si ascolta stupiti. Che l’uomo di corte voglia strappare tutto il scintillio dallo scudo regale macchiato di sangue, lo sentono persino i servi più bassi. Isebel salva ancora una volta la situazione.

9. “Vieni!”, ordina lei. “Alcuni schiavi portino il suo traino”.

- “Riguarda il messaggio di Damasco”. Obadja vuole contraddire, ma si trattiene. È bene che il popolo di Sidone, bastonato, non debba sentire. Allora ordina ai superiori della città e a dei sacerdoti di venire con loro.

- Isebel in casa si scarica della sua ira. “Cosa ti viene in mente, maggiordomo, di disturbare la nostra festa? Pensi forse che io non sappia che cosa vuoi ora?”

- “Se lo sa la regina, non ho da parlare con lei!”. Contro il costume di corte le volta le spalle e dice freddamente ad Acab: “Ti ho servito fedelmente per via del nostro popolo, che tu hai consegnato in ogni tempo ai nemici. Perché Baal, il potere mimetizzato di Sidone, troneggia al di sopra di Israele; e tu sei responsabile per ciò che sta succedendo!

10. Ti ho sconsigliato di toccare la vigna nel monte di Nabot. Tu riempi le tue cassapanche, e lasci impoverire e dissanguare il tuo popolo! Ti fai un cattivo gioco di nomi onorevoli! Ho ritenuto che fosse una menzogna quando stamattina ho sentito in Samaria la cosa terribile. Ma sono venuti i cani di Nabot, mi conoscono; guaendo si sono accucciati davanti ai miei piedi. Contro la tua fortezza, o re, digrignavano i denti”.

11. “Di quale nome avrei abusato?”, interrompe Acab irritato. “Nabot è stato lapidato perché ha bestemmiato Dio”.

- “Ah, ad un tratto per te esiste un Dio? Questo mi stupisce molto!”, ride Obadja amaramente. Hai abusato del mio nome. Tu sai benissimo che cosa ha portato il Carmel, ed eri così impressionato che davanti ad Elia sei sceso dal cavallo. Ero con te, ed è quindi una menzogna che il tisbita o Nabot abbiano ucciso i tuoi di Baal. La massa diventerà vendicatrice!

12. Vuoi uccidere tutti? Tu hai messo delle sanguisughe sul corpo del popolo; non c’è da stupirsi se la scintilla d’ira trattenuta a fatica, lì, abbia preso fuoco. Il mio nome è stato usato per l’accusa affinché i poveri debbano perdere la fiducia in me, che possiedo io e non tu! Per via di Nabot, giustiziato contro ogni diritto di verità, un ALTRO farà i conti con te; io, solo per l’abuso del mio nome. Voglio rimanere in servizio ancora per un anno, perché il popolo ha bisogno di me, perché Benhadad si sta raccogliendo con grande supremazia. Con Giuda, il nostro popolo fraterno, ti sei diviso, perciò tutt’intorno non hai più amici. Perciò io aiuto il popolo, però, …mai te!”

13. “Puoi andare via subito, uomo del diavolo!”, urla Acab in modo non regale. “Questo viene dal maledetto tisbita! Per sua fortuna non si fa più vedere. Va via dai miei occhi, traditore!”, Acab attacca i suoi pugni nel mantello di Obadja. L’uomo di corte rimane calmo, mentre i suoi ufficiali stanno sul chi va là, per proteggerlo. Oggi hanno imparato a disdegnare la coppia regale.

14. Isebel s’intromette, visto che lei è più intelligente di suo marito: “Acab, non ti sporcare di questo schiavo”.

- Al fedele, ciò non causa nessun oltraggio maggiore. Ma perderebbe il trionfo se lui, il maggiordomo, reagisse.

- Obadja non fa una grinza; lui non guarda nemmeno Isebel. Lei è aria per lui.

- Infuriata per non essere mai riuscita ad abbassare quest’uomo, dice gelidamente: “Tu rimani finché non ti si caccia! Ma sii certo: voglio farti un inferno i giorni venienti!”

15. Anche questo non tocca il maresciallo. Isebel si rivolge ancora più furiosa al re: “Che cosa ha da significare tutta questa mascherata? Non lasci semplicemente interrompere la nostra bella festa della vigna del monte solo per sentire ciò che confabula il servo!”. Lei getta ad Obadja il termine ‘servo’ come un bastone. “Allora non avremmo dovuto alzarci dal trono e scomodarci, per non parlare di …” Lei vorrebbe dire ‘…andare nella nostra casa della vigna’, ma viene terribilmente interrotta.

16. La pesante porta di legno di cedro si apre di scatto. Nella sua cornice sta la chiara figura del tisbita. Eccetto Obadja, Lubbar e Chrabot, tutti si ritirano pieni di terrore fino alla parete. Persino Isebel, le cui mani bruciano dolorosamente, si spinge per paura non confessata con i suoi di Baal nell’ultimo angolo. La grande sala ha un solo accesso; le finestre a livello di terra hanno delle grate. Chi vorrebbe fuggire, dovrebbe passare dal profeta. E nessuno lo oserebbe. Il re è diventato così bianco, come la parete imbiancata.

17. “Acab, che cosa fai nella casa di Nabot? Dov’è l’oste?”.

- Acab parla con lingua pesante: “Come devo sapere dov’è? Noi siamo venuti per bere un vino presso di lui”. Persino ai duri di Baal questa menzogna è riprovevole.

- Elia alza contro di lui il bastone: “Non sta bene a un re di macchiare il suo scudo con delle menzogne! Dove c’è menzogna, là c’è inganno; e gli ingannatori emettono un falso giudizio! Quindi: dov’è Nabot?”

- “Risparmiami con le tue stupide domande! Mi hai finalmente trovato, nemico mio?”, Acab ride forzatamente.

18. “Sì, ti ho trovato e, … ti troverà il SIGNORE!”. La parola che spacca: “Nel paese circola già uno scritto, che ho scritto io stesso. In questo è registrata l’Opera del Carmel, e dei principi stranieri lo hanno testimoniato. Ma anche l’azione più oltraggiosa vi è annotata: ‘La lapidazione di Nabot!’. Il tuo bicchiere d’inferno è riempito, e non vi è dentro nulla che ti sgravi davanti a Dio! Ora hai fatto traboccare il tuo vaso con rifiuti, prostituzione, furti, false testimonianze, tradimenti, falso giuramento e orrendi omicidi. Per te non c’è più nessuna fuga!

19. Così parla il Signore: «Mi sono irato con te perché ti sei venduto, per fare solo del male davanti a Me! La disgrazia verrà su di te edi tuoi anni sono contati. Tuo figlio si rovina perché lui è come te! La tua casa deve finire come la casa di Geroboamo, il figlio di Nebat, il quale ha fatto soltanto la metà delle tue cattiverie. E come Basea, il figlio di Ahia, ti sei posto schiena contro schiena contro di Me. Ovunque ti ho incontrato, tu eri cieco e sordo; non hai trovato nessuna parola in Onore Mio! Ora sia questo:

20. Nello stesso posto dove i cani di Nabot hanno leccato il sangue e le ferite di Nabot, là i cani ti devono sbranare, per vendicare il loro padrone! Ti si interrerà al muro della tua fortezza; ma la Mia Terra ti vomiterà di nuovo! Le tue donne prostitute ti laveranno con l’acqua del Giordano, per seppellirti nuovamente. Soltanto,  che la Mia Terra non ti porterà!

21. E tu, donna di Baal, partoriente di cattivi vizi, d’impudicizia, di crudeltà e di tutte le maldicenze, che nascondi al mondo il tuo essere infernale con un falso splendore, ti chiami regina e sei la nascita più infima dell’inferno! Io ti dico: sul terreno di Nabot, strappato da te solo con l’inganno, ti devono sbranare i cani di Nabot! Che non avanzi niente di te che il tuo cranio, il tuoi piedi e le mani con il marchio, il segno che IO, il SIGNORE del Cielo e della Terra, ti ha marchiato quale impronta, finché il mondo MI resiste! I due testimoni e il giudice che sapevano che tu, Acab, avevi emesso il cattivo verdetto solo per strappare a te un’eredità dei padri, moriranno! Nessuna terra li coprirà, finché il Sole li renderà cenere! Questo lo dico IO, l’Eterno-Santo, Giudice sui viventi e sui morti!! Andate!»

22. Un fulmine acuto divampa nella sala; un tuono scuote la Terra, delle rocce si spezzano, case crollano. Alla porta sta una colonna di fuoco. Tutti i cattivi vorrebbero fuggire, la potenza delle parole li ha colpiti come martelli da fabbro. Barcollano indietro, davanti al fuoco. Solo Obadja s’inginocchia davanti all’alta Maestà di Dio. Lubbar e Chrabot tremano accanto a lui. Ma anche loro non vedono Elia, ma il fuoco come una sola figura. Gli altri urlano selvaggiamente. Alcuni scuotono inutilmente alle solide inferriate, finché le loro mani sanguinano. Si stringono insieme, ognuno si nasconde dietro l’altro.

23. Il peggiore è il re. Non è mai stato così tanto omettino come appunto ora. Ma anche Isebel è accovacciata tremante al suolo. Soltanto che non grida, perché la sua ira è ancora maggiore della sua paura. Anzi, lei alza caparbia disperatamente il viso ed esclama, per fare coraggio a se stessa e agli altri:

24. “Un’illusione del maledetto ghileadino! Gente: su, su! Acchiappate questo assassino del paese! Voglio essere divorata tre volte, se finalmente questo diavolo muore!”. – Si è terrorizzati e si crede che Isebel abbia perduto la ragione. Obadja sa che ira e cattiveria sono in lei più grandi della sua paura, e quali furie la spingono. Al Cospetto di Dio lui vuole aiutare la sua anima, nella quale l’inferno possiede la peggiore incarnazione.

 

[1° Re cap. 21,27-29]: Quando sentì tali parole, Acab si strappò le vesti, indossò un sacco sulla carne e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. [28]Il Signore disse a Elia, il Tisbita: [29]«Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò piombare la sciagura durante la sua vita, ma la farò scendere sulla sua casa durante la vita del figlio».

 

25. Lui va da lei e dice seriamente: “Oggi dovevi riconoscere il SANTO. Il Fuoco di DIO sta dinanzi a noi! Convertiti; convertitevi tutti! Il Suo incendio può operare la Grazia. Lasciate solo andare ciò che appartiene al mondo; vi trovate davanti al vostro più alto Giudice, il Quale pesa sulla Sua Bilancia ogni giudice della Terra. Lasciatevi guidare a LUI! Egli vi purifica e vi perdona i peccati. Egli guarisce i vostri malanni. Venite: io voglio pregarLo per tutti voi!”

26. Alcuni sidoniti, del tutto fuori dalla loro orbita, chiedono che Obadja voglia pregare, affinché l’Onnipotenza voglia essere pietosa con loro. Egli conduce i volonterosi davanti alla Colonna di Fuoco, e quando s’inginocchiano, li circonda una calma soave e la pace più deliziante. Il Fuoco li spinge alla conoscenza, la calma e la pace nella Mano di Dio. – La colonna di Fuoco attende un’ora intera. Obadja può salvare ancora una volta un paio di pagani. Ma Acab, coprendo il viso, grida che Elia voglia far passare l’Incendio; non trova la via verso il Piede di Dio. Isebel studia insieme alla sua paura soltanto come possa rovinare il profeta.

27. Il tempo di grazia è scaduto, il Fuoco tace. Schierati strettamente intorno a Obadja, i convertiti ascoltano interiormente l’espressione benedicente che dona loro forza. Dopodiché il tisbita sta di nuovo alla porta. Anche lui rimane muto. Lui fa cenno solo all’amico e ai salvati, di seguirlo. Li conduce in una casa da dove i sidoniti che non possono più mostrarsi al regnante, andranno da Saphat. Presso costui c’è ancora abbastanza terreno che si possa rendere fertile.

28. Obadja deve seguire Acab fino in Samaria su incarico di Dio, per dove costui si è affrettato a partire. Un superiore che il re non può spingere da parte, organizza la questione di Nabot contro Acab, affinché la vedova Simalah e i suoi figli possano conservare l’eredità.

29. Acab ed Isebel fuggono, velocemente e sempre più velocemente, come se fossero spinti dal fuoco. Completamente esausti arrivano a notte tarda nella fortezza. Prima che entrino, sentono nella foresta del monte piangere d’ira i cani di Nabot. Pallidi come la cenere, tremando di paura, Acab si nasconde sotto le sue pelli; oggi rifiuta persino il vino della sera.

 

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Cap. 28

La meravigliosa guida nella gioia e nella sofferenza

1. “Sta arrivando!”. Sadrach salta nel cortile di Saphat. Tutto il villaggio e molti amici sono radunati. È stata una chiamata interiore che li ha fatti arrivare. La casa non può accogliere la folla. Saphat ha un’aia nel cui piano superiore vengono disseccati i frutti. Oggi è spazzata, pulita. Il personale della casa ha molto da fare, ma tuttavia, durante i pasti è seduto insieme attorno a delle lunghe tavole.

2. Ruben-Heskael, suo figlio ed allievo da Silo, Som-Hasad e Rebora da Samaria, Tusbala di Enon, Sumnassa di Ophra, Heebar e Rachele da Meghiddo, gente montana del Carmel, Ephraot, la sua governante ed amici di Sebulon fanno parte degli ospiti, soprattutto Asdodja da Zarphath. Appena arriva Obadja, viene gioiosamente salutato. Chrabot e Lubbar ci sono. I servitori di Asher e i sidoniti siedono tranquillamente fra gli ebrei. Si forma un’amichevole famiglia, perché non ebrei o pagani sono uniti, ma uomini che credono in Dio, l’eterno-buon Padre.

3. La moglie Pelega viene fattivamente sostenuta dalla figlia di Nabot, Rebecca. Sua madre ha avuto delle difficoltà dovute al fatto che Nabot è stato ucciso così crudelmente. Eliseo ha trovato un buon momento, e lei ha imparato a stare in silenzio. Ma non ritorna a Jesreel. Oltre alla vigna del monte, a cui Simalah rinuncia con caparbietà, pur avendo riottenuto tutta la proprietà. Ha scambiato tutto, per una piccola proprietà di campagna.

4. Ancora qualcuno è venuto da lontano tramite l’intermediazione di Elia: Ruth, la moglie di Maggot, con i suoi figli da Damasco. Ognuno è particolarmente caro con lei. Nessuno ha sentito niente di Magghoth; nemmeno Obadja sa se sia ancora vivo. Non si dovrebbe confermare qui la parola di Elia? Quando la lieta compagnia sente dell’esclamazione di Sadrach, che lui ha scagliato chiaramente sull’aia, tutti saltano su. Eliseo, di cui si sa che gli è stato dato lo spirito di Elia, fa un cenno di difesa: “Amici, vogliamo travolgere Elia come un mucchio di cavallette? Rimanete seduti! I genitori gli vanno incontro come è usanza della casa”. Ci si accontenta volentieri.

5. Sotto il portentoso portone dell’aia sta il tisbita. Sembra riempirlo formalmente. Questo è il Raggio della Volontà, del suo amore, proceduto da DIO, che lo circonda come una corona. I grandi si alzano riverenti; i piccoli, naturalmente, si spingono in avanti. Sorridendo, lui accarezza i bambini, i quali si appressano a lui in parte timidi, in parte tempestosi.

6. L’uomo Elia, quando gli viene dato così tanto onore, dice meravigliato: “Padre nel Cielo, quale grande comunità mi hai preparato! Hai condotto qui tutti coloro che mi sono cari. Ti ringrazio!”. China umilmente il suo capo. Qualche occhio si bagna perché l’uomo di Dio si confessa come uno tra di loro. Questo lo vogliono ricordare, per imparare l’umiltà. Elia alza il suo volto ridiventato luminoso, e continua a parlare:

7. “Cari amici, ringrazio anche voi che siete venuti. Siamo uniti come nel Regno del nostro Padre. Nella Sua mano mettiamo i nostri cuori, cosicché EGLI ci benedica”. Obadja non si vergogna delle lacrime, che bagnano le sue guance. I sidoniti tengono molto in conto Elia, perché lui li rispetta come i suoi compagni del popolo. La domanda di uno di Jesreel, perché egli fa così – poiché in Sidone questo sarebbe impossibile - Elia risponde nella sua nota gentilezza:

8. “Non siamo in Sidone, ma nel paese proprio di Dio, dove valgono i Suoi Comandamenti. Questi si chiamano fraternità, amicizia, amore, aiuto, uguaglianza, intercessione, misericordia. L’Onnipotente non domanda se sei un sidonita. Un giudeo o un siriano, se vieni dal nord, dal sud, dall’est o dall’ovest, ma Egli chiede solamente: ‘Com’è fatto il tuo cuore? Solo questo è da confessare. Perciò sfrutta pienamente il Mio Amore, così come Io voglio possedere del tutto il tuo amore’

9. “Questo lo hai, santo profeta”, risponde il pagano convertito. “Quello che mi hai fatto, lo voglia ricompensare il tuo, …il nostro Dio”.

- “Ciascuno si trova sotto il flutto della Sua benedizione”. – Elia domanda a Saphat: “Ora, padrone di casa: come predisponi la tua festa?”. In tal modo lui annulla il desiderio di costui di offrigli il diritto di proprietario come onore. Egli vuole solo operare quando DIO lo fa tramite lui. Se è uomo fra amici, si tiene volentieri indietro. Oggi – lo sente – deve rimanere al centro, perché, …è il suo pasto d’addio. Per fortuna nessuno lo sa. Solo Elisa e Obadja lo presumono. A tavola Elia riferisce di molte cose, di quello che è successo fin da Jesreel e in genere, cose che nessuno sapeva ancora.

10. “Alcuni domandano: ‘Quando si adempirà il Giudizio di Dio?’.

- Voi avete sperimentato la fine di Acab; il resto verrà presto. Sono stato da Benhadad dopo che Obadja lo ha colpito sensibilmente per la seconda volta. Lui mi ha accolto come prima, in modo ospitale. Nell’ultima guerra che lui ha vinto, si è convertito. Lui ha rinunciato al trono a favore del figlio del fratello, Hasael, e ora vive da solo con Giuditta e serve il Signore. È stato bene, Obadja, che non tu hai perduto l’ultima guerra che ha sigillato la fine di Acab”. Elia sorride al suo amico. Costui risponde e continua a riferire lui stesso:

11. Dio mi ha aiutato a staccarmi. Mi è caduto nella mano un concordato di Acab, cioè che Eth-Baal dovesse condurre una guerra apparente che io dovrei perdere, al fine di uccidermi. L’ho rimproverato per la sua malvagità e per il fatto che il re della Giudea con il quale nel frattempo si è di nuovo alleato, avrebbe preparato il piano contro la Siria (contro Hesael dopo Benhadad). Giosafat era proprio cieco, ed ho detto ad Acab la nostra parola d’ordine: ‘Mi lascio divorare dal prossimo leone, se tu vinci questa battaglia!’ –

12. Gli ho mostrato gli errori, ma non come sarebbe meglio. Nella sua ira mi ha licenziato. Dopo sono arrivati dei messaggeri affinché volessi riprendere di nuovo l’alto comando. Persino Isebel si è lanciata e mi ha scritto una pergamena di sgravio, firmata da Acab, come mia protezione. In Silo ho arredato una ‘camera del diritto’, e tutto il popolo viene a me. Sui miei atti riposa la benedizione.

13. Elia lo conferma. “Tu agisci per la Gioia del Signore. Con il ragazzo Ahasja ce la farai; solo Isebel è ancora un terrore. Ma, …per quanto tempo? Quando sono stato da Ahasja, mi ha fatto pena. La sua anima è corrotta come quella di suo padre. Lui ha mandato due volte dei comandanti con cinquanta guerrieri per portarmi da lui. È stata la Destra di DIO che li ha battuti, perché si sono vantati davanti ad Ahasja, di portarmi da morto”.

14. Chrabot conclude: “Ero il terzo che doveva catturare il nostro alto amico, ma io ho spiegato che avrei portato vivo il profeta ed assicurare la sua uscita. Questo ha fatto cambiare idea ad Ahasja, soprattutto perché il suo male peggiorava. Io ho avuto un po’ paura quando ti ho incontrato”.

- “Era necessaria?”, chiede l’uomo di Dio.

- “No, non lo era”.

- “Amici”, incoraggia Elia, “non abbiate paura degli uomini! Se si insinua che è comprensibile terrenamente, allora date all’Altissimo il vostro timore. EGLI è l’Onnipotente!”

15. Quando dice questo, sente accanto a se una forte Luce, e ode: «Alzati e va con Ruth sulla via larga». Si nota che ha una ‘visione’, perché il suo volto è irradiato. E che a loro capiti soltanto del bene, lo sente ogni animo grato.

- Elia fa cenno alla moglie di Maggot, che malgrado la buona volontà non può vincere del tutto il suo carico, e lui la conduce fuori per mano. “Vieni, un angelo ti vuole guidare”, dice lui così benevolmente, come se lo dicesse a un bambino malato.

16. Alla cerchia dice: “Noi e coloro che il SIGNORE ha salvato, ritorniamo presto”.

- I figli di Ruth si stringono intorno alla loro madre. “Possiamo andare con loro?”. Non dando nessuna fede al sentimento del cuore, la donna guarda Elia indagando.

17. L’espresso amico dei bambini stringe a sé i figli di Ruth, tutti e tre: “Potete venire per un tratto, se siete obbedienti”. Prende in braccio il più piccolo e sostiene provvidenzialmente Ruth, che si tiene diritta solo a fatica. Il ragazzo dodicenne imita Elia e conduce anche sua sorella. Su quell’altura da dove Elia una volta aveva visto i ladri di buoi, indica ai tre bambini di attendere sotto un albero di fico fitto di fogliame. Loro rimangono seduti e guardano stupiti Elia e la loro madre.

18. L’incertezza ruba l’ultima forza a Ruth. Il profeta impone le sue mani sul suo capo, che hanno più fili d’argento di come potrebbero dare gli anni. “Sorella, confidi nel nostro Dio? Allora sappi che la Sua grande Grazia ti si rivelerà”.

- “Maggot?”, chiede lei pallida come la cenere. “Viene, …Maggot?”

- “Sì, lui viene, e tu devi essere coraggiosa affinché egli ti possa chiudere fra le sue braccia. Così, lui che ha bisogno di forza, trova una fogliolina appassita”.

19. “Elia!”, grida Ruth scossa. Cadendo nella polvere della via, alza supplicando le sue mani bianche, deboli. “Elia, aiuta! Tu mi puoi aiutare dalla Forza di Dio! PregaLo affinché nella Sua Bontà, …che io, vorrei…”.

- Elia s’inginocchia accanto a lei. “Sai”, dice lui semplicemente, “è meglio che noi due chiediamo a nostro Padre; allora Egli ti darà la forza e tu guarirai. Tuo marito e i tuoi figlio hanno bisogno di te”.

- “Oh, sì, lasciaci supplicare, ed io voglio credere che il Santo ci esaudirà”.

20. Ogni parola che l’uomo di Dio prega, la donna la ripete con grande interiorità. Allora sente all’improvviso che una calda corrente passa attraverso il suo corpo. Questo non la cambia, e lei rimane la figura delicata, segnata da una grave sofferenza. Ma quale forza viene su di lei! Singhiozzando, si cela all’ampio petto del tisbita. Le manca qualunque parola. Solo il cuore vuole ringraziare giubilando; umilmente, si china davanti alla santa Misericordia di Dio.

21. “Sta calma, cara Ruth!”, fa ombra ai suoi occhi. “Là, sull’altura di Thirza, un cavaliere sta arrivando verso di noi”.

- “E’ lui, è lui!”, Ruth vuole corrergli incontro.

- Elia la trattiene saldamente. “Rimani nel luogo che il Signore ha reso santo mediante la Sua forza. Io vado dai bambini. Poi venite presto, perché la sera non è più lontana”.

- “Sì, Elia”. Ruth lo bacia all’improvviso sulla guancia.

- Lui sorridendo l’accarezza sui capelli bianchi. Ai bambini racconta di un re che ama la sua gente.

- “Si può andare da lui?”, chiede il più grande.

- “Sì, ragazzo, ognuno può venire a Lui. Certo, sovente la via dura a lungo, ma chi è bravo, Lo trova prima”.

22. La bambina si appoggia al braccio di Elia. “Se divento brava, mi ama poi il re come mi ami tu?”

- “Ah, piccola, Egli vi ama ancora molto di più. Sono stato da Lui, perché anch’io sono Suo figlio”.

- Increduli, i bambini spalancano le loro boccucce. Il più grande scoppia: “O Elia, allora sei certamente il figlio più grande del caro re!”

- L’uomo maturo annuisce in silenzio. “Sarà così, caro ragazzo. Ma quando lo si sa, non ci si deve mai elevare sugli altri”. – Comprensibile per i bambini, Elia vi allaccia un buon insegnamento, che non dimenticheranno mai nella loro vita.

23. Allora il più piccolo esclama: “Arriva nostra madre! E quell’uomo, è nostro padre?”. Non lo conosce, era appena nato quando è arrivata la disgrazia sui loro genitori. Il bambini accorrono alla loro madre. La gioia che viene su coloro che sono separati da anni, è indescrivibile. Maggot la stringe continuamente a sé, finché Ruth gli fa notare Elia che attende. Allora lui solleva i bambini sul suo cavallo, mette le briglie e va mano nella mano accanto a Ruth.

24. Gli uomini si guardano negli occhi. Maggot si china profondamente. “Santo Signore, Ti sia lode, ringraziamento, gloria e onore, a Te la fama, la dedizione del cuore e la mia adorazione! Sei stato così pietoso, nella notte mi hai mandato la Tua Luce! Ma anche a te, santo profeta...”, Maggot afferra la destra del tisbita, “…sia la mia gratitudine. Mi hai mandato il giovanotto che mi ha meravigliosamente salvato”.

25. Elia ascolta stupito. Questa era la via di Dio! Gli dice commosso: “Alzati fratello, andiamo, gli altri attendono. Dopo, c’è Qualcuno che aspetta tutti noi”. La parola accompagnata dall’umiltà e forza, induce Maggot ad osservare timidamente il profeta. Elia prende le briglie, affinché l’uomo e la donna possano procedere meglio. Il noto buon sorriso gioca intorno alla sua bella bocca: “Gustate fino in fondo la vostra gioia che il Signore ha donato”. A tavola racconterai a tutti la tua avventura, caro Maggot”.

- “Dapprima si deve fortificare”, Ruth è subito la moglie preoccupata.

- “Naturalmente, figlia; il nostro Padre sta bene se pensiamo anche al corporeo”.

*

26. Saphat, Pelega, Eliseo e Obadja salutano dapprima Maggot. Il suo meraviglioso ritorno a casa stimola in ognuno un grato sentimento. Gli israeliti cantano il canto del loro re Davide: ‘Io celebrerò l’Eterno con tutto il cuore nel consiglio degli uomini diritti e nell’assemblea’ (Salmo 111). I sidoniti ascoltano meravigliati il portentoso canto che è dato a questo popolo eletto.

27. “Ascoltate, amici, ciò che Maggot ha da raccontare”, dice Elia. “Dopo andremo incontro a COLUI, che vuole venire da noi”.

- “Ancora qualcuno?”

- “Chi è?”

- Elia fa cenno: “Abbiate pazienza!”. Quanto più benedetto risulta l’annunciato, nessuno, eccetto Eliseo, Obadja, Rachele e Rebecca, lo avrebbe sospettato.

- Maggot riferisce: “Come mi è andata, lo sapete tutti. Alla morte del nostro povero Nabot è entrata una svolta. Lui giaceva nell’arsura del Sole; ma nessuno era da smuovere per la sepoltura. Noi abbiamo sentito la storia dei cani. Oh, – come ci ha risollevato! Ognuno diceva: ‘Esiste ancora un Dio che rende l’ingiustizia di Acab!’

28. Chiesero a noi prigionieri di seppellirlo. Nessuno lo voleva fare eccetto me. I cani, girando continuamente attorno al luogo, arrivarono correndo. Intanto dalla fortezza inviavano dei segnali d’avvertimento. Io stavo avvolgendo Nabot in un sudario, ma non mi hanno attaccato; era piuttosto come se volessero sorvegliarmi. Quando ho finito, si accucciarono lamentandosi sulla collina piatta. Io ho accarezzato le loro forti teste. Acab assisteva terrorizzato, e Isebel, …sparò delle frecce. Ne ho presa una a cui vi era appiccicato del succo verde di veleno. I cani corsero via. Nessuno li ha più visti: ‘Fino al giorno in cui Acab morirà nello stesso punto, e sarà divorato da loro’. Così l’ho sentito più tardi”.

29. “Sono da me”, interviene Simalah. “Una volta non mi piacevano perché sono quasi come delle tigri. Dopo la morte di Acab sono comparsi a Gafra. Si comportano come degli angeli contro tutti coloro che appartengono alla comunità di Abel…”. Simalah intende il villaggio Abel-Mehola e il suo piccolo terreno di Abel-Gafra. “…ma chi studia di farci del male, non deve avvicinarsi a noi. Così il Signore attraverso le creature irragionevoli ci ha regalato un’abbondante protezione”.

30. “Il Signore è clemente”, dice solennemente Maggot.

- “Sì, il giorno seguente Acab mi ha incontrato per ringraziarmi. Io ho strappato la freccia di veleno dal cinturone e ho detto: ‘Re, questa è stata lanciata su di me dalla tua loggia; per ringraziarmi?’ Lui commette l’errore e grida: ‘No, no, era assegnata ai cani!’. Ma il suo occhio mentiva. Io ero stato testimone della morte di Nabot”. Rivolto a Simalah dice cordialmente: “Ho visto spesso dei lapidati, ma mai ho visto un viso morto più tranquillo di quello di tuo marito”. Non dice oltre della mutilazione, per compassione. “Lui ha lasciato pacificamente la Terra”.

31. “Lo confermo”, aggiunge Elia. “Il Signore me lo ha annunciato nell’ora della morte di Nabot”.

- “Non supererò mai del tutto la sua morte dolorosa”, sussurra Simalah. “Ma che il Signore lo abbia richiamato a Casa, credente, è la mia consolazione”.

32. Maggot continua il racconto: ‘Re’, ho esclamato io, ‘andrai all’Ades senza pace! Ci hai privato del diritto umano di intascare il bene, la fatica della nostra diligenza, affinché tu possa celebrare le feste mentre il tuo popolo langue e muore. Una freccia velenosa ti colpirà sul tuo carro, e i cani ti faranno a pezzi!’. Era come se qualcuno parlasse attraverso me. Acab è diventato pallido a morte e ordinò di frustarmi. Ma fra i prigionieri scoppiò una rivolta. Così sono riuscito a sfuggire al pericolo di perdere la vita, grazie alla Bontà di Dio. Da allora le cose per me sono andate un po’ meglio. Ogni guardiano temeva in segreto che io avessi solo bisogno di chiamare i cani di Nabot, e loro sarebbero arrivati di corsa. Io ho sfruttato la loro superstizione, specialmente per dei deboli tra di noi.

33. Poco prima dell’ultima guerra Acab mi ha fatto chiamare e mi ha chiesto se fossi profetico. Midia, quello di Silo, aveva annunciato qualcosa di simile (a ciò che avevo profetizzato io su di lui). Io ho risposto: ‘Sì, lo sono, perché tu hai colpito me, un figlio di Giacobbe, e un suo fratello’. Allora lui schernì: ‘I cani moriranno, e contro delle frecce mi proteggerà un’armatura. La tua parola sarà dimenticata’. – Io ho detto: ‘Re, la freccia tagliata per te ti colpirà; e se non sono i cani di Nabot, allora saranno degli altri, e non rimarrà niente di te!’. Allora si è seduto piccolo sul suo potente trono, come una bambola imbottita, e il suo viso era vuoto.

34. Un giovane guardiano che non avevo mai visto mi ha portato via presto. Nella cantina oscura mi ha dato all’improvviso delle monete nella mano ed ha mormorato: ‘Fuggi e non farti più vedere qui, finché Acab è re’. Io rimasi del tutto confuso. Mi ha messo il suo panciotto sidonico d’arma e mi ha infilato il suo basco. Così ho potuto lasciare la fortezza senza essere toccato, e mi sono rivolto subito verso il Mar morto.

35. Là presto ho incontrato un giovane uomo. Mi sono sottratto alla sua domanda su dove mi portasse la via, perché la passata prione mi aveva reso sospettoso. Lui mi chiese: ‘Ma non mi consci?’. Questo mi ha illuminato: la guardia! L’ho abbracciato come un fratello e volevo sapere come mi avesse seguito così presto. Lui sorrise; ‘Lo posso fare bene. Ho provveduto per te, perché dato che sei stato escluso dalla vita pubblica per molti anni, è difficile per te orientarti’.

36. Ma io ho indagato il perché lui si stava prendendo cura di me. E lui rispose: ‘Elia, l’uomo di Dio, mi ha mandato da te’. Allora piansi delle calde lacrime di gioia ed esclamai: ‘Lui ha salvato la mia povera moglie e non ha dimenticato nemmeno me!’. Del perché non è successo prima, lo vedo solo ora: dovevo passare ancora attraverso qualche scuola di sofferenza, per maturare per DIO.

37. Quel giovane mi ha portato a Kir-Moab al rio Sered nel paese moabita, ha trattato con il principe che si è mostrato affabile, ed ha magnificamente ordinato la mia vita. Solo dopo alcune settimane mi ha lasciato. Il principe ha ricercato la mia famiglia e anche te, Elia. Giorni fa quel giovane sidonita è arrivato di nuovo e ha detto che avrei dovuto andare a cavallo ad Abel-Mehola, lì avrei trovato la Grazia di Dio. Sono partito subito e ora sono qui! Il Signore mi ha assegnato il compito di aiutare te, cara Simalah, finché il tuo bambino sarà cresciuto.

38. Ho una preghiera: Elia, porta qui quel giovane sidonita. È peccato per lui; il posto di guardia non sembra piacergli”.

- “Va bene, Maggot. Ora, …vedremo se lui viene perfino con COLUI che è già molto vicino. Perciò amici, andiamo alla collina del villaggio. È una serata tiepida e sotto l’alto Cielo di Dio è come se vivessimo in Lui. Care donne, portate a letto i piccoli bambini, i più grandi possono venire con noi”.

39. Questo viene fatto subito e la ‘comunità Abele’, come ci si chiama da sé gentilmente scherzando, peregrina subito dopo sulla bella altura che si trova ad est davanti al villaggio.

 

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Cap. 29

L’Arco del Patto e la Grazia – La predica di Dio di un tempo alla comunità di Abele

Gli angeli entrano da Saphat

1. Una nuvola si è scaricata. La natura emana una deliziosa freschezza. Nell’est, sulla sella del tratto dei monti di Manasse che si estende da nord fin quasi a Dor al grande mare (mediterraneo), e sale da questo lato del Carmel, s’inarca da Ataroth fino a Dothan un meraviglioso arcobaleno. I suoi limiti giacciono benedicendo sulla Terra, la sua altezza rimane smisurata. Tutti guardano muti, commossi, all’eterna formazione che Dio ha posto (quale patto) dopo il grande Diluvio.

2. “Il Tuo Arco del Patto e della Grazia! O Signore, fa che la sua forza inondi le nostre anime, affinché il cuore impari a ringraziare la Tua bontà, e il Tuo Spirito conservi il Patto. Uniscici al Tuo Amore come la sposo lo sposo. Vieni, GESU-RUN, Salvatore di tutti i mondi! In Israele non esiste altro Salvatore che TE, da Eternità in eternità! Ti accogliamo con il fervore del nostro amore”.

3. Elia si getta a terra; nessuno indugia di imitarlo. Allora sull’arco si formano due Mani: forme di Luce nella Luce della Rivelazione divina. Lo sollevano, che si pensa come se il firmamento si alzi. Le Mani portano l’arco più vicino, mentre si restringe per una possibile contemplazione. Ora sta come un magnifico Portone al di sopra di Abel-Mehola ed Abel-Gafra. Le Mani toccano a metà altezza nell’arco e della Luce fluisce nel suo ampio (semi) cerchio. Si forma, finché diventa riconoscibile a coloro che lo contemplano. Le Mani poggiano ancora sull’arco, e una figura sta come una Croce di Luce nel suo mare di fiamme.

4. Molti piangono; chi non ha lacrime, gli singhiozza il cuore. Ma tutti supplicano muti con mani levate: ‘Signore, vieni!’. Allora la luce si stacca dall’arco che volteggia in alto e scompare. Per questo il Cielo si getta nel Mantello da Re nella sua magnificenza di Stelle, i cui raggi cadono pacificamente sulla Terra.

5. Ci si schiera intorno ad Elia. Si è contenti di averlo qui; lui può portare loro una portentosa Benedizione. E come la indossasse! Avvolto dallo splendore, questa fluisce attraverso di lui sulla comunità come il delicato argento della Luna sul mondo di Dio. Lì possono sopportare la Magnificenza nascosta del Signore. DIO, come un Uomo, va da loro sulla collina e si reca verso un cedro snello che Saphat ha piantato alla nascita di Eliseo. Due esseri di luce Lo accompagnano. Elia si china fino a terra, ma egli stesso non trova nessuna parola per presentare il trabocco del suo cuore giubilante.

6. Il Signore leva benedicendo la Sua destra e dice: «Figli di questa Terra! Voi non afferrate il Mio santo miracolo, che il Dio verace si rivela a voi come un Essere umano. Sconvolti dalla paura voi credete che la Terra vi dovrebbe divorare. Ma Io domando: ‘Non vi rende beati l’Arco di Grazia del Mio Patto?’. Era l’elevazione del vostro essere umani, quando il Portone del Cielo stava aperto, e contemporaneamente proteggendo, al di sopra del vostro luogo della Terra, preparato per voi che siete e dovete diventare la pietra fondamentale della Mia alta Casa. Se è così e non vi s’insinua nessun timore, ma piuttosto una gioia più grande si è rivelata come forza della Mia Grazia, come potete tremare dinanzi a COLUI che vi ha preparato questa felicità?

7. Voi ebrei pensate alla parola di Mosè: ‘Perché Dio è venuto per mettervi alla prova, ed affinché il suo timore vi stia dinanzi agli occhi e così non pecchiate’. [Es. 20,20] Quasi tutti credono nella tentazione; e voi altri che vi chiamano pagani, pensate persino che uscireste morti da questo luogo, perché nessun uomo che abbia mai visto Dio rimarrebbe vivo. Per questo i vostri padri si sono fatti delle immagini di idoli come collegamento all’Invisibile. Ma il popolo da questi si è creato il ‘Baal’: il potere dei grandi su tutti i piccoli; ed hanno eretto ‘l’Asher’: l’inganno sul governo mondiale troneggiante.

8. Ma non temete, Mio piccolo caro gregge, nessuna creatura perde la sua vita quando vede il suo Creatore! Forse non gioite quando i vostri figli vengono da voi chiedendo e ringraziando? Non resto Io, l’unico Creatore di tutte le opere, perché dal Mio Potere ho creato la Creazione? Oppure no, Mio piccolo popolo! Staccatevi dall’esistenza di questo mondo, perché Io, il Creatore, in questo momento sono il PADRE di ogni Vita, quando Mi si riconosce come immagine dalla Mano del Creatore.

9. Nella mancata contemplazione giace anche il non-riconoscere! Io sono il Bene di ogni Inizio, dove Io come Creatore ho creato una forma; e dall’Inizio un PADRE, perché altrimenti la Creazione sarebbe rimasta solamente una pura Opera. Una contemplazione porta la conoscenza che vi ho creato IO. Una creatura che non Mi vede, può sapere che Io sono il suo Creatore; ma si perde la sensazione viva, per cui gli manca l’impulso per la sensazione della Beatitudine. Se tuttavia Io avessi posto ingiustaments il rifiuto (di Me verso di voi), allora i figli creati da Me non avrebbero avuto nessun proprio collegamento. La Mia Parte personale di Vita presuppone che un figlio ottenga con il suo Creatore il flusso di Collegamento, che lo eleva in modo libero e magnifico alla PERSONA.

10. La parola di Mosè era la chiave con cui chiunque poteva avvicinarsi a Me. Ma si preferiva dire: ‘Allontaniamoci dal Volto di Dio così che Egli non veda ciò che Gli è avverso’. Per questo motivo il popolo ha conservato la paura, che ha la sua espressione attraverso il peccato nell’unico ‘rattoppo della creatura’. Il Mio apparire non è nessuna tentazione; è e rimane il ‘tentare di guarire’, per estinguere l’oscura barriera di morte costruita da sé a tutti i peccati, per comunicare in modo libero e magnifico con Me.

11. Il nascondersi era per il popolo più piacevole che (avere) una Rivelazione. Come scusa si diceva: ‘Vogliamo avere dinanzi agli occhi la paura di Dio affinché non pecchiamo’. Mosè ne ha fatto un Comandamento, per sgravare Israele dinanzi a Me. La paura è diventata timore, estranea alla Luce. Uno specchio di questo mondo! Solo i fedeli si sono presentati dinanzi a Me, perché Mi vedevano più misericordioso che tutto il timore dei timorosi. Quando riconobbero il flusso della Vita, la loro paura è diventava riverenza: il percepire più giusto, la nobiltà di un’anima.

12. Il timore reverenziale eleva in alto la creatura a figlio, perché in essa riposa il potere dell’amore. Chi Mi ama, non vuole rattristarMi, come Io non rattristo nessun figlio. L’afflizione proviene dalla paura del mondo, espressione e parte di un peccato. Chi Mi vede non ha nessun peccato, perché allora un figlio è diventato una scintilla della Mia fiamma vitale. Il popolo non voleva vederMi perché si è scelto il peccato; si nascose dietro Mosè, come una volta si era nascosto anche Adamo.

13. Questo vale per tutti, anche se ciascuno dà un espressione diversa alla sua paura. Chi non ha nessun timore reverenziale non sa nulla del Mio Amore! Entrambi sono l’inseparabile tratto dell’Essere dal collegamento che eleva la materia al Cielo. Quando un figlio non arriva a nessuna contemplazione, allora la sua bassezza non si fa portare in Alto, ma se avviene, allora la riverenza diventa vero amore, che si china adorando dinanzi a Me. Ogni adorazione è una riverenza che spetta a Me, che IO rivendico per Diritto e permette di avvicinare il figlio al Padre senza timore. Questo è il pegno della vita, affidato al figlio dalla forza del creare.

Dove muore il timore reverenziale

l’amore è stato seppellito!

14. Quello che si chiama amore impavido, è il grande inganno: ‘Asher’ la cui immagine (femminile) gli uomini osservano senza paura. Loro credono che lei li copra davanti al Mio volto. A  ciò è la più mostruosa idolatria, poiché così l’uomo tenta di ingannare il suo DIO! Che questo non gli riesca mai, glielo dimostra ogni oscuro presagio, ma che egli crede di poterlo fare, lo crea la sua anima senza riverenza.

15. Anche se vi ho dimostrato come la vostra paura sia inutile, dinanzi a Me essa è comunque come il dono reverenziale del vostro amore. Con essa ognuno può venire a Me, così riceve il Raggio del Mio Amore di Padre, che è sufficiente a rendervi beati sulla vostra via fino al Mio Trono di Grazia. – Mosè ordinò i sacrifici perché Israele non voleva sacrificare il proprio io nella contemplazione del suo Dio. Tutti sapevano: ‘Chi vede Me, perde la sua vita!’. Ma con questo non viene né sospesa la vita terrena, né meno ancora la vita dallo spirito!

16. Perché dovrebbe morire ciò che IO ho creato? La VITA ha il fondamento che adempie la Legge nel Creatore, il Quale ha plasmato la Vita e la Legge ed ha fatto in modo che entrambe dipendano una dall’altra. Potete vivere senza Legge? Osservare la Legge senza la Vita? Io ho posto entrambi come Fondamento, su cui si incontrano il Creatore e la creatura! Se Io ho eretto la Legge  della permanenza, allora non tolgo la Vita al figlio, se lui rimane sulla Via del Mio Ordine dove Mi può vedere. Ma, quale verità che Mosè una volta ricevette da Me, il ‘perdere la vita’ è la rinuncia consapevole dell’io, che un uomo sacrifica solo malvolentieri al suo Creatore.

17. Io domando: ‘Siete morti?’. Benché ora siete prelevati al mondo, vi sentiate non terreni? Non vedete lo splendore delle stelle del cielo? Non sentite la voce della natura? Toccatevi. Sentite il vostro corpo caldo. Nondimeno, in modo fedele all’eterna vera Parola, ora avete perduto la vostra vita, dato che Mi avete visto.

18. Lo si comprenda spiritualmente, quale piccola Luce nell’oscurità di questo mondo. Ve lo rivela la Mia vita e non è necessaria più la vostra che si separa dal Creatore tramite il peccato. Anche Mosè ha perduto la sua vita dopo aver visto Me. Da allora in poi lui ha fatto parte della Mia vita, cosicché egli pensava, parlava e agiva ancora solo nella Mia Volontà. Questo lo ha reso un mediatore tra Me e quelli che volevano ‘avere davanti agli occhi la paura di Me’. Allo stesso modo, Miei cari figli, anche a voi è arrivata la Mia rivelazione tramite Elia; poiché solo la Mia Parola vi ha sollevato dalla paura, mentre Elia, in umiltà, senza paura e con modestia, pieno di riverenza ha posto il suo cuore adorante in quel punto dove stanno i Miei piedi.

19. Beato colui che pone il timore all’inizio della sua vita, che Mi prega nella riverenza! Un adorazione lontana, che cresce dalla libera fede, è per Me una piacevole fragranza che Mi rallegra. Ma una stretta adorazione è il cibo che un figlio Mi può sacrificare. ‘Sono Io un Dio solo così da vicino, oppure solo da lontano? [Ger. 23,23] Oppure sono un  Dio vicino che non si nasconde dinanzi ai Suoi figli?

20. All’uomo piace osservare volentieri la sua immagine, finché il suo piccolo io diventa un idolo. Chi vuole perdere ciò che, nella passione, è la sua esistenza, guardi nei Miei occhi. Allora vivrà solo la  Mia vita; allora il suo io morto diventerà il fondamento che lo porta alla Mia alta Parte di vita:

Nella contemplazione

del Mio Volto senza peccato!

21. Chi fa questo, è morto ed è rinato dal Mio Io, come era preparato alla materia per l’eterna redenzione! Perché, finché rimane il mondo e la sua lontananza (da Me), fino ad allora la Mia vita libera è sciolta in continui sacrifici per i caduti (per salvarli) dalla loro caduta!

22. Oggi siete stati liberati, il Mio respiro ha estinto la vostra colpa. Chi rimane nella contemplazione, basterà anche una (sola) volta nel mondo per conservargli per sempre come vita reale, non potendo mai rattristare. Qui, per Amore, metto la vostra volontà davanti all’azione; affinché la buona volontà sia valutata. Chi lo vuole realmente, giunge da sé alla buona azione. Le manchevolezze, che non si possono sempre evitare, decadono da sé non appena alla Mia concezione del figlio segue il sacrificio dell’amore reverenziale.

23. Io stesso sono per voi un Arco del Mio Patto e della Grazia; poiché l’immagine è passata, per questo Io sto dinanzi a voi! Voi percepite che siete morti al mondo. In cambio del dono, la Vita del Mio Regno è diventata del tutto il vostro possesso. Chi vuole conservarsi la nuova Vita, voglia lasciare a Me l’amore del suo cuore come sacrificio di riverenza, poiché tali sacrifici Mi compiacciono, il cui fumo – benedetto da Me – ricade sui portatori dei sacrifici, santificandoli.

24. Questo è il Mio Patto nell’eternità, il Mio testamento che non ha bisogno di essere rinnovato, ma per il mondo ha certamente bisogno di una nuova rappresentazione [Gal. 3,17]. Chi vede Me, come ora voi figli, ha già la rivelazione del Mio Testamento, dato che è morto per sé e risorto in ME. Venite qui, voi tutti che siete stanchi ed aggravati! Io sciolgo ognuno dalla povera vita, lo sciolgo dal dominio di questo mondo! Per questo lo lego alla Mia vita, lo unisco con la ricchezza della Mia eternità! Amen!»

25. Il Cielo somiglia al Sanutario, il Cui Circondario soavemente oscuro, disseminato di stelle, avvolge caramente, caldamente, il ‘gregge’. La Magnificenza sembra afferrabile. Ma il Signore, la Sua indicibile gentilezza attrae ognuno a Lui. Elia ed Eliseo si avvicinano ai celesti, per lasciare spazio agli altri. Obadja, Maggot, Rachele e Rebecca si fanno avanti, gli uomini, sciolti nella più profonda riverenza, le giovani ragazze nella corrente di lacrime di un ardente amore. Il Creatore-Padre ha per ogni cuore una particolare Parola di benedizione.

26. Dopo che tutti hanno guardato Dio in quegli occhi, sanno quanto è vera la Parola del ‘perdere-la-vita’. I piccoli si accovacciano ai piedi di Dio. Anche se non hanno afferrato il maestoso senso, nel loro animo infantile è però sorto questo: ‘Oh, non voglia mai finire questa sera! Lo dice il figlio di Maggot che ringrazia particolarmente, perché Dio ha restituito il loro padre. E lui ha voluto volentieri condividere il suo amore con i figli di Simalah, affinché anche costoro abbiano un padre terreno.

27. I santi occhi di Dio splendono chiaramente. Lui stringe il ragazzo al Suo cuore; ma la vita sulla Terra è ancora da compiere. E se la contemplazione di Dio si scava nelle loro anime, è comunque sufficiente e diventa la piccola sfera miracolosa fino alla fine della vita nel mondo. –

*

28. Dio è andato via, invece i celesti sono rimasti. Segue un lungo silenzio, ed è solo nella casa di Saphat che le lingue si sciolgono. Elia conversa con uno dei celesti, che è ‘il bello’. Maggot osserva l’altro di nascosto. Qualcuno può somigliare ad un tale angelo? Tuttavia, il giovane sidonita (cap. 28,34) possedeva un volto così puro, che allora avevo notato.

29. “Maggot”, chiede il giovane, “esamini chi io sia?”

- “Sì, sì, mi sento così strano. Tu, – perdonami il confronto peccatore – hai quasi l’aspetto di quel giovane pagano che mi ha salvato”.

- “Ora, il Santo si è rivelato come il nostro buon Padre, quindi posso lasciar cadere la mia copertura. Sono io il tuo sidonita”.

- “L’ho subito immaginato!”, Maggot è agitato.

30. “Posso abbracciarti, come allora al mare? Là mi eri soltanto un uomo, ma ora sei, …per così dire”

- “Guarda Elia”, interrompe allegramente l’amico di luce, “e riconosci che si può fare tutto ciò che vuole il puro amore”.

- Elia stringe proprio ora ‘il bello’ al suo petto e sussurra a costui: “Ora ritorno presto a Casa! E poi, fratello, stiamo di nuovo mano nella mano nel servizio al santo Focolare!”.  Nessuno comprende questa parola.

31. Incoraggiato da Elia, adesso ognuno parla con i celesti del tutto liberamente. La moglie di Som-Hasad, la delicata, sensibile Rebora, chiede al ‘bello’, se si potessero risvegliare i bambini piccoli affinché anch’essi avessero qualcosa di tutta questa Grazia.

- Il bello sorride, “Rebora, tu stessa non hai figli, ma sei per molti bambini una buona madre. E questo pesa mille volte di più che come se tu stessa fossi madre. La compassione materna per i poveri o verso dei bambini è santificata da DIO e sta persino al di sopra della propria maternità.

32. Che una madre ami i suoi figli, è legato alla natura; essere madre ad orfani estranei, privi di madri, è un Dono dallo Spirito. Ben per te! Tu li hai curati e non dal desiderio di ricompensa, ma solo per via dei bambinelli. Hai pensato ai piccoli di tua sorella che lo volevano anche volentieri, soltanto, che non osavano chiedere. Perciò va a prenderli, benché in questa notte abbiano giocato nel sogno con i loro angeli”.

33. Questa diventa pure una meravigliosa ora in cui delle madri e delle ragazze imparano dagli angeli come si educano bene i propri figli. Quando si saluta l’aurora, salutano anche gli angeli, che ora se ne vanno. Soltanto, …non dimenticheranno mai, meno ancora il buon Signore!

*

34. La comunità di Abel, come si chiamano dappertutto i villaggi forti nella fede Abel-Mehola e Abel-Gafra, si manterranno fino alla seconda prigionia babilonese. E finché esisterà, comprenderà pagani ed ebrei, che siederanno insieme alla Tavola di Grazia del loro Dio.

 

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Cap. 30

[2° Re cap. 2,1-18]: Poi, volendo Dio rapire in cielo in un turbine Elia, questi partì da Gàlgala con Eliseo. [2]Elia disse a Eliseo: «Rimani qui, perché il Signore mi manda fino a Betel». Eliseo rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». Scesero fino a Betel. [3]I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: «Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?». Ed egli rispose: «Lo so anch'io, ma non lo dite». [4]Elia gli disse: «Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico». Quegli rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». Andarono a Gerico. [5]I figli dei profeti che erano in Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: «Non sai tu che oggi il Signore ti toglierà il tuo padrone?». Rispose: «Lo so anch'io, ma non lo dite». [6]Elia gli disse: «Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano». Quegli rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò». E tutti e due si incamminarono. [7]Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono a distanza; loro due si fermarono sul Giordano. [8]Elia prese il mantello, l'avvolse e percosse con esso le acque, che si divisero di qua e di là; i due passarono sull'asciutto. [9]Mentre passavano, Elia disse a Eliseo: «Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te». Eliseo rispose: «Due terzi del tuo spirito diventino miei». [10]Quegli soggiunse: «Sei stato esigente nel domandare. Tuttavia, se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso; in caso contrario non ti sarà concesso». [11]Mentre camminavano conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. [12]Eliseo guardava e gridava: «Padre mio, padre mio, cocchio d'Israele e suo cocchiere». E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. [13]Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia, e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. [14]Prese il mantello, che era caduto a Elia, e colpì con esso le acque, dicendo: «Dove è il Signore, Dio di Elia?». Quando ebbe percosso le acque, queste si separarono di qua e di là; così Eliseo passò dall'altra parte. [15]Vistolo da una certa distanza, i figli dei profeti di Gerico dissero: «Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo». Gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui. [16]Gli dissero: «Ecco, fra i tuoi servi ci sono cinquanta uomini di valore; vadano a cercare il tuo padrone nel caso che lo spirito del Signore l'avesse preso e gettato su qualche monte o in qualche valle». Egli disse: «Non mandateli!». [17]Ma essi insistettero tanto che egli confuso disse: «Mandateli!». Mandarono cinquanta uomini che cercarono per tre giorni, ma non lo trovarono. [18]Tornarono da Eliseo, che stava in Gerico. Egli disse loro: «Non vi avevo forse detto: Non andate?».

 

Gli ultimi viaggi – Il rapimento di Elia in cielo

1. Elia ed Eliseo camminano in silenzio. Il più giovane esplora il volto del più anziano. Non vede ancora, ma sente ‘l’ultima via’. Malvolentieri vengono lasciati andar via da Abel-Mehola; soprattutto Obadja è stato colpito molto forte dalla separazione. Rivedrà ancora una volta il buon amico? Il loro amore era così grande, come raramente fra due di cui uno serve l’eterno Re, l’altro un cattivo signore mondano. Ma più si cercava di separarli, più restavano uniti. Obadja è in viaggio per creare ai poveri – ovunque possibile – il loro diritto. Lui vuole ingannare il dolore. Solo quando sente l’ultima notizia tramite Eliseo, il suo cuore che attende il ritorno in Patria diventa di nuovo tranquillo.

2. I profeti sono giunti a Gilgal attraverso Thirza, Ophra e Silo. Per la notte sono rimasti presso un carpentiere che costruisce nelle scuole dei profeti che godono della straordinaria protezione di Obadja. Elia guarisce con lo Spirito di Dio la moglie ammalata del carpentiere. Viene assediato perché rimanga. Ma Elia viene potentemente spinto avanti. Oh, terrenamente anche il suo cuore sanguina, di abbandonare tutti gli amici, e la separazione gli è difficile. Non sarebbe meglio che ora andasse da solo? Così il dolore di Eliseo sarebbe da abbreviare.

3. “Rimani indietro”, consiglia ad Eliseo. “Il Signore mi chiama a Beth-El, e potresti seguirmi più tardi. Così almeno uno di noi rimarrebbe presso la buona gente della locanda”.

- Abbracciando la mano del maestro, Eliseo contraddice: “Tant’è vero che il SIGNORE e la tua anima vivono, io non ti abbandono! Tu vorresti prendere su di te la mia sofferenza. Se il Signore mi ha scelto tramite te, allora rimango con te finché EGLI mi dona questa Grazia”. – Elia è commosso dall’attaccamento. Benedice i gilgali e cammina con Eliseo verso Beth-El.

4. Qualche volta Elia si ferma e si volta più a lungo, come se molti fossero dietro a lui, benché già da giorni non hanno incontrato stranamente nessun uomo. Eliseo nota come muta lentamente il chiaro volto del tisbita; gli diventa estraneo e, …sì, somiglia sempre di più al ‘bello’.

5. Al bordo della città di Beth-El si trovano finalmente un paio di uomini che attendono i profeti. Riferiscono loro che già da giorni il figlio di Ruben-Heskael – l’onorabile sacerdote superiore sarebbe nel frattempo ritornato a Casa – avrebbe comunicato a tutte le scuole la notizia che ‘l’uomo di Dio’, che Elia è per i credenti mentre per i miscredenti è rimasto soltanto ‘il tisbita’, sarebbe stato richiamato a Casa dal Signore. Chi lo incontra ancora, deve far benedire sé e la sua scuola. Elia entra da loro mentre Eliseo si siede sotto un acacia è stanco e triste. La sua sensazione gli è stata confermata.

6. Dei ragazzi e delle ragazze della scuola si raccolgono intorno ad Eliseo in parte incuriosito, in parte compassionevole. Un ragazzo in confidenza gli prende la sua mano e dice: “Conosco la tua tristezza. Oggi il SIGNORE toglie il tuo signore dal tuo capo”.

- “Sì, bambino”. Eliseo si copre preoccupato la sua testa calva; ha del tutto dimenticato di fare questo. “Ma state soltanto in silenzio, cari bambini”, ammonisce a bassa voce. Elia sente il discorso. Nella schiena del piegato vede la sua afflizione. Fa male; ha comunque imparato a stimare l’essere volenteroso del figlio di Saphat. Si siede accanto ad Eliseo che con gesto rapido asciuga i suoi occhi.

7. “Eliseo, ascolta: il direttore della scuola di Beth-El, l’alto sacerdote Malacho, desidera molto che uno di noi due rimanga per un po’ di tempo e voglia aiutare ad insegnare ai bambini. Tu intendi trattare magnificamente con i bambini; e il tuo sapere in molte cose utili non è piccolo. Il Signore mi ha chiamato in una casa a Gerico, dove devo correre al più presto. Così rimani tu qui”.

8. “Né il tuo cuore né le tue labbra mi ingannano, Elia. Tant’è vero che il SIGNORE vive, come la tua anima, non ti abbandono! Vuoi cacciarmi via da te?”

- “Ti è dispiaciuto qualcosa di me?”

- “No! Ma tu non vuoi lasciarmi assistere al tuo ultimo (momento). Tu vedi che mi rimangono le scuole, ma io mi sono lasciato andare troppo e per la tua fatica ti ho anche caricato le mie lacrime. Perdona a questo giovane che non ha ancora pareggiato il peso con la Grazia di Dio”.

9. “Oh, tu!”, Elia abbraccia di cuore il suo discepolo. “Allora vogliamo fare la strada che Dio ha previsto”. – Tutta la scuola guarda dietro ai due profeti. – Malacho un tempo era stato ad Abel-Mehola, ed avendo il talento di una buona memoria, aveva scritto quasi letteralmente il discorso del Signore e lo aveva letto a Ruben-Heskael, il quale, subito dopo il loro ritorno aveva lasciato il mondo. Adesso, quando non vede più Elia, va nella sua camera e s’immerge nella ‘Parola alla comunità di Abel’, come ha trascritto il rotolo.

*

10. In Gerico avviene come in Beth-El. Anche ad Elia diventa sempre difficile di lasciarsi alle spalle i cari amici. Cinquanta insegnanti e sacerdoti, di cui un anziano che giorni prima aveva ricevuto una visione che somigliava all’evento del ritorno a Casa di Enoc, seguono di nascosto. Si vuole assolutamente sapere se la ‘visione dello spirito’ era giusta, e ora questa sarà confermata.

11. La valle del Giordano si apre. E’ mezzogiorno. “Eliseo”, ordina il tisbita, “controlla dove si trovano i cinquanta di Gerico”.

- Eliseo sale su una collina. “Non vedo nessuno”, esclama giù. “Non doveva seguire nessuno”.

- “Loro sono così testardi come te”.

- Eliseo risponde modesto: “Lo so, il mio spirito è venuto dal tuo spirito. Ma chiami il mio amore, testardo? Oppure c’è ancora qualcosa in me che dovrei vincere, finché sei ancora con me?”

12. “Non c’è niente che richieda una purificazione, finché confidi nella Forza di Dio. Dio ti ha trovato fedele, ma dietro a noi stanno degli uomini. Lasciali stare lì; loro vedono solo da lontano quello che a te è destinato da vicino”. Elia con il suo mantello bianco che Eliseo porta come un rotolo, divide l’acqua come allora, quando era passato con Obadja attraverso il Giordano (cap. 2,6). Dietro di loro l’acqua risale, in modo che quelli di Gerico devono sostare al bordo della riva. Rattristati, ma solennemente, possono solo guarda verso Est dove si sono rivolti i profeti. Su una altura della riva riescono a vederli chiaramente.

13. Elia indica verso nord, verso sud, verso est e verso ovest; e guarda, quattro nuvole, come delle ruote, rullano velocemente dallo Spazio del Cielo. Elia abbraccia forte Eliseo. “Saluta tutti gli amici e dì loro: non esiste nessuna separazione, anche se la morte del corpo ci divide! La via sembra essere lunga; ma, ah, …quanto è diventata corta quando si sta alla sua fine. Io ho raggiunto solo poco oltre sessant’anni; tu vivrai più a lungo per metà del mio tempo e farai molto dalla Mano dell’Altissimo e dallo spirito che ho potuto darti.

14. Fa una richiesta di quel che ti devo fare, prima che venga tolto a te”.

- Eliseo si getta giù. Dinanzi a lui sta ‘l’uomo di Dio’. È così umile che non osa usare per sé la stessa parola, anche se ha fatto qualche miracolo. Lui afferra il bastone e il mantello di Elia che pende dalla sua spalla e chiede: “Che mi venga una doppia parte del tuo spirito! Perché tu sei grande; ma io sono ancora piccolo e devo prima crescere sotto la Bontà di Dio”.

15. “Hai chiesto una cosa mplto forte”, dice Elia, attirando l’inginocchiato al suo petto. “Ricorda solo questo, Eliseo: E’ sufficiente la Forza di  UNO Spirito, quella del nostro pietoso Signore e Padre! La tua grande umiltà non poteva esprimersi diversamente. Perciò ora su di te verranno lo spirito della parola e lo spirito dell’azione! Se io ti vengo tolto, resto il piccolo servo di Dio, ma la Forza della tua fede sarà una scala sulla quale discendono la parola e l’azione. Sii benedetto dal SIGNORE!”

16. Nel frattempo le strane ruote del cielo si sono avvicinate l’una all’altra, e saettano giù come una fiamma di fuoco. Eliseo vede come dal Giordano arrivano di corsa quattro cavalli bianchi senza briglie; alla loro bardatura scintillante pende un carro con quattro ruote. Il bianco dell’immagine è così splendidamente chiara, come se il Sole aprisse uno dei suoi fondali di fuoco. I cavalli e il carro si fermano solo un attimo. Elia vi si lancia su, ed è comunque come se lo levasse in alto una Mano invisibile.

17. Eliseo è irrigidito. Nonostante l’immensa velocità con cui si svolge la visione, riconosce un grande Uomo, da vedere ultra magnifico. Costui ora getta le briglie sui cavalli e, come un fulmine, il carro parte.

- Eliseo grida stridulo: “Padre mio, Padre mio! …carro d’Israele! …i suoi Cavalieri!”. Crollando mormora: ‘Questo era DIO come Egli si mostra agli angeli più sublimi; ma, …era anche il buon PADRE, come era venuto ad Abel-Mehola”.

18. Verso il Giordano si precipitano i cinquanta uomini. Loro hanno visto come le onde erano diventate da ruote un carro, insieme ai cavalli. Ma del Signore hanno visto soltanto la Luce. Ora osservano come Eliseo prende su di sé il bastone e il mantello del corriere del Cielo e corre verso il Giordano. Deve andare da quegli uomini ai quali può dare quelle forze che lo hanno formalmente sommerso. Con il mantello divide nuovamente l’acqua, vi passa attraverso, e con quegli uomini ritorna a Gerico.

 

* * *

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[1] Vedi l’opera “Quando morì Mosè”.

[2] Giovanni 4,40, in cui la donna della Samaria al pozzo di Giacobbe, nella località Sichar, insieme ai suoi pregarono Gesù 800 anni più tardi di rimanere presso di loro, probabilmente nella stessa località, qui con Elia.

[3] Lo scarlatto è una tonalità di rosso determinata da una piccola componente di giallo,

[4] Qui è da intendere la Misericordia di Dio, al fine di concedere un po’ di provviste per il popolo, comunque caduto, perche potessero affrontare il successivo periodo di siccità per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, che poi si rivelerà storicamente essere di 45 mesi (3 anni e 9 mesi), indicatiamente, un tempo = 13 mesi.